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Gli orti urbani di Detroit: una strategia per rivendicare spazi abbandonati e ricostruire il tessuto sociale

Friendly team harvesting fresh vegetables from the rooftop greenhouse garden and planning harvest season on a digital tabletC’è una città-simbolo per la rigenerazione urbana, grazie al fiorire di orti nei terreni abbandonati dei quartieri spopolati a causa della crisi dell’industria dell’auto: Detroit, negli Stati Uniti. Il cambiamento di modello industriale, che ha avuto conseguenze drammatiche per l’occupazione (con il dimezzamento dei posti di lavoro tra il 1970 e il 2010) e per tutta l’economia della città, che ha dichiarato bancarotta nel 2013, ha portato infatti all’abbandono di enormi aree produttive, diventate una sorta di terra di nessuno per la criminalità e, spesso, fonte di pericolose contaminazioni, e allo spopolamento di interi quartieri. Poi, a partire dai primi anni Duemila, recuperando anche una lunghissima tradizione iniziata alla fine dell’Ottocento, una parte degli spazi residenziali abbandonati è stata adibita a coltivazione urbana, e qualcosa ha iniziato a cambiare, soprattutto via via che la popolazione residente, spesso appartenente alle fasce più deboli e più penalizzate, ne riprendeva possesso. La valorizzazione si è fatta poi più strutturata, con il finanziamento e il lancio di diversi progetti di vario tipo e dimensione che hanno reso la città, appunto, un modello. Ma com’è la situazione reale, al di là dell’immagine? C’è spazio per migliorare? E si possono trarre delle lezioni utili anche per altri contesti urbani?

Per rispondere a queste domande, i ricercatori dell’Università del Michigan insieme a quelli di altre università americane, hanno compiuto una minuziosa analisi di una delle aree più degradate, quella del Lower Eastside, che occupa circa il 10% della superficie della città, e che è molto rappresentativa dei quartieri che più hanno sofferto della de-industrializzazione: il 95% dei suoi abitanti appartiene a una minoranza etnica. Nella zona sono presenti oltre 38.500 lotti, che sono stati valutati in base a una scala che tiene conto di 11 parametri (tra i quali la presenza di luoghi abbandonati, di negozi, di parchi e giardini), per definire quanto ciascuno di essi fosse o meno adatto alla coltivazione. Oltre ai dati sul terreno, riferiti al 2010 e al 2016 (per avere un’idea anche delle tendenze in atto), gli autori hanno raccolto le testimonianze degli abitanti, per capire quale fosse il loro rapporto con gli orti urbani, e alla fine hanno riportato i risultati sulla rivista Cities.

orto tetto coltivare
Detroit è considerata una città-modello per la rigenerazione urbana dopo il crollo dell’industria dell’auto

Nel 2010, nella zona erano presenti 53 zone coltivate, per un totale di poco meno di 2 ettari, solo un terzo dei quali gestiti pubblicamente. Nel 2016, il numero era salito a 89, su una superficie e di 2,5 ettari. Nonostante l’espansione, però, la superficie coltivata non superava l’1% di quella teoricamente disponibile, pari a oltre 700 ettari. Inoltre c’è stato un certo turnover: tra il 2010 e il 2016 14 delle 53 aree coltivate sono state abbandonate, e ne sono nate 50 nuove. Secondo dati più recenti inclusi in un altro studio, nel 2019 se ne sarebbero aggiunte altre 13, per un totale di 102, ma resta comunque un amplissimo margine di crescita. 

Per quanto riguarda la tipologia, i dati dimostrano che sono meglio orti diffusi, piuttosto che concentrati in zone specifiche, per almeno due ordini di motivi. Il primo è relativo ai reali benefici: secondo gli intervistati, infatti, il vantaggio più grande è quello sulla socialità, perché coltivare un terreno in comune con altri residenti aiuta moltissimo a ricostruire un tessuto sociale, a compiere un po’ di movimento all’aria aperta, a sconfiggere solitudine e depressione, e anche a tenere lontano il rischio di gentrificazione, che di solito arriva con la riqualificazione di un quartiere. Se ci sono orti e giardini in più punti, è meno probabile che la zona diventi alla moda e troppo costosa per chi ci viveva anche prima. Tra le motivazioni, il fatto di ottenere cibo buono e prodotto vicino a casa non è tra i primi posti, nelle opinioni dei cittadini (anche se rappresenta un indubbio beneficio per tutta la comunità).

uova, Lavorare nell'orto
In meno dell’1% dell’area teoricamente coltivabile nel Lower Eastside di Detroit sono presenti orti urbani

Gli appezzamenti piccoli, inoltre, espongono di meno il quartiere al rischio di speculazioni, di cui proprio nel Lower Eastside c’è un esempio eclatante. Anni fa, infatti, un giovane investitore lanciò quello che doveva essere il più grande programma al mondo di orti urbani, chiamato Hantz Farm, che doveva estendersi su oltre 8mila ettari. Nel 2013 fu ridimensionato a 58 ettari con 1.900 lotti, diventando Hanz Woodslands, e Hantz ottenne comunque dal comune un’enorme quantità di terreni a prezzi stracciati (300 dollari l’uno), con la promessa di non adibirli mai ad altro che non fosse verde urbano. Tra il 2019 e il 2021 Hantz ha venduto, per 2,8 milioni di dollari, 147 lotti, pari al 10% degli appezzamenti, a investitori che vogliono realizzare grandi complessi edilizi e altro, tradendo gli impegni presi e andando nella direzione che più si temeva: la gentrificazione. Il fatto ha suscitato enormi polemiche e ricorsi, ed è diventato oggetto di un docufilm intitolato Land Grab, ovvero un chiarissimo esempio di land grabbing in una zona urbana: ciò si deve evitare a tutti i costi, secondo gli autori.

A Detroit restano oltre 100mila lotti, la cui superficie eguaglia quella dell’isola di Manhattan. Secondo uno studio del 2010, se fosse tutta coltivata, potrebbe produrre il 75% di verdura e il 40% di frutta necessarie alla città, usando metodi convenzionali (e quindi probabilmente anche di più, ricorrendo a tecnologie moderne).

Ma diversi fattori si oppongono a questo. In primo luogo, la burocrazia e le concessioni sempre temporanee scoraggiano la messa a dimora di coltivazioni relativamente stabili. Poi c’è scarsa informazione tra la popolazione. Infine, manca un piano urbanistico generale che armonizzi gli orti all’interno di una visione generale sul futuro industriale e civile della città (alcuni dei lotti Hanz, secondo la stampa locale, sarebbero stati rivenduti ad aziende collegate alla produzione di auto, tra le quali Stellantis). Senza una programmazione adeguata, sorretta da un impianto normativo specifico, – concludono gli autori – gli orti urbani non sviluppano tutte le loro potenzialità e anzi, possono essere strumentalizzati per altri fini.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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Un commento

  1. -“Senza una programmazione adeguata, sorretta da un impianto normativo specifico, – concludono gli autori – gli orti urbani non sviluppano tutte le loro potenzialità e anzi, possono essere strumentalizzati per altri fini.”
    E infatti. MANCA SEMPRE UNA VISIONE POLITICA che garantisca la pianificazione urbanistica. Altrimenti non accadrebbe che il primo investitore che passa acquista e rivende a immobiliaristi. Evidentemente l’amministrazione comunale non ha fatto la sua parte: vincolare i terreni (e certe volte pure non basta, perchè il vincolo può essere rimosso). Naturalmente, fare comunità con gli orti ha un indubbio valore sociale, ma quel che sembra mancare, è la partecipazione della comunità prima dell’attuazione del progetto. Un progetto sociale non ha “gambe per marciare” se i destinatari del progetto (gli abitanti) non partecipano anche alla fase elaborativa e attuativa del progetto. E’ LI’ CHE COSTRUISCI LA COMUNITA’. E i politici sono attenti a non dimenticarsene di una comunità attiva e partecipante, e ci pensano due volte a svendere i progetti.
    Entrando nello specifico degli orti urbani, al di là dell’importante valore sociale (ma oserei affermare psicosociale) vorrei solo dire due cose.
    1) diffusività degli orti permette forse una migliore gestione dello spazio urbano, tutelandolo anche dalle speculazioni come quella descritta, ma complica i controlli ambientali di qualità del terreno. E’ indubbio infatti che, e qui vengo al punto 2) prima di realizzare gli orti e successivamente sulle produzioni è indispensabile eseguire dei controlli di laboratorio. Si tratta infatti di aree urbanizzate e industrializzate dismesse, e non è raro incontrare dei problemi di inquinamento. Sarei prudente prima di nutrirmi con ortaggi cresciuti in queste aree.

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