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L’impronta ecologica della carne e quella della frutta: il confronto va fatto ma non con le calorie

insalataChi vuole mantenersi in salute mangia molta frutta e verdura fresche. Secondo i nutrizionisti con almeno 5 porzioni di vegetali al giorno si abbatte il rischio di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari, diabete e altro. Ma non sempre, o non necessariamente, una dieta ricca di vegetali corrisponde un basso impatto ambientale. Anche il ciclo dei vegetali produce gas serra, che comportano una certa impronta ecologica. Il dubbio viene leggendo un recente studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.

 

I nutrizionisti dell’Istituto nazionale di ricerca in Agronomia di Marsiglia hanno chiesto a quasi 2.000 persone di tenere un diario, annotando tutto ciò che mangiavano per una settimana. Grazie a quanto riportato dai partecipanti, i ricercatori hanno identificato quasi 400 alimenti e sono andati a verificare quanta CO2 era associata a ciascuno di essi (la cosiddetta impronta di CO2). Il calcolo ha preso in considerazione ogni fase del ciclo vitale, dalla semina o dall’allevamento alla lavorazione, dal trasporto alla conservazione, dal packaging alla cottura domestica o industriale e così via, escludendo soltanto la CO2 associata al trasporto dal negozio a casa di ciascun cliente. Come riferimento va detto che il valore medio di emissione di un’automobile è di 423 grammi per miglio (1,6 km).

 

carneLa carne rossa è in generale il cibo che lascia più tracce nell’ambiente: 100 g di manzo comportano l’emissione di 1.600 g di CO2, un valore che è circa 14 volte quello di gas serra medi emessi durante il ciclo vitale di 100 g di frutta e verdura e 2,5 volte quelli collegati al pesce, al maiale, al pollo e alle uova.

 

Il gap diminuisce sensibilmente quando si conteggiamo i grammi di CO2 emessi per ottenere 100 kilocalorie (kcal) da una fonte di cibo, cioè quando si considera l’alimento in base al suo potenziale calorico. Poiché frutta e verdura sono decisamente meno efficienti da questo punto di vista, per ottenere lo stesso apporto calorico della carne bisogna assumerne di più, appesantendo l’impronta di CO2. Così, se per ottenere 100 kcal dalla carne si emettono 857 g di CO2, per ottenere 100 kcal dai vegetali c’è bisogno di un quantitativo di CO2 che non è più 1/14, ma 1/3 rispetto alla carne di manzo. Con questo tipo di calcolo, ci si accorge che i vegetali sono peggiori di pane, dolci, snack salati, latticini e grassi, mentre sono equivalenti alle uova e alle carni di maiale e pollo. Va però detto che “in un’alimentazione equilibrata il 60% circa delle calorie della razione dovrebbe provenire dai carboidrati“*, quindi valutare le varie categorie di cibi facendo un confronto tra apporto calorico e impronta ecologica, non ha poi un’utilità reale. Ogni alimento ha una sua funzione principale, e quella dei vegetali non è di fornire energia come i carboidrati, quanto piuttosto “apportare altri nutrienti indispensabili, quali l’acqua, le vitamine e i minerali”*.

 

dolciGli autori, analizzando la dieta dei partecipanti allo studio, hanno visto che l’impronta di CO2 delle persone abituate ad assumere ogni giorno 9 porzioni tra frutta e verdura, era identica se non peggiore rispetto ai soggetti con una dieta un po’ meno sana, più ricca di carne, alimenti salati e dolci.

 

In generale il valore medio per ciascun partecipante è stato di 5.000 g di gas serra al giorno. Gli autori ricordano che questo tipo di calcolo è per definizione riduttivo, perché l’alimentazione umana – e le sue ricadute sull’ambiente – sono in realtà fenomeni più complessi, e sottolineano che i benefici di una dieta ricca di vegetali sono e restano indiscutibili. Ma forse il messaggio che vogliono lanciare è tutt’altro che banale: attenzione a ogni eccesso perché nessuna scelta è a costo zero, per la nostra salute e per l’ambiente.

 

Agnese Codignola

© Riproduzione riservata

*Fonte: Linee guida dell’Inran

Foto: Photos.com

 

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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3 Commenti

  1. Come al solito escono questi falsi articoli scientifici, perché al mondo d’oggi solo ciò che è scientifico a valore senza dare uno sguardo globale al problema. Oggi va tanto di moda parlare di impronta di co2 tanto che ha senso rapportarla all’alimentazione?? In una società evoluta per esempio le auto dovrebbero andare ad aria, non dovrebbero esistere industrie che si mangiano energia più di quella che producono, si dovrebbe avere una gestione delle foreste tale da non usurpare le immense foreste vergini del mondo dove tutti speculano e si arricchiscono, dovremmo avere politici che impongano tutto questo, non mandare messaggi fasulli come questo anche perché nel merito allora dovremmo sterminare definitivamente i miliardi di insetti lignicoli come termiti che producono co2 pari a quasi il doppio di tutti gli animali (compreso l’uomo) messi insieme. Allora dov’è la verità? la verità è che la scienza non esiste, esiste solo l’opportunità di dare lavoro a persone che scrivono articoli assurdi per un pubblico ammaestrato quale quello che siamo diventati.
    In seconda battuta se non ci fosse co2 noi non esisteremmo, perché non esisterebbero le piante, non esisterebbe il ciclo della materia, per di più se volete fare una cosa per la riduzione della co2, andate a bloccare tutti i processi di respirazione dei miliardi di batteri di tutto il pianeta, fermate tutti i chemiotrofismi, le fermentazioni e magari dite anche ai predatori della savane di correre più lentamente perché stanno emettendo troppa co2…
    per tornare alla scienza uno degli ultimi rapporti della FAO in merito all’impronta di co2 è stato che per determinare un decremento notevole tutti dovremmo sostituire le nostre proteine vegetali e animali con quelle degli insetti, ovvero mangiando vespe e calabroni; fatevi avanti e buon appetito.

    • L’impronta di co2 è solo un modo per valutare alcuni effetti delle tecnologie. L’articolo mi sembra piuttosto ben fatto e informativo. Ciononostante il precedente commento è per conto suo giusto.
      Ricordo che alla fine degli anni ’80 American Physical Society si interrogava sui rendimenti meccanici definiti del “secondo tipo”, cioè di un criterio di opportunità fra dispositivi con rendimenti diversi (utilizzati per finalità analoghe), perché è certamente diverso andare a Roma con una Ferrari, con una Panda o a piedi. Poi più nulla. La Fisica e la Chimica si sono occupate di altro, elementi di ecologismo sono stati assorbiti dai vari partiti e ognuno ha detto la sua per lasciare tutto com’è. Siamo *sempre* organizzati per massimizzare il consumo di combustibili fossili nei modi tecnologicamente più sfiziosi.
      Quindi complimenti a chi ha fatto l’articolo e (in qualche modo) anche a chi l’ha criticato.
      Una situazione in linea con questi tempi di elezioni 😉

    • apprezzo il dibattito e non nulla da eccepire sulla scientificità dell’articolo.
      Purtroppo è che forse spesso ho la pretesa che nasconde dentro se l’ambizione che i problemi vengano risolti alla radice. Oggi siamo infarciti di scienza di sapienza di tecnologia e non riusciamo a risolvere enigmi che un boscimane africano (che forse nenache avrebbe mai creato)risolverebbe in una settimana. Allora il problema secondo me è nell’evoluzione? , nostra del nostro cervello, della nostra cultura ? ci siamo lasciati qualche pezzo dietro? … non vorrei sconfinare nel paradossale ma, il nostro problema più grande è che forse il nostro cervello è in grado di elaborare pensieri malgrado la nostra volontà e tutto questo porta all’effimero, alla vanità oltremisura e alla non risoluzione dei problemi.