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Troppe calorie nelle maxi porzioni servite in ristoranti e fast-food. Bisogna dire basta. Il documento del JRC di Ispra

È guerra alle porzioni esagerate di cibi e bevande, accusate dagli esperti di sanità pubblica di essere una delle cause di obesità e sovrappeso. Quando si parla di chili di troppo ci sono diversi fattori da esaminare (ambientali, genetici, socio-economici) ma una cosa è certa: concedersi regolarmente porzioni maxi di pizza, hamburger o bibite aumenta il rischio di ingrassare. Scegliere una porzione più grande significa assumere più calorie, perché quando il piatto è pieno si mangia di più. È un’associazione che tutti conosciamo, ma non sempre si è consapevoli, anche perché le porzioni esagerate hanno il “potere” di far sottostimare quanto si ingerisce davvero.

 

Lo racconta bene Marion Nestle, docente alla New York University e considerata una tra i massimi esperti di nutrizione, nella rubrica Nutrionist’s Notebook inaugurata da poco sul giornale studentesco “Washington Square News”.

 

Qualche anno fa, una sua collaboratrice ha chiesto agli studenti di indovinare il numero di calorie contenute in un bicchiere piccolo di Coca Cola alla spina, e nel bicchiere più grande a disposizione (8 volte più capiente). La studiosa si aspettava che per il bicchiere grande gli studenti moltiplicassero per 8 il valore delle calorie, ma non è andata così. Gli studenti moltiplicavano il valore al  massimo per 3, ritenendo impossibile che una bevanda contenesse tutte quelle calorie. Alla luce dei risultati Nestle conclude dicendo che «Se potessi insegnare una sola cosa sulla nutrizione, spiegherei  agli studenti quante calorie in più contengono le porzioni maxi».

 

Per Nestle, il nemico numero uno è però  il «sistema», visto che ristoranti, mense e fast food propongono spesso porzioni enormi. Secondo quanto riportato dal Dipartimento di salute e igiene mentale della città di New York (vedi link e relativo articolo), «negli ultimi 50 anni le dimensioni di una porzione di bevanda zuccherate sono quadruplicate e quelle delle patatine triplicate. Così, può succedere tranquillamente che un singolo pasto contenga più calorie di quelle necessarie per tutta la giornata». Senza parlare delle situazioni (che cominciano a diffondersi anche da noi) dove si propone la formula All you can eat: si paga una cifra fissa (relativamente bassa) e si può mangiare a volontà.

 

«Mi piacerebbe che i proprietari di ristoranti applicassero invece uno sconto  alle porzioni più piccole, ma non c’è verso», scrive Nestle. «Dicono che un’iniziativa del genere li butterebbe fuori dal mercato». Il primo passo nella lotta contro maxi-piatti e maxi-bicchieri deve quindi partire dai consumatori. Se si mangia fuori casa – consiglia Nestle, è meglio puntare sugli antipasti piuttosto che su piatti completi, ordinare le porzioni più piccole (anche se in proporzione risultano più costose) e dividere con gli amici quelle extra-large. Se invece il pasto si consuma a casa è meglio usare piatti di piccole dimensioni.

 

Per sensibilizzare i cittadini, il Dipartimento newyorkese ha da poco lanciato una campagna schock, che mette in relazione l’aumento delle porzioni con l’aumento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, condizioni che – come illustrato dalle immagini della campagna – possono comportare conseguenze molto serie per la salute.

 

Il problema non è solo americano. Di porzioni eccessive e della necessità di ridurle si è parlato anche in un workshop tenuto lo scorso settembre al Joint Research Centre (braccio scientifico e tecnico dell’Unione europea) di Ispra, sul lago Maggiore, e dedicato ai contributi che la scienza può offrire ai policy makers per aiutarli ad affrontare le sfide dell’Europa in ambito nutrizione.

 

L’incontro era rivolto in particolare a esperti di una serie di paesi non appartenenti all’Unione, ma contemplati nel processo di allargamento e integrazione: Svizzera, Turchia, Croazia, Montenegro, Serbia, Macedonia, Islanda. Dall’incontro è emerso che tutti i partecipanti registrano livelli allarmanti di obesità e sovrappeso (in alcuni casi ne è affetto il 50-60% della popolazione) e concordano sulla necessità di insistere sulla prevenzione.

 

Tra i settori su cui lavorare è stato indicato quello delle porzioni, puntando su 4 linee di intervento: ridurre le quantità di cibo contenuto nei prodotti confezionati e quello servito nelle mense e nei ristoranti, diminuire le dimensioni dei piatti e proporre diciture ed etichette, dove si indica quanto tempo di un’attività fisica serve per smaltire la quantità di calorie introdotte dal consumo di quel prodotto.

 

Valentina Murelli

  Agata Deppieri

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Un commento

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    non mi risulta che i ristoranti obblighino la gente ad abbuffarsi…