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Integratori: secondo un studio pubblicato dalla rivista il Salvagente molti non vengono assimilati dall’organismo

integratoriSecondo uno studio presentato in esclusiva dal mensile il Salvagente, una quota degli integratori che assumiamo transita nel nostro organismo senza “liberare” le sostanze utili che promettono di regalare. In altre parole così come li assumiamo, assolutamente intatti, li eliminiamo. È uno dei risultati del test che ha condotto la professoressa Fabiana Quaglia, ordinario di Tecnologia e legislazione farmaceutiche all’Università degli studi di Napoli Federico II, dipartimento di Farmacia laboratori di Tecnologie farmaceutiche. Lo studio che il Salvagente presenta, mostra come solo la metà dei sei campioni analizzati simulando il transito intestinale, sia in grado di svolgere davvero la sua funzione. In sostanza il 50% degli integratori scelti non sono serviti a nulla, perché non hanno rilasciato i micronutrienti presenti nella formula.

Certo la cosa è strana, ma pochi sanno che la legislazione europea non prevede alcun obbligo di test sulla capacità delle compresse di disgregarsi. Dato che in Europa non ci sono regole, la professoressa Quaglia ha deciso di mettere alla prova sei categorie di integratori, scelti tra multivitaminici, prodotti che apportano aminoacidi, oli essenziali e “botanicals” (a base di alghe). Per questa prova ha utilizzato lo standard che si impiega per il test sui medicinali. L’analisi ha mostrato che gli integratori alimentari in compresse attualmente commercializzati, non sono sempre in grado di disaggregarsi in un fluido acquoso. In sostanza in tre casi su sei queste compresse non avrebbero avuto nessun effetto su chi le avesse assunte.

“Le compresse più diffuse negli integratori alimentari – spiega la professoressa – sono rivestite e non. Quelle non rivestite possono essere monostrato o multistrato. Le rivestite, invece, sono ricoperte con uno o più strati di miscele di varie sostanze; il rivestimento ha diversi scopi tra cui quello di proteggere i principi attivi dalla degradazione, favorire la deglutizione oppure modificare il rilascio del principio attivo in termini di spazio e tempo. In quest’ultima categoria rientrano le compresse gastroresistenti, concepite per resistere al fluido gastrico e rilasciare i principi attivi nel fluido intestinale”. “Le compresse – continua Fabiana Quaglia – devono necessariamente disaggregarsi in un mezzo acquoso in un arco di tempo definito per permettere la liberazione di quanto contengono e quindi attivare il loro assorbimento nel tratto gastrointestinale. La scelta degli eccipienti e le modalità di produzione sono essenziali al fine di garantire la disaggregazione e la performance del prodotto”. A questo punto però, se la prova ha dato risultati così deludenti sarebbe interessante riproporla su un numero maggiore di prodotti.

La questione assume una certa gravità considerando che gli integratori alimentari sono presenti in buona parte delle case degli italiani. Ogni anno spendiamo più di 3,2 miliardi di euro, e il nostro paese è al primo posto come quota del mercato europeo (23%), seguita da Germania (13%), Francia (9%) e Regno Unito (8%). In totale, sono 32 milioni gli italiani che fanno uso di integratori alimentari. Tra questi, circa 18 milioni li usano tutti i giorni, mentre più di 4 milioni qualche volta al mese. La rivista ha posto il problema a Germano Scarpa (Biofarma Group) presidente di Federsalus, l’associazione che rappresenta l’intera filiera del mercato degli integratori alimentari, che ha promesso di portare il problema alla prossima assemblea degli associati. Scarpa ha precisato che “Le capsule sono involucri di gelatina prodotti esclusivamente da grandi multinazionali con tutti i controlli del caso. Dunque certamente si disgregano. Le compresse, invece, se non vengono prodotte con buone tecniche di galenica farmaceutica corrono il rischio evidenziato in questa ricerca”.

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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6 Commenti

  1. Avatar

    Chi paga per le eventuali pessime “tecniche di galenica farmaceutica” che immettono nel mercato prodotti scadenti?

  2. Avatar

    Formalmente si configurerebbe anche la truffa?
    Perché porti dei claim in etichetta che non corrispondono alla realtà perché il prodotto non si disgrega nemmeno.

  3. Avatar

    Come mai non vengono comunicati ufficialmente i nomi commerciali di tali prodotti inutili onde far risparmiare soldi ai consumatori, o meglio ancora non si obbligano le ditte produttrici a mettere in commercio prodotti assimilabili ?
    Tali provvedimenti dovrebbero essere la risposta più logica, onesta , utile e necessaria a tali evidenziazioni.
    Altrimenti a cosa servono queste ricerche e queste vaghe segnalazioni? Che cosa di pratico ne riceve il consumatore?

  4. Avatar

    in ugual misura sarebbe lecito pensare che ciò che è stato evidenziato con gli integratori potrebbe accadere anche con i medicinali

    • Avatar

      Ciao Michele, per fortuna no 🙂 la normativa è molto differente perché gli integratori cadono sotto le normative degli alimenti mentre i farmaci hanno normative a loro dedicate. Per questo motivo questo tipo di controlli effettuati dall’autrice della ricerca sono obbligatori per i medicinali ma non sono (ancora) previsti per gli integratori alimentari.

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    Roberto Stanzani

    Visto che l’80% (sono buono) degli integratori venduti sul mercato hanno effetto trascurabile (ricerche scientifiche alla mano), direi che il problema delle compresse è assolutamente marginale.