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Con l’obesità crescono i guadagni di Big Pharma: sei nuovi farmaci in arrivo tra USA, Europa, Cina e Giappone. L’articolo di Valori

ospedale medico misura girovita paziente obeso obesita sovrappesoContinua a crescere il tasso di obesità nel mondo e con esso le spese sanitarie legate alle patologie croniche associate all’eccesso di peso. Così come i guadagni dell’industria farmaceutica, impegnata nello sviluppo di nuovi farmaci per il trattamento dell’obesità. Ne parla un articolo di Corrado Fontana, pubblicato originariamente sulla rivista Valori.

L’obesità è l’ennesimo capitolo di un sistema globale del cibo sempre più distorto. Un capitolo che, sul modello delle economie più ricche, si diffonde anche e soprattutto in Africa, nei Paesi in via di sviluppo e nelle economie in crescita (Cina in primis). E così le multinazionali del farmaco battono cassa: per loro, che sulla cura dell’obesità puntano moltissimo, le prospettive di mercato sono enormi.

L’obesità è infatti riconosciuta come una patologia cronica, con genesi spesso multifattoriale. È definita come la condizione clinica caratterizzata da un indice di massa corporea (IMC o, in inglese, BMI) uguale o superiore a 30 (kg/m2). E in base al BMI può essere distinta in obesità di I grado (BMI 30-35), di II grado (BMI 35-40) o di III grado (severa, BMI>40).

Secondo uno studio del 2015, dal 1980 la prevalenza dell’obesità è raddoppiata in più di 70 paesi. Il numero di persone obese è pressoché triplicato dal 1975. E nel 2016 più di 1,9 miliardi di adulti, dai 18 anni in su, erano sovrappeso (ovvero con IMC compreso tra 25 e 29,99). Di questi oltre 650 milioni erano obesi. Già oggi sarebbero però oltre 700 milioni. E anche l’obesità infantile è in aumento.

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Proiezione di crescita dei tassi di obesità entro il 2030 nei paesi Oecd (Fonte: Obesity Update 2017)

Uno scenario globale preoccupante visto che la persona obesa ha un rischio più elevato di sviluppare malattie croniche come il cancro al seno, dell’endometrio, del colon, il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari e soffrire di disturbi muscoloscheletrici. Un problema per l’individuo, naturalmente, ma anche per la collettività, se si pensa che secondo l’American Heart Association solo gli USA spendono circa 190 miliardi di dollari l’anno in spese mediche legate al peso.

Tant’è che diverse grandi aziende farmaceutiche stanno sviluppando nuovi farmaci anti-obesità. Cioè sostanze o associazioni di sostanze che aiutano a ridurre la massa corporea, perlopiù inibendo il senso di fame o aumentando il consumo di calorie. Secondo la società di analisi del mercato GlobalData sarebbero ben 253 quelli nelle varie fasi di sviluppo.

E i giganti di Big Pharma dovrebbero lanciarne sei entro il 2026 sugli otto mercati principali, ovvero gli Stati Uniti, i “magnifici cinque” in Europa (Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito), il Giappone e la Cina. Attualmente i farmaci approvati dai principali organismi autorizzativi competenti non sarebbero che una manciata: sei dalla FDA (Food and Drug Administration) sul mercato statunitense, due dall’EMA(European Medicines Agency), uno solo dalla Pharmaceuticals and Medical Devices Agency in Giappone e due farmaci dalla China Food and Drug Administration.

Dal punto di vista economico, si parla di previsioni di crescita che – sempre per quanto riguarda i mercati principali – vedrebbero un incremento straordinario del valore delle vendite. Da poco più di 400 milioni di dollari l’anno nel 2012 a una stima vicina agli 8,5 miliardi di dollari nel 2022.

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I farmaci contro l’obesità nelle varie fasi di sviluppo prima della commercializzazione (Fonte: Global Data)

Stando alle analisi del rapporto di previsione 2017-2023 di Analytical Research Cognizance, il mercato globale dei farmaci contro l’obesità registrerà un tasso annuo di crescita composto (CAGR) del 20,9%. Una corsa al profitto con i soliti noti a spartirsi la torta: Sanofi, AstraZeneca, F. Hoffmann La Roche, GlaxoSmith Kline, Orexigen Therapeutics, Boehringer Ingelheim, Merck & Co, Novo Nordisk, Pfizer.

Ma come nasce un farmaco? La molecola chimica che aspira a diventare un medicinale è sottoposta a una lunga serie di studi, condotti prima in laboratorio e su animali e poi sull’uomo. Queste ricerche, la cui durata oscilla in genere tra i sette e i dieci anni, sono a carico del “proprietario” del farmaco (il più delle volte un’industria farmaceutica) e si articolano in diverse fasi: studi “in vitro” e “in vivo” sugli animali (sperimentazione preclinica) e studi cosiddetti di fase 1, di fase 2 e di fase 3 eseguiti sull’uomo (sperimentazione clinica).

  • La fase 1 della sperimentazione del principio attivo sull’uomo ha lo scopo di fornire una prima valutazione della sicurezza e tollerabilità del medicinale.
  • Nella fase 2 (terapeutico-esplorativa) comincia a essere indagata l’attività terapeutica del potenziale farmaco, cioè la sua capacità di produrre sull’organismo umano gli effetti curativi desiderati.
  • Lo studio di fase 3 (o terapeutico-confermatorio) si svolge su centinaia o migliaia di pazienti “arruolati” e mira a valutare l’efficacia del farmaco sui sintomi, sulla qualità della vita o sulla sopravvivenza, in confronto con un placebo (sostanza priva di efficacia terapeutica), con altri farmaci già in uso, o con nessun trattamento.

Se la sostanza supera tutte le fasi precedenti è possibile richiederne la registrazione e l’autorizzazione alla commercializzazione.

Corrado Fontana – Valori

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4 Commenti

  1. Ammesso e non concesso che non è compito delle Big Pharma fare prevenzione nel campo del sovrappeso, sembra molto più conveniente per loro vendere farmaci-coperchio quando il problema sconfina nel campo delle obesità patologiche.
    E’ impressionante osservare l’andamento incrementale e diffuso nel grafico riportato e di come il problema sia generale e trasversale in tutto il mondo occidentale, mentre non mi risulta ci siano questi problemi nei paesi dell’est ed orientali.
    Per comprendere le cause e non solo tentare di metterci sopra un coperchietto farmacologico speculativo, serve mettere in seria discussione lo stile di vita alimentare degli ultimi 20/30 anni in tutto l’occidente, “ricco” di tutto ma non di saggia prevenzione.

  2. Maria Letizia Petroni

    Mi spiace che anche nella comunità scientifica vi sia ancora la percezione che l’obesità non sia una malattia con una significativa componente genetica ed avente alterazioni fisiopatologiche multiple sia nella regolazione dei meccanismo di fame-sazietà che di omeostasi energetica e dell’adipogenesi.

    Siamo d’accordo sul fatto che le condizioni ambientali e la adesione ad un corretto stile di vita possano attenuare (ma non eliminare) l’espressione fenotipica della malattia ma questa rimane pur sempre una malattia e rimanere al vecchio pregiudizio “mangia di meno e muoviti di più” e indirettamente suggerire che il paziente affetto da obesità non meriti lo sviluppo di terapie farmacologiche efficaci a lungo termine e sicure così come avviene i pazienti affetti da altre malattie croniche rappresenta l’ennesima discriminazione verso questi pazienti, per i quali al momento l’opzione principale rimane la chirurgia bariatrica sempre più diffusa nel nostro Paese con numeri annuali a cinque cifre.

    • Pur concordando con l’origine genetica predisponente alle obesità patologiche, devo osservare che queste sono statisticamente e drammaticamente aumentate negli ultimi decenni e quasi esclusivamente nel mondo occidentale “ricco” e sedentario.
      Questo oggettivamente fa pensare ad un maggiore impatto dello stile di vita alimentare moderno ed anche di vita con sedentarietà prevalente.
      Un mix che ha fatto esplodere le predisposizioni genetiche e famigliari latenti e che ritengo prevalentemente programmate nell’età dello sviluppo e formazione della costruzione individuale e patrimoniale degli adipociti.
      Ci sono poi le patologie psicologiche da dipendenza anche da cibo, che sono altra cosa e che richiedono terapie di sostegno oltre che farmacologiche.

  3. “Per la maggior parte delle persone che vivono con l’obesità, il trattamento dello stile di vita non è semplicemente abbastanza efficace, almeno non come strategia a lungo termine nella vita reale”[1]. Che nel 2019 ci possa essere ancora qualcuno che pensi che un paziente obeso possa mantenere un calo di peso, seppur minimo, perché ha “imparato a mangiare e a fare esercizio fisico” è risibile. Non esiste nessuno studio controllato che non dica l’esatto contrario. Sostenere ciò è un insulto alle persone obese che devono essere considerate quello che sono: pazienti affetti da una malattia cronica, grave e recidivante. Che hanno bisogno di tutto il supporto possibile, anche farmacologico, per poter vivere una vita accettabile. La discriminazione di questi cittadini, oggi, non è più ammissibile.

    1. Sharma A.M. An Obesity Manifesto: Debunking the Myths. Medscape. February 23, 2017. (https://www.medscape.com/viewarticle/875964. Ultima visita: 26 ottobre 2018).