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Latte formulato a ridotto contenuto proteico: nessun beneficio per i bambini. Le caratteristiche nutrizionali non sono fondamentali come si crede

latti formulati
Stroncatura ai latti formulati da parte del nuovo rapporto pubblicato sul sito Efsa

Una stroncatura per il latte formulato arriva dall’ultimo rapporto pubblicato sul sito dell’Efsa e redatto dalla società di consulenza Pallas Health Research & Consultancy di Rotterdam. «Dalla revisione degli studi non emerge alcun beneficio per la salute dall’utilizzo di latte formulato con ridotto contenuto di proteine», affermano i ricercatori che, su richiesta della Commissione Europea, hanno lavorato al documento. Il giudizio negativo segue quello anticipato a ottobre, di cui Il Fatto Alimentare aveva già dato notizia. Dal dossier emerge che le caratteristiche del latte in formula non sono così importanti come le aziende vogliono far credere. I “plus” spesso vantati per i diversi tipi di  latte formulato come Omega 3, prebiotici, probiotici e la riduzione delle proteine risultano oggi fortemente in dubbio. «Non possono essere considerati un’esigenza nutrizionale nel momento in cui i medesimi nutrienti si trovano in alimenti presenti nella dieta dei bambini. Il confronto tra il latte formulato e quello materno ha dimostrato una maggiore velocità di crescita tra i neonati alimentati artificialmente, ma senza altre differenze significative nei risultati clinici».

 

In  commercio si trovano tre tipi di latte formulato: «adattato» (più ricco in sieroproteine, da consumare entro i sei mesi di vita), «di proseguimento» (utile tra il sesto e il 12° mese) e «di crescita» (da un anno in poi). Oltre a queste proposte esiste anche il latte idrolizzato, in cui le proteine si trovano sotto forma di amminoacidi per essere digerite e assorbite più facilmente. Il latte «adattato» andrebbe utilizzato quando la mamma non è in grado di allattare.

 

latte materno
L’OMS raccomanda l’allattamento al seno fino al sesto mese: se non si può è possibile rivolgersi alle banche del latte

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento esclusivo al seno fino ai sei mesi di vita. Se non si può o non si vuole, c’è da tenere conto delle banche del latte. Con i suoi 28 centri su 128, l’Italia è tra i primi Paesi europei per numero, sorpassata solo da Francia e Svezia. Per chi si pone problemi di sicurezza, è importante ricordare che  la qualità è garantita da rigorosi controlli e dalla pastorizzazione. «Siamo lieti che l’Efsa non abbia trovato elementi  che dimostrino la necessità di ricorrere ai latti formulati – spiega Patti Rundall, direttore del Baby Milk Action – una parte dell’industria continua a finanziare le ricerche: ora mi aspetto che questo parere abbia un impatto sulle scelte dei politici, degli operatori sanitari e della stampa».

 

Fabio Di Todaro

Twitter @fabioditodaro

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

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    Non comprendo l’affermazione «Dalla revisione degli studi non emerge alcun beneficio per la salute dall’utilizzo di latte formulato con ridotto contenuto di proteine» perché non è chiaro il raffronto con quale latte ci riferisce.
    Se il confronto è con il latte materno, nei latti formulati non c’è una riduzione del contenuto proteico, se ci riferisce al latte vaccino c’è una ovvia riduzione del contenuto proteico per renderlo correttamente simile a quello materno.
    Se infine il giudizio complessivo sui non vantaggi, si riferisce ai “plus” aggiunti e non presenti nel latte materno, ma usati come richiamo commerciale e che sono quasi sempre inutili (ferro escluso), allora cosa c’entra il titolo ed l’enfatizzazione del ridotto contenuto proteico? Forse per far passare il messaggio non dato, che alla fine si possa sostituire il latte materno con quello vaccino adatto a costruire vitelli anemici?

  2. Avatar

    Ci sono delle inesattezze e/o delle mancanze nell’articolo.
    1) Non è corretto dire che il latte “adattato” (cioè il tipo 1) è “da consumare entro” i 6 mesi di vita: è corretto dire che è quello che *deve* essere dato se non viene utilizzato il latte materno dalla nascita ai 6 mesi, ma può e andrebbe dato anche successivamente senza alcun problema fino ai 12 mesi. Infatti il latte di tipo 2 (cioè “di proseguimento”), non è che sia “utile” dai 6 ai 12 mesi, ma – avendo una lavorazione minore, cioè essendo più simile al latte vaccino di provenzienza rispetto al latte di tipo 1 – PUO’ essere dato dai 6 mesi, ma non ha alcun beneficio rispetto all’altro (se non il costo, che è o dovrebbe essere minore), ma solo “minori rischi” (perché il bambino non è più un neonato e ha più facilità di digestione e capacità di filtraggio dei reni).
    2) L’affermazione “Il confronto tra il latte formulato e quello materno ha dimostrato una maggiore velocità di crescita tra i neonati alimentati artificialmente, ma senza altre differenze significative nei risultati clinici” messa in questo modo nell’articolo è fuorviante e pericolosa: sembra che sia una buona cosa che i neonati crescano di più con il latte non materno (ma invece è una forzatura, appunto “artificiale”, tanto che ci sono studi che affermano come l’eccessiva crescita da latte non materno possa essere la base per l’obesità da adulti) e soprattutto sembra che non ci siano differenze nell’alimentazione di un tipo o dell’altro (quando sono molto marcate e scientificamente provate).
    3) L’OMS dice assolutamente di mantenere l’allattamento esclusivo fino ai 6 mesi. Ma sarebbe corretto aggiungere anche il seguito: cioè che l’allattamento andrebbe continuato, insieme all’alimentazione complementare da iniziare dopo i 6 mesi, fino ai 2 anni. E oltre, se mamma e bambino desiderano. Quindi che non c’è alcun bisogno di utilizzare latti di formula, che siano di tipo 1 o 2, fino all’anno di età, se c’è il latte materno a disposizione. E non c’è nemmeno necessità di inserire il vaccino dopo l’anno di età (ma solo una scelta famigliare di utilizzarlo o meno).
    4) Le banche del latte sono una grandissima risorsa. Ma per chi NON PUO’. Non per chi “non vuole”.