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L’impatto ambientale della carne: cosa fare per ridurlo? La seconda parte dell’articolo di Georgofili.info

Raw fresh meat Ribeye Steak and seasoning on dark background carne bistecca tagliere sale pepe rosmarinoEcco la seconda parte dell’articolo di Mario R. Tredici, professore del Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari, ambientali e forestali dell’Università degli Studi di Firenze pubblicato originariamente da Georgofili.info sull’impatto ambientale della produzione di carne e come il settore zootecnico può intervenire.

Come mitigare le emissioni del settore agricolo? Importanza della dieta
Pratiche agricole più naturali (ad esempio no-tillage, agroforestry, agricoltura biologica), nuove tecniche di allevamento, la corretta gestione delle deiezioni e il miglioramento genetico potrebbero mitigare emissioni per 2,3-9,6 gigatonnellate CO2-equivalente/anno (Gt CO2-eq/anno). Si stima che il potenziale di mitigazione delle diete possa contribuire in modo simile: dalle 3 Gt CO2-eq/anno della dieta mediterranea, alle 4-5 Gt CO2-eq/anno delle diete pescetariana e flexitariana (carne e latticini molto limitati), alle 6 Gt CO2-eq/anno di una dieta vegetariana, per raggiungere 8 Gt CO2-eq/anno con una dieta vegana. Le diete con maggiore potenziale di mitigazione hanno sempre una preponderante componente vegetale (frutta, verdura, semi, cereali), ma possono anche utilmente avvalersi di prodotti da allevamenti a basso impatto come polli, suini, prodotti dell’acquacoltura. Tutte le diete a effetto mitigante potrebbero essere rapidamente adottate portando immediati benefici, oltre che ambientali, in termini di qualità di vita e minori costi per il servizio sanitario nazionale.

Il costo che non include l’impatto ambientale
Non può (o non dovrebbe) sostenersi a lungo un’attività commerciale con profitti negativi. L’allevamento, la coltivazione di grano, la produzione di fertilizzanti rientrano tra quelle attività che lasciano un margine non elevato (in media inferiore al 10%). Ebbene, è stato valutato che, se si considerano i costi dei danni sull’ambiente e la salute che queste attività agricole o connesse con l’agricoltura causano, esse vanno tutte in negativo. Pesando anche il costo in termini di patrimonio naturale distrutto o compromesso, si avrebbero perdite medie del 12% per la produzione di fertilizzanti, del 78% per la coltivazione di grano e di ben il 165% per l’allevamento animale. Alla domanda “perché l’agricoltura dà profitto?” si dovrebbe quindi rispondere: “Perché nessuno ne paga i danni ambientali e sociali”. Dire nessuno, in questo caso, equivale a dire tutti ed è chiaro che questo costo non è equamente distribuito. La maggior parte dei 500 milioni di polli da carne e degli oltre 10 milioni di suini allevati in Italia proviene da allevamenti intensivi. Se ti ritrovi un allevamento di decine di migliaia di polli o suini nelle vicinanze di casa è chiaro che sarete principalmente tu e la tua famiglia a pagare in termini di contaminazione dell’aria che respiri, maggiori rischi di malattie, ridotta qualità di vita e svalutazione della tua proprietà. È vero che le stesse considerazioni si possono fare per tante altre attività agricole e non, ma questo non diminuisce le responsabilità dell’allevamento intensivo.

Deiezioni animali: problema e risorsa
La produzione di deiezioni a livello mondiale nel 2014 è stata di 4 mila miliardi di chilogrammi di cui circa 800 miliardi di origine umana. Tra gli animali allevati primeggiano i bovini con 1.300 miliardi di chilogrammi di reflui e liquami prodotti ogni anno. Polli e galline, nonostante che, con 23 miliardi di capi allevati e oltre 70 miliardi di capi macellati ogni anno, abbiano conquistato come numero il primato tra gli animali allevati e selvatici, danno un contributo simile a quello umano. Considerato l’aumento della popolazione umana e del rapporto deiezioni animali/deiezioni umane, si stima che nel 2030 la produzione mondiale di deiezioni supererà i 5 mila miliardi di chilogrammi di cui l’80% verrà da animali allevati. I rischi associati a questa enorme massa di rifiuti che viene movimentata ogni giorno e in parte riversata nell’ambiente senza aver subito adeguato trattamento, sono inaccettabilmente alti, pur con grosse differenze tra paesi sviluppati ed emergenti e i diversi sistemi di sanitizzazione adottati. Le infezioni intestinali e le patologie legate agli allevamenti sono in aumento. La resistenza agli antibiotici, che gli allevamenti contribuiscono a diffondere più dell’uso medico, è causa di oltre 10 milioni di morti all’anno. La spesa cumulativa prevista da qui al 2050 per combattere i patogeni resistenti ammonterà all’astronomica cifra di 100 mila miliardi di dollari. Nonostante gli enormi costi ambientali e sociali si prevede che l’uso zootecnico di antibiotici aumenterà di oltre il 60% entro il 2030. Sorprende la mancanza di ulteriori forti interventi da parte dei governi atti a limitare lo sversamento improprio dei liquami degli allevamenti. Eppure non dovrebbe sfuggire che le deiezioni animali sono anche una risorsa, se non altro per il loro carico di nutrienti minerali (azoto, fosforo, calcio, potassio, magnesio, ferro) la cui scarsità nei prossimi anni (si pensi al fosforo) metterà in ginocchio l’agricoltura.

pig tails
Nel 2030 saranno prodotte 5 miliardi di tonnellate di deiezioni e l’80% proverrà dagli allevamenti per la produzione di carne e derivati

I ruoli dell’allevamento
Un terzo della popolazione mondiale si può dire nutrita in modo soddisfacente, un terzo è sovrappeso o obesa, il rimanente terzo soffre di gravi carenze alimentari (malnutrizione e denutrizione). La parte della popolazione denutrita e malnutrita (quest’ultima in molti casi soffre contemporaneamente di sovrappeso o obesità), manca di aminoacidi essenziali e micronutrienti. Gli allevamenti svolgono un ruolo cruciale nel fornirli. I prodotti di origine animale sono la più diffusa fonte di proteine e micronutrienti di alta qualità e consentono a molte popolazioni di integrare una dieta a base amilacea (cereali e tuberi) inadeguata. In molti paesi emergenti il consumo di uova, latte e carne sono essenziali per lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino specie nei primi mille giorni di vita. A livello globale i prodotti animali valgono il 40% del PIL da attività agricole che rappresenta il 3% del PIL mondiale e oltre 500 milioni di persone dipendono economicamente dall’allevamento animale. Gli allevamenti contribuiscono al conseguimento di tutti i 17 SDGs dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Allevamenti: calamità necessaria. Che fare?
Non è facile prescrivere ricette. Dai sistemi pastorali nomadi dell’Africa sub-sahariana alle “factory farms” degli Stati Uniti non si può certo generalizzare. Approcci e soluzioni non possono che essere multidisciplinari, integrati, sia globali che locali. Ci aspettiamo molto dal miglioramento genetico per ottenere razze più resilienti e produttive, dai mangimi innovativi (ad esempio alghe e lipidi dietetici, foraggi ricchi in zuccheri) per ridurre la fermentazione enterica, dagli inibitori della metanogenesi (pare essere efficace il 3-nitroossipropanolo) e dalla “precision feeding”. Ma recenti analisi mostrano che, pur se implementate tutte, queste tecniche non sarebbero sufficienti. Si dovrà gioco forza ridurre in modo importante la carne nella dieta dei paesi sviluppati, ma soprattutto in Cina, India, Brasile (dove purtroppo il trend va deciso in senso opposto) e poi in Africa.  Si dovrà dare precedenza a prodotti da allevamenti a ridotte emissioni (pollame, acquacoltura) e largo spazio alle proteine vegetali e alternative (insetti, microalghe, batteri, funghi).

Ricordiamoci che a soffrire sono e saranno soprattutto i piccoli produttori nei paesi poveri, ma nemmeno in Europa la trasformazione sarà indolore e si porrà in tutta la sua urgenza molto prima di quando previsto. All’agricoltore/allevatore dico: “Se la tua attività è causa di danno all’ambiente e alla salute non ti girare dall’altra parte. È tuo dovere, ma anche interesse, destinare risorse e pretendere adeguati mezzi normativi per riorganizzare l’azienda affinché le esternalità negative della tua attività vengano prima significativamente ridotte e poi completamente eliminate”. D’altra parte non dobbiamo vedere l’allevatore come il colpevole di chissà quale crimine, un inquinatore insensibile preoccupato solo di far profitto. Tutti dobbiamo nutrirci e quindi mangiare e, giacché da tempo non siamo più cacciatori/raccoglitori, qualcuno dovrà pure produrre il nostro cibo, ma non certo a discapito della salute e dell’ambiente. Il cibo oltre che necessità è un piacere, ultimamente sempre più rovinato dai dubbi sulla salubrità di ciò che mangiamo. Ci chiediamo quali pesticidi stiamo assumendo con una porzione di fragole, quanti antibiotici con una fettina, quanto mercurio con un filetto di sgombro, quanta plastica con un bicchiere d’acqua. E da qualche tempo alcuni, specie giovani, giustamente si chiedono quanta parte di natura il nostro cibo ha devastato prima di arrivarci nel piatto. È l’intero settore alimentare che deve farsi carico della maggiore sfida che, oltre il climate change, ci attende nei prossimi anni: l’accesso a “cibo sano e sostenibile”, prima che vi sia costretto da forze esterne.

Mario R. Tredici

Per leggere la prima parte dell’articolo sull’impatto ambientale della carne clicca qui.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

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    Pesando anche il costo in termini di patrimonio naturale distrutto o compromesso, si avrebbero perdite medie del 12% per la produzione di fertilizzanti, del 78% per la coltivazione di grano e di ben il 165% per l’allevamento animale.

    E’ possibile sapere come vengono fuori queste percentuali?Grazie.

  2. Avatar

    La mia domanda era per capire il dato percentuale della coltivazione del grano che mi sembra spropositato , almeno in ambiente europeo. Ho cercato i criteri della valutazione di impatto ambientale ma mi sono perso, qualche dritta da esperti mi avrebbe aiutato, grazie.