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Le paleo-diete e la (in)sostenibilità alimentare. Tanta carne e pesce per la dieta alla moda più vecchia del mondo

verdura mediterraneaLe paleo-diete, molto in voga su web e riviste, sono regimi alimentari che si rifanno in modo più o meno rigoroso, all’alimentazione dell’uomo preistorico, definito anche come raccoglitore-cacciatore. L’idea di base, non certo sbagliata, è che il nostro apparato digerente è evoluto, cioè si è adattato per moltissimo tempo in quelle condizioni di alimentazione. Di conseguenza, l’alimentazione tipica dell’uomo raccoglitore-cacciatore sarebbe la migliore per il nostro apparato digerente e per la nostra salute.

 

Le basi generali di queste paleo-diete sono essenzialmente evitare il latte e i suoi derivati, evitare o limitare i farinacei (come pane e pasta, biscotti, dolci e prodotti lievitati), ed in generale evitare tutti gli alimenti che devono subire processi tecnologici (solo la cottura è consentita) prima di essere consumati. Andrebbero quindi evitati tutti i prodotti industriali (dallo zucchero, alle merendine, ai salumi, a tutti i cibi confezionati). Si basano quindi su un largo consumo di verdure e carni (pesce incluso), uova, legumi (non tutti), con aggiunta di frutta fresca e secca.

 

Le diete degli “antenati” vengono proposte con due diverse finalità principali: quella dimagrante, che non poteva mancare, e quella di mantenimento dello stato di salute (vedi Dietapaleo.it), con riferimenti particolari ai portatori di malattie infiammatorie croniche intestinali (come colite ulcerosa e morbo di Crohn, vedi anche Leonardorubini.org). Le caratteristiche dimagranti di si concretizzano nell’eliminazione dei cibi raffinati e dei latticini, riducendo in tal modo le calorie della prima colazione (niente pane, niente biscotti, niente dolci) e anche quelle dei pasti principali, in cui diventa molto difficile abbinare un primo ad un secondo, almeno in senso classico.

 

verduraPer quanto riguarda le malattie infiammatorie croniche intestinali invece, occorre sottolineare che si tratta di patologie di un certo rilievo, che richiedono un intervento farmacologico spesso robusto, e che la sola dieta non può certo essere considerata una terapia. È vero però che l’attenzione per l’alimentazione in questi pazienti sta aumentando e che la ricerca di una dieta che possa migliorare la sintomatologia, o allontanare nel tempo le ricadute cui questi pazienti sono soggetti, è cosa più che legittima.

 

Quanto alle cause della colite ulcerosa o del morbo di Crohn, siamo ancora lontani dall’averle definite. Si tratta quasi certamente di patologie multifattoriali, ma l’incidenza in forte aumento nei paesi industrializzati suggerisce che anche l’ambiente e lo stile di vita (dieta inclusa) possano giocare un ruolo non trascurabile nell’insorgenza della malattia, in soggetti che siano geneticamente predisposti. I pochi studi fatti ed i consigli di alcune società scientifiche suggeriscono però che l’adattamento dietetico dei pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali debba essere di tipo personalizzato, perché è stato osservato che la tolleranza di ciascun paziente ai singoli alimenti può essere anche molto diversificata.

 

r-121202008-dieta-donnaRitornando alle paleo-diete, occorre sottolineare che il paleo-uomo era “programmato” per vivere nella migliore delle ipotesi una quarantina d’anni, periodo non sufficiente a sviluppare la maggior parte delle malattie degenerative dell’adulto e dell’anziano che conosciamo oggi. Inoltre, dobbiamo pur tener conto dei 10.000 anni di storia evolutiva recente, in cui l’uomo ha cambiato alimentazione, diventando agricoltore e anche pastore.

Certo, 10.000 anni in termini evolutivi non sono moltissimi, ma sono stati sufficienti a far si, per esempio, che circa il 50% della popolazione adulta caucasica abbia sviluppato la tolleranza genetica al latte, che certamente non esisteva negli adulti raccoglitori-cacciatori, che avrebbero avuto tutti sgradevoli reazioni bevendone anche solo un bicchiere.

 

Un altro punto da considerare è il rapporto quantitativo tra carne e vegetali, che nelle diete dei raccoglitori-cacciatori era molto variabile: mentre nelle popolazioni nordiche, come gli Inuit, pesce e carne erano le uniche fonti alimentari, nelle popolazioni che vivevano in climi tropicali e subtropicali, la raccolta di verdure, bacche, radici e frutti era certamente quantitativamente importante. In altre parole, potremmo dire che dal punto di vista storico-evolutivo non esisteva una sola paleo-dieta, ma ne esistevano molte, in relazione alle diverse latitudini.

 

r-134156168-carne-crudaL’ultima considerazione, che è forse la più importante, è che non è possibile fare i paleolitici ai nostri tempi, se pur dal solo punto di vista alimentare. La carne in queste paleo-diete viene erroneamente considerata un prodotto che non ha subito modificazioni tecnologiche.

Così non è. Le carni allevate sono prodotti molto diversi da quelle che mangiavano i nostri avi. Solo per fare qualche esempio, sono molto più grasse (e spesso ricche di grassi di bassa qualità) e mostrano spesso tracce più o meno rilevanti di contaminanti, come per esempio la diossina, sulla cui tossicità il dubbio rimane (considerando la possibilità di accumulo di questi inquinanti nel nostro organismo). Quindi introdurre molta carne nella nostra dieta non è in generale una buona idea né per le caratteristiche di questo alimento, né per l’enorme impronta ambientale che ha la sua produzione.

 

L’uomo preistorico viveva una vita breve e c’erano pochissimi uomini sul nostro pianeta: si stima che gli uomini raccoglitori-cacciatori fossero meno di 10 milioni in tutto il pianeta. La paleo-dieta allora era certamente la dieta migliore possibile. Oggi la popolazione mondiale ha superato i 7 miliardi, il consumo di carne è pericolosamente aumentato nei paesi in via di sviluppo e non è più sostenibile agli attuali livelli. In più, noi viviamo mediamente più del doppio degli uomini preistorici, e le patologie che sono tra le maggiori responsabili della morte dell’uomo occidentale moderno, cioè quelle cardiovascolari al primo posto e i tumori al secondo, hanno incidenze decisamente più alte nei forti mangiatori di carne.

 

Complessivamente, pur concordando sul fatto che i cibi eccessivamente (e a volte inutilmente) industrializzati si possano e si debbano evitare, ritengo le paleo-diete utilizzabili solo per periodi di tempo molto limitati (con probabili benefici temporanei in termini di controllo del peso). Ma non sono certamente diete da sposare per anni, con la certezza di essere ecologicamente insostenibili e di aumentare il rischio di incorrere in patologie cardiovascolari e tumorali.

 

Ci hanno insegnato il consumismo alimentare, e lo abbiamo imparato molto bene. È tempo di comprendere l’importanza della sostenibilità alimentare.

 

Enzo Spisni, docente del Master in Alimentazione ed Educazione alla Salute, Università di Bologna.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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