Home / Pianeta / Crescono i consumi di legumi in Italia, complici crisi e maggiore attenzione alla salute. La produzione dà segnali di ripresa

Crescono i consumi di legumi in Italia, complici crisi e maggiore attenzione alla salute. La produzione dà segnali di ripresa

zuppa legumi piselli
Aumentano i consumi di legumi, anche sotto forma di zuppe e piatti pronti

Nel corso del 2015, e anche quest’anno, mentre diminuivano i consumi di carne, sono aumentate le vendite degli alimenti proteici alternativi, come i legumi, sia tal quali che sotto forma di zuppe, insalate e altri piatti pronti. Un andamento di cui è complice la crisi economica, in linea con le indicazioni dell’OMS che ha dichiarato il 2016 anno internazionale dei legumi, per ricordare l’importanza di questi alimenti e stimolarne sia la produzione che il consumo.

Considerati la “carne dei poveri”, i legumi hanno un elevato contenuto in proteine che, pur non essendo di alto valore biologico, lo raggiungono se sono abbinati ai cereali, come nel caso della pasta e fagioli o di una minestra di riso e lenticchie. Sono anche poco calorici (50-100 kcal per 100 grammi di legumi cotti) e ricchi di fibre utili per regolare l’assorbimento di zuccheri e colesterolo.

Forniscono inoltre vitamine (in particolare del gruppo B) e minerali, come ferro, calcio e magnesio. Si tratta di alimenti fondamentali nei paesi in via di sviluppo, dove la maggior parte della popolazione non ha risorse per mangiare regolarmente carne o pesce. Sono importanti anche per chi vive nei paesi ricchi dove, al contrario, si consumano troppe proteine di origine animale.

legumi 479199443
I legumi sono fonte di vitamine, minerali, proteine e fibre, pur con un contenuto di calorie ridotto

Oltre a essere ricchi dal punto di vista nutrizionale, i legumi sono apprezzabili perché sono una fonte proteica molto più “sostenibile” rispetto agli alimenti di origine animale: una dieta che ne preveda con una certa frequenza il consumo al posto di carne e latticini permette di ridurre l’impatto ambientale della produzione di alimenti.

Non dimentichiamo, infine, che i legumi sono in grado di “catturare” l’azoto atmosferico e fissarlo sotto forma di composti organici che vanno a fertilizzare il terreno, riducendo l’impiego di concimi chimici. Per questo motivo tradizionalmente erano usati in rotazione con altre colture, salvo poi essere abbandonati in seguito all’avvento dei concimi chimici che ha reso le cose più semplici per gli agricoltori. Una pratica di cui sarebbe auspicabile il ritorno, per frenare il degrado e la perdita di fertilità dei suoli agricoli.

Le indagini Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) parlano, per il 2015, di un aumento del 2% degli acquisti di legumi in scatola (in quantità) mentre i surgelati sono cresciuti dell’1% e quelli secchi dello 0,2%: un “ritorno”che si manifesta dopo anni di diminuzione e presenta ancora ampi margini di crescita.

fagioli legumi 487551397
I consumatori preferiscono i legumi in scatola, già lessati e di facile utilizzo

I più gettonati sono i legumi in scatola, lessati e pronti all’uso: rappresentano il 61%, seguiti dai surgelati (35%) e da quelli secchi (13%). Per quanto riguarda le tipologie, nello scatolame prevalgono i fagioli, poi vengono, nell’ordine, piselli, ceci e lenticchie; fra i legumi secchi, invece, le più vendute sono le lenticchie, seguite dai fagioli, dai mix di legumi e infine i ceci. Tra i surgelati, il 96% è dato dai piselli.

Secondo Confagricoltura, il consumo apparente di legumi secchi in Italia negli ultimi 50 anni si è dimezzato: dai quasi 13 chili pro capite del 1961 a poco più di 6 chili nel 2015(*). Negli stessi anni la produzione di legumi secchi in Italia è diminuita dell’80% passando da 641 mila tonnellate nel 1961 a 122 mila nel 2015. Il calo più accentuato ha interessato la produzione di fagioli, che sono crollati da oltre 187 mila tonnellate nel 1961 a 12.200 tonnellate nel 2015. Oggi in realtà è già in atto una ripresa: la produzione del 2015 infatti è più alta dell’11% rispetto alle 110mila tonnellate del 2014. Lo scorso anno, in particolare, la produzione di lenticchie è cresciuta del 28% e quella di ceci del 33%.

Sono diminuiti sia la produzione di legumi che il consumo, però la produzione è diminuita più della domanda e attualmente l’Italia dipende in gran parte dall’importazione che nel 2015 ha portato nel nostro Paese circa 260 mila tonnellate di legumi secchi. Il riscontro si nota al supermercato leggendo le etichette dei legumi in vendita sugli scaffali dove di solito non viene indicata la provenienza della materia prima. Le uniche eccezioni riguardano le confezioni di prodotto italiano, come per i legumi in scatola Valfrutta, o i legumi Igp come i fagioli di Lamon e le lenticchie di Castelluccio.

ceci legumi iStock_000002405739_Small
La maggior parte dei legumi che si trovano al supermercato sono di provenienza estera

Per rendersi conto dell’origine della materia prima basta andare sul sito Coop e digitare la lista dei prodotti a marchio: i fagioli provengono da Polonia, USA, Canada, Argentina, Cina ed Egitto; i ceci da Italia, Canada, USA e Turchia e le lenticchie da Italia, Cina, Canada, USA e Turchia.

Per quanto riguarda i prodotti a marchio Despar, l’azienda fa sapere che fagioli, lenticchie e ceci convenzionali, sia secchi che in lattina, provengono da Paesi non UE, come pure fagioli, lenticchie e ceci biologici secchi. Sono invece italiani i fagioli borlotti biologici in scatola.

Bonduelle, fra i leader del settore, fa sapere che l’azienda ricerca le migliori coltivazioni in tutto il mondo: “Per questo motivo, ad esempio, i ceci Bonduelle provengono dalla Francia e i fagioli dall’Argentina. Questo non solo consente di coprire il fabbisogno di prodotto per tutto l’anno ma anche di assicurare un approvvigionamento di qualità e nelle condizioni climatiche più adeguate. Anche l’Italia è un buon produttore di legumi, ma con volumi molto limitati”.

minestrone zuppa 181444554
L’indicazione di provenienza si trova più spesso sui legumi biologici, rispetto a quelli da coltivazioni convenzionali

L’indicazione della provenienza si trova più spesso sui prodotti biologici che specificano quando la materia prima è stata coltivata in ambito europeo. Anche in questo caso basta dare un’occhiata agli scaffali per rilevare una discreta quantità di prodotti importati da paesi extraeuropei.

Nel nostro mondo globalizzato non possiamo certo stupirci se i generi alimentari attraversano oceani e continenti. Negli ultimi 50 anni peraltro la produzione di legumi è molto cresciuta in Africa, in Australia, in Nuova Zelanda e negli Stati Uniti, ma anche – seppur in misura minore – in Francia e in Polonia. Per quali motivi, allora, la produzione italiana è crollata?

Lo abbiamo chiesto a Mario Guidi, presidente di Confagricoltura: “Il lavoro degli agricoltori è produrre e vendere – al meglio – ciò che si coltiva. Proprio per questo l’imprenditore investe laddove ha un ritorno economico. La coltivazione di legumi in Italia è stata abbandonata principalmente per una questione di redditività. Oggi i legumi piacciono e io stesso, in azienda, ho ripreso la coltivazione di fagioli e piselli”.

Legumes in bowls, tomatoes, garlic and olive oil on wooden table
Gli agricoltori italiani stanno cominciando ora a tornare alla coltivazione dei legumi

“Grazie all’aumento dei consumi, alla maggiore richiesta di legumi bio e alla volontà di incentivare la produzione di proteine vegetali attraverso la Politica agricola comune (Pac) 2014-2020, gli agricoltori stanno ora ricominciando a coltivare legumi. – Dice Guidi –Ma la scelta dei nostri imprenditori agricoli per un ritorno ai legumi dipende da tre fattori: dalla redditività delle coltivazioni, dai suoi vantaggi in termini agronomici (che non sono da trascurare e che la politica agricola sta incentivando) e dalle scelte dei consumatori. Se si vuole che i legumi escano dalla “nicchia” vanno compiute scelte lungimiranti e di buon senso: una vera necessità per tutta l’agricoltura nazionale”.

 Valeria Balboni

(*) Nota:

Consumo apparente = produzione agricola nazionale + import – export. Non corrisponde esattamente al consumo effettivo perché comprende anche le quote che vanno perse durante la lavorazione industriale e nella distribuzione.

© Riproduzione riservata

dadi sostieni dona

Le donazioni si possono fare:

* Con Carta di credito (attraverso PayPal): clicca qui

* Con bonifico bancario: IBAN: IT 77 Q 02008 01622 000110003264

 indicando come causale: sostieni Ilfattoalimentare

  Redazione Il Fatto Alimentare

Redazione Il Fatto Alimentare

Guarda qui

Butcher's Counter

Quanta carne mangiamo? Troppa. Il consumo continua ad aumentare, ma si sposta dalle carni rosse verso quelle bianche

Quando si parla di consumo di carne nel mondo, molto spesso ci si basa su …

12 Commenti

  1. fabrizio_caiofabricius

    Siete veramente “diversi” dai colleghi tivvì montascandali a fin di spot: ADDIRITTURA BUONE NOTIZIE!
    Cercate di non esagerare….

  2. Ma come so fa a catalogare un legume biologico quando viene da migliaia di km fuori dal nostro paese. Non si considera l”impatto ambientale che è notevole! !!

    • Beh, se la domanda non e’ retorica la risposta e’: leggere sempre bene le etichette e considerare il marchio “biologico” non come una fede ma come uno strumento, che fornisce molte informazioni utili a giudicare un prodotto, ma che va integrato con informazioni di altra fonte. Senno’ ci si sente “traditi” quando si scopre che i dolcetti biologici smaltano di grasso le arterie ne’ piu’ ne’ meno che gli altri: “biologico” non significa “tutto-buono-sano-e-bello”. In particolare personalmente rifuggo dai fagioli viviverde coop biologici dal prezzo accattivante ma di provenienza cinese, mentre i ceci sono messicani; trovare legumi biologici italiani a prezzi ragionevoli non e’ facile… ma esistono i GAS, mai sentito parlare?!

  3. Evviva evviva, ecco una buona notizia!
    Effettivamente spero tanto che il trend continui, perché tuttora faccio una fatica pazzesca a recuperare certi tipi di legumi secchi, come per esempio i fagioli bianchi di spagna, per non parlare poi se si cerca di prediligere le coltivazioni italiane… c’è un bel vuoto da colmare!

  4. Ben venga, anzi ritorni, il consumo di legumi al posto della carne! per motivi di equilibrio nutrizionale, salute e (soprattutto) ambiente, nonche’ (per chi ci tiene) rispetto animale. Le motivazioni a favore le avete evidenziate bene in questo e altri articoli, per esempio quando ci avete riferito della recente proposta di tassare la carne alla stregua di quanto sta avvenendo con le soda. Solo un commento: ma perche’ continuare ad annacquare la portata di una buona notizia dicendo “complice la crisi economica” oppure “si tratta di alimenti fondamentali per chi non ha risorse per mangiare regolarmente carne o pesce”. Con tutto che la carne di zootecnia intensiva costa meno dei legumi italiani di pregio. La percezione che ne deriva e’: massi’, accontentiamoci, mangiamo fagioli come fanno i poveri, tanto prima o poi torneremo ai tempi del Benessere, quando ci s’aveva prosciutto tutti i giorni a pranzo colazione e cena. La speranza, invece, e’ che il cosiddetto “benessere” finisca definitivamente nella spazzatura della Storia…

  5. Il problema dei legumi e’ il loro effetto collaterale, altrimenti se ne mangerebbero molti di piu’. Cio’ nonostante cerchiamo di spingere produzione e consumo e la salute ci guadagnera’

    • L’effetto collaterale dei legumi si combatte abituando gradualmente un intestino non abituato a mangiarli. Si inizia dai più digeribili e/o decorticati, poi ci cucinano con alga kombu che aumenta digeribilità. Io preferisco di gran lunga quelli secchi a quelli in scatola che cmq rimangono un valida alternativa quando si ha fretta.
      Legumi italiani sia bio sia non bio esistono, si trovano, basta cercare bene e leggere le etichette.

  6. Quali sono i legumi di miglior qualità? In scatola, surgelati o secchi?

  7. speriamo bene…anche se temo che ritrovare una certa redditività quando il mercato è invaso da prodotti che arrivano cosi da lontano ma che alla fine …sullo scaffale…costano molto meno e risultano pure “certificati bio” (es. cina)…. risulta veramente difficile
    altrimenti… come si spiegherebbe questa grossa riduzione negli ultimi decenni ?
    bastavano 1000 dollari (ora anche meno) + spiccioli per far arrivare un contenitore di tonnellate di legumi dalla cina …e i legumi ae tonnellata?!.. facciamo due conti …

  8. michele mangraviti

    COMPLIMENTI per l’articolo esaustivo e professionalmente presentato. Ho acquisito anche qualche nozione che non conoscevo.

    Per il sig. Giovanni: Non so in quale parte d’Italia lei viva, poiché a seconda delle regioni, i prezzi al consumo variano a seconda delle preferenze delle abitudini alimentari della popolazione. In ogni caso, fermo restando che ben vengano SEMPRE i consumi di legumi in Italia, a livello personale, a volte ho comprato legumi (non che la cosa mi dispiacesse), non avendo la possibilità di comprare carni i cui prezzi, spesso, erano superiori alle mie capacità economiche di pensionato. Cordiali saluti ai componenti de “Il fatto alimentare” e per tutti i lettori

  9. Per diminuire i problemi di pancia che comportano i legumi può essere utile l’ammollo dei legumi con un pò di succo di limone, oppure quando si cucinano al vapore si possono mettere alcune foglie di alloro o l’alga kombu.