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La morte improvvisa di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvenuta all’Ospedale Cardarelli di Campobasso dopo un rapido e devastante collasso clinico, continua a sollevare interrogativi. Un quadro drammatico, caratterizzato – secondo quanto riferito – da gravi danni epatici, che appare sempre meno riconducibile a una generica tossinfezione alimentare “classica”, ipotesi che nei primi giorni ha dominato il racconto mediatico senza però il supporto di riscontri ufficiali.

Nel frattempo, l’indagine giudiziaria procede sul terreno degli accertamenti tecnici. Campioni di farina provenienti dal mulino di famiglia sono stati sequestrati e inviati per le analisi all’Istituto Spallanzani. Si tratta di esami complessi, di natura chimica e tossicologica, i cui risultati – secondo quanto trapela – potrebbero richiedere 30–60 giorni. Un arco di tempo compatibile con analisi mirate alla ricerca di più classi di sostanze, e non soltanto di un singolo contaminante.

Campobasso abitazione e mulino della famigia
Campobasso abitazione e mulino della famiglia Di Vita

Oltre le analisi di Campobasso

Quando si indaga su un sospetto avvelenamento o su un’intossicazione grave legata ad alimenti, i protocolli di laboratorio non si limitano a verificare una sola ipotesi. Oltre ai referti ospedalieri di Campobasso Le analisi possono includere: ricerca di rodenticidi (i cosiddetti topicidi), screening per contaminanti chimici, indagini su tossine naturali, verifiche microbiologiche. Ad oggi, va ribadito, non esistono comunicazioni ufficiali sugli esiti di questi accertamenti. Tutte le ipotesi restano tali.

Topicida: un’ipotesi investigativa che non spiega tutto

Tra le piste circolate nelle ultime ore vi è quella di un possibile avvelenamento da topicida. Dal punto di vista tossicologico, però, i principali rodenticidi di uso comune – in particolare quelli anticoagulanti – provocano soprattutto emorragie interne, disturbi della coagulazione e sanguinamenti diffusi. Il danno epatico acuto isolato, soprattutto con un decorso così rapido, non rappresenta il quadro clinico più tipico. Un elemento che rende questa ipotesi, almeno sul piano medico, tutt’altro che risolutiva.

Altre sostanze

È qui che il caso di Campobasso si sposta su un terreno più complesso. Un’insufficienza epatica acuta e rapidamente fatale orienta infatti verso un numero ristretto di sostanze fortemente epatotossiche, alcune delle quali di origine alimentare. Tra le ipotesi teoriche note nella letteratura scientifica del tossicologo ci sono.

Microcistine, tossine prodotte da cianobatteri, che possono accumularsi in molluschi bivalvi filtratori come vongole e cozze provenienti da acque contaminate. Si tratta di sostanze termostabili, non eliminate dalla cottura, capaci di provocare necrosi epatica acuta.

Amanitine, le tossine di alcune specie di funghi del genere Amanita, responsabili di insufficienza epatica fulminante. Un’ipotesi possibile in astratto, ma che di solito presenta un decorso clinico caratteristico e viene riconosciuta rapidamente dai centri antiveleni.

Aflatossine, micotossine prodotte da muffe come Aspergillus flavus in cereali e farine conservati in condizioni non idonee. L’aflatossicosi acuta è documentata soprattutto in Paesi con gravi problemi di sicurezza alimentare e richiede concentrazioni molto elevate, circostanza che in Italia è considerata rara ma non teoricamente impossibile fuori dai circuiti controllati.

Infezioni batteriche invasive, come forme particolarmente gravi di Salmonella, che in presenza di una carica infettante elevata e di scarse condizioni igieniche possono andare oltre l’intestino e coinvolgere anche il fegato, pur rappresentando più spesso una concausa che la spiegazione principale di un collasso epatico fulminante.

Il caso Campobasso

Tutte queste ipotesi hanno un elemento in comune: non possono essere confermate senza analisi di laboratorio. Ed è proprio su questo che si gioca la partita decisiva dell’inchiesta. Fino alla pubblicazione dei risultati ufficiali, qualunque ricostruzione causale resta priva di basi oggettive.

Il caso di Campobasso, però, mette già in luce un punto fermo: parlare genericamente di “tossinfezione alimentare” rischia di semplificare eccessivamente un quadro clinico che, per rapidità e gravità, rimanda piuttosto al ristretto ambito delle intossicazioni epatiche gravi. Un ambito che richiede tempo, competenze specialistiche e dati analitici solidi, prima ancora delle ipotesi.

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