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Oli esausti, in Italia la raccolta differenziata e il riciclo sono ancora troppo poco diffusi. Il dossier

Friggitrice piena di olio bollente durante frittura delle patatineIn Italia il riciclo degli oli esausti fa ancora fatica a decollare. Un po’ per la scarsa informazione dei consumatori che non sanno come smaltirlo correttamente, un po’ perché in troppi comuni i punti di raccolta sono ancora pochi o inesistenti, solo il 5% degli oli immessi sul mercato viene avviato al recupero. A fare il punto della situazione ci pensa il dossier Scusa, mi ricicli l’olio? realizzato da EconomiaCircolare.com, con il contributo di Junker, l’app per la raccolta differenziata.

Secondo i dati dei due consorzi che si occupano della raccolta degli oli esausti, Conoe e RenOils, nel 2020 in Italia sono state prodotte 290mila tonnellate di oli e grassi alimentari esausti, circa il 20% in meno rispetto all’anno precedente, a causa della pandemia. Di questi, il 38% arriva da ristorazione e industria, settori obbligati per legge alla raccolta e allo smaltimento, ma il restante 62% deriva dall’uso domestico: ed è questo che in gran parte viene disperso. Fino a poco tempo fa, infatti, i comuni non consideravano l’olio esausto come rifiuto e non si preoccupavano di organizzare un servizio di raccolta, né di informare i cittadini del corretto sistema per smaltire l’olio della frittura e quello che rimane sul fondo della scatoletta di tonno. Ora però le cose stanno cambiando e in molti comuni si possono trovare i bidoni per il conferimento di questi rifiuti.

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Grafico tratto dal dossier “Scusi, mi ricicli l’olio?“ di EconomiaCircolare.com e Junker app, su dati Conoe e RenOils

Secondo i dati raccolti da Junker app con la collaborazione dei suoi utenti, in tutta Italia sono presenti circa 1.500 punti di raccolta degli oli esausti, solo uno ogni 39mila abitanti. Inoltre la loro distribuzione sul territorio resta molto disomogenea. Se a Roma, c’è un bidone dedicato ogni 60mila abitanti, a Verona ce n’è uno ogni 32.500. A Foggia invece non ce n’è. E quando i cittadini non hanno la possibilità di smaltire l’olio correttamente, né conoscono i danni che provoca lo sversamento nelle acque per mancanza di informazione, è quasi inevitabile che gran parte degli oli esausti finisca giù per gli scarichi di lavandini e WC: secondo i dati di uno studio Cnr e Ispra si tratta di 1.200 tonnellate al giorno.

La dispersione degli oli esausti nell’ambiente e in particolare nelle acque è estremamente dannosa. I grassi alimentari possono danneggiare gli impianti di depurazione delle acque, aumentando i costi di gestione, e nelle reti fognarie possono formare delle ostruzioni che in caso di eventi meteorologici estremi possono favorire la tracimazione delle acque reflue. Nei corsi d’acqua, nei laghi e nei mari, questi rifiuti possono provocare danni agli ecosistemi e, se riescono a infiltrarsi fino alle falde, possono inquinarne le acque. Anche i terreni sono a rischio: gli oli e i grassi rendono impermeabile la terra formando uno strato in cui i nutrienti non riescono ad accumularsi. 

Attualmente i due consorzi riescono a raccogliere appena 80mila tonnellate di oli esausti, a fronte delle 230-240mila tonnellate che si potrebbero realisticamente raccogliere e avviare al riciclo. La principale destinazione di questi rifiuti è la produzione di biocarburanti, ma potrebbero essere utilizzati anche per la produzione di bio-lubrificanti, per la co-generazione energetica e per la realizzazione di cosmetici. Oggi, solo per soddisfare il fabbisogno di materia prima di per la produzione di biocarburanti, l’Italia è costretta a importare migliaia di tonnellate di oli esausti dall’estero, mentre altrettante finiscono giù per gli scarichi, provocando un danno economico e ambientale incalcolabile.

Per scaricare il dossier completo clicca qui.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, AdobeStock, dossier Scusa, mi ricicli l’olio?

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Roberto La Pira

  Giulia Crepaldi

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