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Grano: la crisi degli approvvigionamenti e dei prezzi che salgono non è solo colpa della guerra. C’è anche speculazione

pasta granoL’inserto L’Economia del Corriere della sera del 4 luglio 2022 propone un interessante articolo sul problema dell’approvvigionamento e delle scorte di grano tenero e cereali fermi nei silos ucraini a causa della guerra. La nota è firmata dafirmato da Alessandro Giraudo (docente di Finanza internazionale e Storia economica della finanza presso l’Institut supérieur de gestion – Isg di Parigi). La questione del grano ha assunto  un’importanza internazionale perché l’Ucraina è il secondo esportatore mondiale di cereali. Giraudo parte con un’analisi dei dati sul raccolto 2021-22  citando i numeri dell’Usda, il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, e sostiene che: “Durante la campagna 2021-22 appena terminata l’Ucraina avrebbe dovuto esportare 62,7 milioni di tonnellate di cereali su una produzione record di 84,8, contro una media di una settantina di tonnellate”.

“Prima dell’invasione – riferisce Giraudo autore anche del libroStorie straordinarie delle materie prime”, ADD editore 2022 – l’Ucraina aveva già esportato quasi 24 milioni di tonnellate di grano e quindi ne restano da esportare ancora 5-6 milioni; la quantità di mais da esportare è stimata a una quindicina di tonnellate”. È vero che il Paese ha ridotto il volume di vendite, ma le esportazioni sono continuate, tanto che nella prima metà del mese di giugno sono stati venduti più di un milione di tonnellate di cereali, soprattutto mais. I dati indicano che le esportazioni di cereali sono state di 300 mila tonnellate (marzo), un milione (aprile), 800 mila in maggio. Quindi – conclude Giraudo – i rischi di fame nel mondo sono uno spettro più di origine speculativa che di natura fisica, anche se i prezzi dei cereali sono saliti da 250-280 dollari/tonnellata a 420-450”. Il vistoso incremento però era già iniziato prima che la Russia invadesse l’Ucraina a causa degli acquisti record della Cina nel 2021, della siccità che ha colpito Brasile, Canada altri Paesi e altri fattori. Poi c’è la questione dello stoccaggio che secondo il professore non è un reale problema, perché i cereali nei silos possono essere conservati per diversi mesi e la stessa cosa succede per le stive delle navi.

origine, mazzo di spaghetti in verticale su tavolo spaghetto quadrato
I rischi di fame nel mondo sono uno spettro più di origine speculativa anche se i prezzi dei cereali sono saliti da 250-280 dollari/tonnellata a 420-450

Oltre a ciò, continua Giraudo, bisogna considerare che la Russia continua a esportare cereali “a ritmi sostenuti in particolare verso la Turchia, l’Iran e l’Egitto. Un segno del miglioramento della situazione dei flussi è offerto dalla caduta verticale dei noli: per esempio, il trasporto marittimo fra il Mar Nero e Alessandria è sceso dagli 80 dollari tonnellata del mese di marzo ai 35 di questi giorni”. Secondo i dati Usda la situazione fino ad ora non presenta criticità. “la campagna cerealicola mondiale 2021/22 si conclude con una produzione di 2.286 milioni di tonnellate e uno stock finale di 601 milioni, pari a più di un quarto. Nel caso del grano, le statistiche indicano una produzione di 781 e 276 milioni di tonnellate di stock, pari a più di un terzo”.

Nella sezione di economia del sito Start magazine, in una nota di Giulia Alfieri sul tema della crisi del grano si legge che “…nel mondo ci sono quattro grandi società (tre americane e una francese) specializzate nella  commercializzazione dei cereali: Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus”. Questi gruppi hanno tutto l’interesse a conservare le scorte  in magazzino fino a quando i prezzi non raggiungono il picco massimo. Poi bisogna considerare la speculazione da parte di fondi finanziari di investimento che operano nel mondo delle materie prime, contribuendo alla volatilità dei prezzi per ricavare maggiori guadagni. La situazione forse si presenterà critica con il prossimo raccolto perché  in Ucraina si stima una perdita fra il 25% e il 30%. Se poi la guerra dovesse continuare  per ancora diversi mesi  allora i Paesi più poveri pagherebbero un prezzo davvero alto. E non solo economico.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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Un commento

  1. Noi come nazione siamo grandi produttori di pasta, purtroppo , deduco che dipendiamo da queste quattro sorelle, ci vorrebbe un altro Enrico MATTEI o un Adriano OLIVETTI

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