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Pane: se non è fresco, dev’essere confezionato dal rivenditore e chiaramente etichettato

pane, sacchetti di cartaNon sempre il pane può essere venduto sfuso. Quello parzialmente precotto, surgelato o meno, e poi finito di cuocere in un secondo momento, va obbligatoriamente confezionato. E c’è di più: il prodotto va anche ben distinto da quello fresco e deve essere corredato da specifica etichettaura che informi il consumatore sulle modalità di preparazione. Lo ribadisce una sentenza del Consiglio di Stato dello scorso ottobre, che è stato chiamato in appello e ha confermato il rifiuto del ricorso al Tar fatto da un supermercato pugliese contro l’Asl di Lecce. Nella sentenza si specifica che le indicazioni da riportare sulle confezioni devono essere, oltre a quelle standard, valide per tutti i prodotti come da relativo decreto (*), anche le seguenti: “ottenuto da pane parzialmente cotto surgelato” oppure “ottenuto da pane parzialmente cotto“. Lo scopo principale di queste indicazioni è, naturalmente, quello di non indurre in errore il l’acquirente, differenziando nettamente il prodotto precotto da quello fresco.

Nel documento si chiarisce inoltre che, nel caso in cui il completamento della cottura non possa avvenire in aree separate da quelle di vendita, il pane può essere eccezionalmente cotto anche nel negozio, a patto che sia garantito sempre il rispetto delle norme igienico-sanitarie, che sia chiaramente visibile al consumatore un cartello che specifica le prerogative di cottura del prodotto e che il pane venga comunque consegnato al cliente confezionato. La modalità di vendita della società che ha fatto ricorso, si è rivelata in concreto del tutto non idonea a garantire le più elementari esigenze di sicurezza alimentare, poiché è stata accertata dai Nas l’inammissibile procedura che autorizza illegittimamente il singolo consumatore, prima di provvedere al confezionamento, a “toccare il pane per poi riporlo nell’espositore, a danno dei futuri (e ignari) clienti”.

(*) D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 109. In questo caso si tratterebbe di indicare: denominazione; ingredienti; quantità; termine di conservazione; nome e sede del fabbricante, confezionatore o venditore, sede di produzione o di confezionamento; dicitura che consenta di identificare il lotto di appartenenza; modalità di conservazione.

© Riproduzione riservata, Foto: AdobeStock

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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