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L’obesità dipende dalla qualità del cibo piuttosto che dalla quantità di attività fisica

ObesitàCiò che fa prendere peso ai ragazzi non è tanto la quantità di attività fisica quanto, piuttosto, la qualità di ciò che mangiano. La dieta riacquista un ruolo assolutamente centrale, nonostante da anni le aziende che producono junk food e in generale cibo industriale stiano cercando in ogni modo di far passare il messaggio che il fattore determinante, per il peso, è il movimento. Lo dimostra, in modo difficilmente contestabile, uno studio pubblicato sul Journal of Nutrition dai ricercatori della Duke University di Durham, in North Carolina, e dell’Università San Francisco di Quito, in Ecuador, che hanno verificato le abitudini e il peso di due gruppi di una quarantina di ragazzini di età compresa tra i 4 e i 12 anni, originari della stessa tribù amazzonica, in parte rimasti nelle zone più rurali, dove si vive ancora di caccia, coltivazioni domestiche e pesca, e in parte andati a vivere in aree periurbane.

I ragazzi sono stati sottoposti periodicamente alla misurazione del peso, a una valutazione dello stato del sistema immunitario (con un prelievo di sangue dal dito), a un monitoraggio della quantità di attività fisica svolta (grazie ad appositi devices da indossare tutto il giorno, e con la misurazione di parametri biologici specifici quali l’attività respiratoria durante il sonno, o il consumo di acqua dell’organismo, associato a quello di energia) e a un controllo della dieta abituale, e i risultati sono stati molto chiari. In particolare:

• I bambini periurbani avevano in media il 65% di grasso corporeo in più rispetto ai bambini delle aree rurali; più di un terzo dei bambini periurbani era in sovrappeso, rispetto a zero bambini delle aree rurali.

• I bambini periurbani mangiavano prodotti acquistati nei supermercati in quantità più che quadrupla rispetto agli altri.

• I bambini periurbani e rurali avevano livelli simili di attività fisica.

• A riposo, i bambini periurbani consumavano 108 calorie al giorno in meno rispetto agli altri. A questo corrispondeva una diminuzione dell’attività del sistema immunitario compresa tra il 16 e il 47%

• L’urbanizzazione, l’attività fisica e quella del sistema immunitario non avevano avuto alcun effetto rilevabile sul dispendio energetico complessivo dei bambini, che consumavano all’incirca lo stesso numero di calorie dovunque fosse la residenza.

• I cambiamenti nel consumo di alimenti industriali, ma non quelli nel dispendio energetico giornaliero, sono risultati collegati al grasso corporeo.

L’obesità dipende dalla qualità del cibo piuttosto che dalla quantità di attività fisica

Il tasso di bambini in sovrappeso od obesi del paese è salito dal 4% del 1975 al 18% del 2016. Le cause come dimostra questo studio che, per la prima volta mette a confronto bambini con lo stesso patrimonio genetico, ma con abitudini alimentari diverse, sono da ricercare nell’aumento esponenziale di alimenti industriali consumati, perché tutti gli altri parametri, anche quando cambiano, non sembrano avere impatto.

Ora nei programmi del due team di ricercatori c’è il monitoraggio della salute di tutti i ragazzi nel tempo, e l’approfondimento di alcuni aspetti specifici. Il ruolo del cibo nei più giovani è stato poi anche al centro di un altro studio, uscito negli stessi giorni, e relativo al comportamento alimentare di ragazzi del tutto diversi: quelli canadesi, sui quali è stato studiato l’effetto del lockdown. I ricercatori dell’Università di Saskatchewan hanno seguito da vicino 125 studenti e neolaureati della loro università e dell’Università Regina, di cui erano disponibili anche dati del periodo prepandemico, obbligati a prepararsi da soli i pasti per la chiusura delle mense, per controllare eventuali cambiamenti nelle abitudini, e hanno scoperto che alcuni degli indici principali vanno tutti in una stessa direzione: quella di un peggioramento.

Come riferito su Applied Physiology, Nutrition and Metabolism, infatti, nei quattro mesi di osservazione c’è stata una diminuzione generale del cibo fresco, e cioè un 45% in meno di frutta e verdura, un 44% in meno di latte e derivati, un 20% di carne, e anche un calo nei consumi di tè e caffè. Ma a questo calo è corrisposto un aumento del consumo di alcol e un decremento dell’attività fisica, con un modesto 9,6% di ragazzi che ha rispettato le linee guida canadesi sulla necessità svolgere almeno 150 minuti di sport alla settimana, contro il 16% dei mesi pre-pandemici. Anche coloro che sono riusciti a muoversi per almeno 150 minuti, nel 90% dei casi, hanno passato il resto del tempo seduti: in media per 11 ore al giorno, contro le tre di prima.

Il timore è che si instaurino pericolose abitudini alimentari, difficili da sradicare. L’appello è quello di fare il possibile per riportare gli studenti nelle classi e tornare a permettere loro di praticare sport, sia pure con tutte le cautele del caso, anche per evitare che a tutto il resto si aggiungano i danni di un consumo crescente di alcolici, e quelli di una dieta squilibrata e incentrata su cibi pronti.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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3 Commenti

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    Chiedete al signor Gianni quali sono i difetti metodologici, io ne ho trovati almeno tre, ma a chi giova?

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    Questi studi su piccoli numeri non mi prendono poi così tanto, e non ho idea di quali possano essere i difetti prontamente individuati invece dal signor Giovanni che sicuramente ha intelligenza schematica collaudata di analisi che a me manca.
    Però alcune curiosità al riguardo dello studio amazzonico le ho, per esempio da quanto tempo le due parti della tribù si sono separate? perchè l’azione dell’epigenetica ( alimentazione, ambiente, stress sociale, benessere finanziario) pur avendo contorni ancora da chiarire è fondamentale nel funzionamento di tutti i parametri vitali, i due gruppi hanno stessa genetica ma funzionano intimamente in maniera molto diversa proporzionalmente al tempo di separazione.
    Questi bambini esaminati poi sono piccoli, sicuramente non si cucinano i pasti da soli,quindi seguono le abitudini genitoriali non note, non si sa nulla se non che si approvvigionano diversamente e consumano quantità di cibi trasformati in percentuali diverse .
    Il conteggio dei leucociti ( che è uno degli indicatori del sistema immunitario oltre a ves,immunoglobuline e altri) è un vecchio cavallo di battaglia contro i cibi pesanti-complicati-trasformati , la leucocitosi digestiva temporanea non è a costo zero , non viene molto trattata ma esiste e fisicamente fa consumare molte energie anche stando spaparazzati sul divano, quindi il consumo energetico è poco indicativo, un fisico snello, allenato e ben alimentato camminando o facendo attività leggere consuma meno di un fisico sovrappeso od obeso immobile e impegnato in digestione lunga e difficile. Anche il bilancio dell’acqua sia consumata che presente nei tessuti è diversa nelle categorie di normopeso o sovrappeso, e il bisogno di ossigeno pure.
    Mi arrendo e spero vivamente che il signor Giovanni ci illumini ….. in ogni caso posso essere quasi d’accordo con il senso indiziario del primo studio ma continuo a pensare che il sovrappeso sia causato da un insieme di fattori e non da un singolo elemento prevalente.

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    Riguardo al secondo studio, quello canadese pone problematiche molto diverse da quello amazzonico anche se il tema è simile.
    A me sembra che i laureandi e laureati canadesi, quindi persone culturalmente avanzate, non abbiano una grande considerazione delle norme e dei vantaggi della buona alimentazione.
    Si dirà ” sono giovani, che cosa gliene frega di mangiare sano e naturale?”…così si pensa anche da noi, sottoposti a bombardamento mediatico non hanno tempo neanche in tempi di confinamento di sbucciarsi una mela o una banana, di prepararsi una insalata o cucinarsi qualche verdura al vapore, o forse addirittura non ne sono capaci…..risultato meglio panini-pizze o qualche vaschetta già preparata da scaldare al microonde,…. veramente deprimente.
    Molto più intrigante è l’aspetto depressivo del distanziamento fisico imposto dalle autorità per cercare di limitare i contagi, su cui non si è meditato abbastanza.
    L’immobilismo creato dalle restrizioni e il pessimismo indotto dal martellamento infinito di tutte le fonti di informazione riguardo al nemico invisibile hanno portato soprattutto i giovani a sfogare la frustrazione adottando alcuni comportamenti e consumando prodotti negativi per la salute, che poi a loro volta creano insane abitudini e dipendenze, ma questa è un’altra storia.
    E altra riflessione… recupereremo la socialità perduta o rimarremo semiparalizzati dalle prossime future minacce….ma questo è fuori tema.