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Olio di palma: le piantagioni distruggono le foreste e la biodiversità, peggiorano l’acqua, e causano lo sfruttamento dei terreni e di chi li lavora

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Le estese coltivazioni di palme da olio contribuiscono alla distruzione della biodiversità e delle colture locali

Le estese coltivazioni di palme da olio contribuiscono enormemente all’aumento dell’anidride carbonica, alla distruzione della biodiversità e delle colture locali, e sono responsabili del depauperamento dei terreni e dello sfruttamento di chi li lavora. Per far posto a queste coltivazioni in molti paesi dell’area tropicale, si radono al suolo milioni di ettari di foresta.

Alla lista dei danni già noti e studiati, va ora aggiunto il peggioramento della qualità delle acque confinanti con le piantagioni, con effetti di una portata non ancora chiara, finora sottovalutata e potenzialmente molto grave, vista la scarsità di acqua che già colpisce il pianeta.

 

A mettere in luce per la prima volta le conseguenze delle coltivazioni di palma da olio sui corsi d’acqua è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford, che da anni studia l’impatto sull’ambiente, e ha già fornito importanti informazioni per quanto riguarda la CO2. Nell’ultimo lavoro, pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Biogeosciences, Lisa Curran e altri colleghi hanno analizzato i corsi d’acqua vicini alle piantagioni nei pressi dei confini del parco nazionale Gunung Palung nel Borneo indonesiano, tra il 2009 e il 2012. I ricercatori hanno scoperto che l’acqua era in media più calda di 4 gradi centigradi rispetto a quelle delle zone non confinanti con le palme, conteneva una quantità di sedimenti fino a 550 volte quella normale e – dato giudicato molto allarmante – presentava variazioni molto brusche del metabolismo dell’acqua, cioè del suo consumo di ossigeno – soprattutto durante la stagione secca.

 

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L’Indonesia tra il 2000 e il 2013 ha più che triplicato l’estensione delle coltivazioni di palma, continuando a devastare il terzo patrimonio di foreste tropicali del pianeta

Tutto ciò è il risultato della deforestazione, dei lavori realizzati per attuarla, delle irrigazioni massicce e dei metodi di coltivazione, in un paese che produce circa la metà dell’olio di palma venduto nel mondo. Per rendersi conto va detto che l’Indonesia tra il 2000 e il 2013 ha più che triplicato l’estensione delle coltivazioni di palma, continuando a devastare quello che era il terzo patrimonio di foreste tropicali del pianeta.

 

Secondo i ricercatori californiani, i danni a tutto l’ecosistema si estendono potenzialmente a molti chilometri dalle aree coltivate, proprio perché interessano l’acqua, e rischiano di causare gravissimi problemi di approvvigionamento alle popolazioni locali e, su scala più ampia, di aggravare il problema della scarsità di acqua potabile. Non solo. Uno scadimento della qualità delle acque avrebbe effetti anche sulle barriere coralline alle foci dei fiumi, sulle popolazioni ittiche e in generale su tutto l’ecosistema e le economie locali.

 

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I ricercatori hanno scoperto che l’acqua confinante con le piantagioni di palma risulta più calda di 4 °C

Se poi questi effetti, uniti a quelli dati dall’impoverimento dei terreni, dovessero combinarsi con quelli, previsti già nei prossimi mesi, della corrente calda del Nino, una vasta area del pianeta potrebbe essere colpita da una prolungata siccità.

Che soluzioni adottare? Innanzitutto – spiegano gli autori – aumentare la sensibilità e la consapevolezza del problema nelle popolazioni e nei governi locali; quindi introdurre norme che vietino la deforestazione e la coltivazione intensiva di palme nelle immediate vicinanze dei corsi d’acqua e diffondere e sostenere con ogni mezzo iniziative come la Sustainable Palm Oil Platform, che attuano una coltivazione di palme da olio appunto sostenibile e certificata.

 

Agnese Codignola

© Riproduzione riservata

Foto: iStockphoto.com

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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