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Metalli pesanti, pesticidi, Pfas & co.: le sostanze chimiche che inquinano le nostre acque. Il rapporto di Legambiente

Male scientist hold in arm empty vials closeupPer decenni, fiumi, laghi, acque marine costiere e falde sotterranee sono stati usati come mezzo per smaltire i reflui industriali, agricoli e zootecnici. Ma ancora oggi tonnellate di sostanze chimiche, metalli pesanti e pesticidi vengono emesse nelle acque più o meno legalmente, tanto che, in soli 11 anni, nei corpi idrici italiani sono state riversate oltre 5.600 tonnellate di sostanze chimiche. Ce lo ricorda il rapporto H2O – La chimica che inquina l’acquada poco pubblicato dall’associazione ambientalista Legambiente.

Secondo un rapporto tecnico del Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea, l’inquinamento chimico delle acque è uno dei principali problemi ambientali nel mondo: al mondo esistono ben 131 milioni di sostanze chimiche registrate, ma solo poco meno di 390 mila sono regolate in qualche modo. Tra queste ultime, figurano molte delle 2.700 sostanze definite come “potenzialmente contaminanti”, perché potrebbero avere effetti negativi su ambiente e salute.

Tra il 2007 e il 2017, secondo il registro integrato delle emissioni inquinanti prodotte dalle industrie europee (European pollutant release and transfer register, o E-Prtr), gli impianti industriali italiani hanno riversato nelle acque ben 5.622 tonnellate di sostanze chimiche. Se questi numeri fanno impressione, non bisogna dimenticare che si tratta solo dei composti emessi nelle acque legalmente, cioè in quantità autorizzate.

L’81% delle emissioni è costituito dai metalli pesanti (4.565 tonnellate), soprattutto zinco, nichel e rame. Segue la categoria delle “altre sostanze organiche” (852,8 tonnellate), che rappresenta il 15% delle emissioni registrate e comprende ad esempio fenoli e nonilfenoli. Ci sono poi 192,8 tonnellate di sostanze organiche clorurate (3%), come composti organici alogenati, tri- e diclorometano, e per finire i pesticidi (0,2%, pari a 11,5 tonnellate), soprattutto esaclorocicloesano, Aldrin e Dieldrin.

agricoltura campi fiume acqua
Secondo un report dell’Agenzia europea dell’ambiente il 46% dei corpi idrici superficiali europei non è in buono stato chimico

Non è una questione esclusivamente italiana. Secondo un report del 2018 dell’Agenzia europea dell’ambiente, il 46% dei corpi idrici superficiali europei non è in buono stato di salute chimica, principalmente a causa di tre categorie di sostanze: il mercurio e i suoi composti, gli idrocarburi policiclici aromatici e i polibromurati difenile.

Ma a contribuire al cattivo stato delle acque ci sono anche i cosiddetti “contaminanti emergenti”, cioè quelle sostanze che potrebbero avere effetti avversi su ambiente e salute, finite sempre più spesso sotto la lente di ingrandimento di controllori e mondo scientifico. Le principali categorie di sostanze emergenti, che la Commissione europea raccoglie dal 2013 in una Watch List aggiornata periodicamente, sono rappresentate dai prodotti farmaceutici, ad uso umano e veterinario, ma anche fitofarmaci, i pesticidi di nuova generazione, gli additivi plastici, i cosmetici e i nuovi ritardanti di fiamma.

A proposito di contaminanti emergenti, dal 2016, in Italia, l’Ispra e le Arpa eseguono un monitoraggio delle sostanze incluse nella Watch List europea (soprattutto farmaci, ormoni, pesticidi e principi attivi delle creme solari). Fino al 2018, sono state condotte 124 campagne su tutto il territorio italiano, che hanno portato in laboratorio un totale di oltre 1.500 campioni di acque. I risultati di queste indagini hanno rilevato che, in generale, la maggior parte delle sostanze riscontrate sono vicine o al di sotto dei limiti. Ci sono però alcune eccezioni, come l’antinfiammatorio diclofenac, gli antibiotici azitromicina e claritromicina, e l’insetticida neonicotinoide imidacloprid, che nelle acque raggiungono concentrazioni nell’ordine delle centinaia di nanogrammi/litro

Pfas
Il glifosato è piuttosto diffuso nelle acque delle regioni che effettuano il monitoraggio dell’erbicida

Legambiente, nel suo rapporto, raccoglie anche 46 storie italiane di inquinamento delle acque seguite dall’associazione nel corso degli anni, più alcuni casi particolari. Come quello della contaminazione da glifosato, molto diffusa in tutte le regioni che ne effettuano il monitoraggio: in Lombardia, Piemonte, Sicilia, Toscana e Veneto il controverso erbicida era presente nel 68% delle acque superficiali analizzate, e proprio il glifosato e il suo metabolita Ampa erano responsabili del superamento dei limiti di pesticidi rispettivamente nel 24% e nel 48% dei casi. In Emilia-Romagna, che ha iniziato a tenere sotto controllo i livelli di glifosato nelle acque solo a metà del 2018, ben 44 stazioni di rilevamento su 50 superano il limite cautelativo.

Un altro caso emblematico da non dimenticare è quello dell’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche), composti usati per la realizzazione di numerosi prodotti, come tessuti impermeabili e pentole antiaderenti. Nel 2011 in Veneto è stata riscontrata una contaminazione da Pfas nelle acque del bacino Agno Fratta Gorzone che interessa un’area di 180 km quadrati tra le province di Vicenza, Verona e Padova (ma in continua espansione) e circa 300 mila persone.

Ma la contaminazione da Pfas non si limita al Veneto. Ad Alessandria, per esempio, c’è il caso del cC604, un composto della categoria dei Pfas prodotto nel Polo Chimico di Spinetta Marengo, che ha contaminato i fiumi Bormida e Tanaro, e da qui ha raggiunto la falda acquifera e il Po. In Lombardia, invece, un monitoraggio di Arpa su Pfos (acido perfluorottansolfonico) e altri cinque Pfas ha rilevato una contaminazione particolarmente estesa. Il Pfos è stato trovato oltre allo standard di qualità nell’80% dei campioni di acque superficiali e nel 51% di quelli prelevati dalle acque sotterranee.

Per leggere il rapporto di Legambiente clicca qui.

© Riproduzione riservata

  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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Un commento

  1. Avatar

    Essendo tutti ( più o meno ) corresponsabili della situazione non esistono ricette per sopravvivere se non una collaborazione globale a chiudere i rubinetti dei veleni, a ripulire e rigenerare.
    Ma come si fa se le attività tutte ( quasi) che sostengono e sfamano le popolazioni si basano sull’uso e l’abuso di determinate sostanze?
    C’è chi ritiene che con la tecnologia biologica si potrà presto sfamare e ripulire gradatamente il pianeta, vedremo presto l’applicazione di queste scoperte, ma se non si frena l’aumento delle popolazioni e non si raggiunge una maggiore giustizia sociale non credo ci saranno miglioramenti.
    Tutti gli speculatori , i lupi e gli avvoltoi finanziari , gentilmente chiamati finanziatori e filantropi, attuali faranno molto presto, anzi credo l’abbiano già fatto , a volgere le loro mire sui nuovi “campi” da coltivare e ci saranno torme di popolazioni sempre più numerose ( il classico parco buoi della finanza) erranti e infelici proprio come ora.
    E noi continueremo a mettere sugli scudi la frase di Paracelso senza riflettere che la dose fatale è molto vicina , sempre più vicina.
    E’ straordinario come un principio enunciato in pieno Medioevo possa essere sfruttato genialmente dalle industrie per indurci a ingurgitare veleni ; inizialmente piccole dosi ma bioaccumulabili, ma è ancora più straordinario che chi ripete questa frase pensi di dire una cosa buona e giusta.