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Latte fresco: cambiare la scadenza si può ed è anche una misura per limitare lo spreco

latteNel Regno Unito la catena di supermercati Morrisons ha deciso di sostituire la data di scadenza del latte fresco indicata sull’etichetta dopo la frase “da consumare entro …”. L’intenzione è sostituire la scadenza con il termine minimo di conservazione, riportato sull’etichetta dopo la frase “da consumare preferibilmente entro …”. La differenza è importante perché nel primo caso la data rappresenta l’ultimo giorno utile per consumare il prodotto, nel secondo, invece, la dicitura è più flessibile e la data si riferisce al giorno entro il quale l’alimento mantiene la qualità, il gusto e la consistenza iniziale. Questo cambiamento di dicitura vuol dire che il latte  fresco si può ancora consumare nei giorni immediatamente successivi .

Apparentemente si tratta di una differenza marginale, ma in realtà è una modifica importante anche se il numero di giorni non cambia. La variazione della scritta vuole fare capire alle persone che quando il latte è ben conservato si può consumare anche dopo qualche giorno rispetto alla data riportata sull’etichetta. L’operazione dei supermercati inglesi ha lo scopo di ridurre lo spreco, visto che quando  il prodotto arriva alla scadenza la maggior parte delle persone tende a buttarlo anche se è ancora buono. Le prove condotte in laboratorio confermano la fattibilità del prolungamento. In ogni caso se si hanno dei dubbi basta assaggiarlo, per rendersi conto che è ancora buono.
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La data di scadenza del latte fresco è fissata per legge in sei giorni più uno considerando quello del confezionamento
La questione è ben nota ai produttori italiani che sono costretti da una legge vecchia di quasi 20 anni a riportare sulle confezioni una data di scadenza di 6 giorni più uno (quello del confezionamento). “La norma aveva un senso allora – precisa Gianpiero Calzolari presidente di Granarolo – ma adesso è superata dai fatti. Oggi i sistemi di raccolta nelle stalle sono migliorati, il latte munto passa direttamente nei serbatoi refrigerati e da qui alla cisterna del camion senza venire a contatto con l’ambiente esterno. La catena del freddo funziona e, quando il prodotto arriva nelle centrali di confezionamento ha una carica batterica bassa, quindi dopo la pastorizzazione si mantiene più a lungo. Noi – continua Calzolari – da anni proponiamo di prolungare la scadenza del latte fresco pastorizzato sino a 10 giorni perché, se viene rispettata la catena del freddo, si mantiene benissimo”. L’ampliamento dell’intervallo non è del resto una novità. La legge precedente (numero 169 del 1989) stabiliva la scadenza del latte fresco non oltre il quarto giorno dopo quello di confezionamento. La norma è stata sostituita dal decreto ministeriale ancora in vigore del 24 luglio 2003, che prevede l’intervallo di sei giorni più uno.
In questo modo si ridurrebbe lo spreco domestico e diminuirebbe anche il quantitativo di latte fresco che ogni giorno viene restituito dai supermercati ai produttori. Questo aspetto è poco conosciuto ma è molto importante. Le catene di supermercati chiedono al fornitore di ritirare il latte fresco, quando mancano ancora due giorni alla scadenza. Il motivo è che la gente preferisce acquistare le confezioni con una scadenza di 3-4 giorni e quindi i punti vendita ritirano preventivamente dai banchi frigorifero il latte fresco confezionato prima. Si tratta di una (cattiva) consuetudine frutto di accordi tra aziende e grande distribuzione che però incide sul prezzo di vendita. I dati di vendita d’altro canto registrano un calo delle vendite progressivo negli ultimi anni del prodotto fresco (-7,5 % nel 2021 rispetto al 2020). Siamo di fronte a uno spreco difficile da accettare visto che nel 2021 ha raggiunto anche il 5% del venduto nei supermercati. Le confezioni di latte ancora in ottime condizioni vengono solo in parte donate alle associazioni umanitarie. Nella maggior parte dei casi il prodotto è destinato all’alimentazione animale. 
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Il latte fresco pastorizzato se conservato alla giusta temperatura si mantiene 9 giorni
L’altra anomalia è che siamo l’unico Paese europeo ad avere una la legge che fissa la scadenza del latte. La normativa comunitaria prevede che l’intervallo di validità dei prodotti alimentari venga stabilito dal produttore, in base alle caratteristiche delle materie prime, al tipo di ingredienti, al sistema di confezionamento e di distribuzione. Capire perché la stessa regola non venga applicata per il latte è difficile.
Un discorso simile riguarda lo yogurt che in genere ha una data di scadenza di un mese. L’operazione che si vorrebbe portare avanti è di mantenere l’intervallo di 30 giorni, ma sostituire la data di scadenza con il termine minimo di conservazione. Bisogna fare capire ai consumatori che qualche giorno dopo la data indicata sull’etichetta, lo yogurt ha qualche fermento in meno ma è ancora assolutamente buono da consumare. In un periodo come quello attuale dove la lotta allo spreco e considerata una necessità la questione del latte ‘scaduto’ e buttato via in base a una legge di 20 anni fa è difficile da condividere.

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Roberto La Pira

  Roberto La Pira

Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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2 Commenti

  1. L’attuale legge non ha piu’ evidentemente uno scopo sanitario, ma commerciale: indurre i consumatori ad abbandonare il latte fresco in favore delle bevande a lunga conservazione a base di latte (mi rifiuto di chiamare ‘latte’ quello UHT), che possono essere prodotte con latte transitato in vari paesi.

  2. Il latte fresco mi piace, ma se debbo acquistare il mezzo litro con costi di imballamento vado a superare il costo del litro. Buttare alimenti non è da me lo acquisto quando lo utilizzo a breve per preparazioni in cui ci va il latte.