;
Home / Etichette & Prodotti / Latte e latticini, i consumatori leggono poco le etichette. Poco compresi i termini legati ai processi produttivi

Latte e latticini, i consumatori leggono poco le etichette. Poco compresi i termini legati ai processi produttivi

Family chooses dairy products in shopQuanto ne sanno i consumatori di ciò che è riportato sulle etichette del latte e dei latticini? E ciò che pensano di conoscere, è corretto? E, ancora, in che modo questo influenza le loro decisioni su acquisto e consumo? A queste domande hanno voluto rispondere i ricercatori dell’Università statale della Carolina del Nord, che hanno interrogato attraverso un questionario online oltre 1.200 persone (consumatori abituali di latte e derivati), confrontando poi quanto emerso con le risposte date da una cinquantina di volontari in un colloquio di persona.

L’esito è stato abbastanza sorprendente, e ha rivelato quanto, in quest’ambito specifico, le conoscenze medie dei consumatori siano piuttosto approssimative. Innanzitutto perché, come riportato sul Journal of Dairy Science, solo uno su tre legge abitualmente l’etichetta del latte o del formaggio. E il risultato si vede: solo uno su quattro considera familiari termini come ultrafiltrato o microfiltrato, e nessuno degli intervistati ricorda di averlo letto sull’etichetta. Eppure, il 20% ha un’opinione generalmente negativa di questi termini, e chi non ha familiarità con essi ritiene che i prodotti sottoposti a procedimenti industriali siano più cari, e in qualche modo meno “naturali” rispetto a quelli che non lo sono. 

latte scaffale supermercato
Secondo lo studio la maggior parte dei consumatori ha poca familiarità con i termini microfiltrato e ultrafiltrato presenti sulle etichette di latte e latticini

Il dato interessante è però forse il successivo: quando viene spiegato che cosa significhino esattamente questi termini, la percezione cambia. Prima della spiegazione, l’83% dei partecipanti dichiarava di non conoscere le parole ultra e microfiltrazione. Dopo, il 97% aveva cambiato idea, nella stragrande maggioranza dei casi in senso positivo. In generale poi, con la sola eccezione di alcuni specifici formaggi, anche se i consumatori hanno dichiarato di non essere particolarmente influenzati nelle decisioni di acquisto dal fatto che i prodotti fossero o meno lavorati industrialmente, l’inclinazione a comprare è aumentata dopo le spiegazioni.

Come sempre, un’analisi demografica degli intervistati ha poi rivelato chi ha un livello socioeconomico più alto risponde più correttamente, e questo conferma la necessità di ampliare la platea di chi è in possesso delle informazione necessarie. Probabilmente, concludono gli autori, sarebbe il caso di aggiungere sulle etichette qualche spiegazione in più su processi quali l’ultrafiltrazione e la microfiltrazione, per evitare che i consumatori abbiano idee negative quasi sempre infondate.

© Riproduzione riservata Foto: Stock.adobe.com

Il Fatto Alimentare da 11 anni pubblica notizie su: prodotti, etichette, pubblicità ingannevoli, sicurezza alimentare... e dà ai lettori l'accesso completamente gratuito a tutti i contenuti. Sul sito non accettiamo pubblicità mascherate da articoli e selezioniamo le aziende inserzioniste. Per andare avanti con questa politica di trasparenza e mantenere la nostra indipendenza sostieni il sito. Dona ora!

Roberto La Pira

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

Guarda qui

Avocado, tra dieci anni sarà il frutto tropicale più venduto nel mondo e soprattutto in Europa e Usa

Il rapporto Agricultural Outlook 2021-2030 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e …

2 Commenti

  1. Avatar

    Molto istruttivo. Bravissimo

  2. Avatar

    “sarebbe il caso di aggiungere sulle etichette qualche spiegazione in più su processi quali l’ultrafiltrazione e la microfiltrazione”
    Buona idea, ma temo che avrebbe scarso impatto, visto che l’etichetta sembra che la leggano in pochi e manchino della capacità critica necessaria a distinguere una spiegazione scientifica da un claim pubblicitario.

    Piuttosto suggerirei di cominciare dall’inizio, ossia iniziare a insegnare a scuola che termini come “industriale” o “chimico” o “raffinato” NON SONO sinonimi di maledetto, velenoso, nocivo, e che “naturale” e “biologico” NON SONO di per sè termini magici che giustificano qualunque esaltazione miracolistica, spiegando l’uso distorto che ne fanno gli imbonitori web e tv che hanno interessi non sono collegati alla salute o al benessere.

    Una volta esistevano materie come “educazione civica” o “economia domestica” create appposta per traghettare un’Italia rurale e semianalfabeta nel mondo “moderno”, soppresse nell’Italia del boom e del benessere, ma visto il livello infimo di conoscenza di molti adulti attuali sarebbe il caso di ripristinarle sotto forma di un corso che aiuti i più giovani a difendersi, specialmente nei social, dalla valanga di informazioni distorte che li investe a ogni click.