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Gli allevamenti europei diminuiscono e sono sempre più intensivi: i risultati dell’analisi del Guardian

Il numero di allevamenti di pollame e bestiame nell’Unione Europea (Croazia esclusa), è diminuito drasticamente nel periodo tra il 2005 e il 2016, l’ultimo anno per il quale i dati risultano disponibili. Un’analisi condotta dal Guardian evidenzia che c’è stata una diminuzione di 3,4 milioni di allevamenti in questo arco temporale; se si prendono invece in considerazione tutti i tipi di aziende agricole, il calo è stato nel complesso di 4,2 milioni di unità. Nello stesso periodo però è aumentato il numero medio di animali per singola impresa: il numero di maiali per esempio è passato da 374 nel 2005 a 688 nel 2016, quello di pollame da 2.941 a 5.555. Dati che combinati con i precedenti espongono una tendenza all’intensificazione degli allevamenti europei e suggeriscono che a essere rimasti fuori dal mercato siano soprattutto le piccole e medie imprese agricole.

Solo in Italia, per esempio, il numero di allevamenti di maiali è calato del 76%, in Spagna il  quello di pollame è diminuito del 65%, quello di bovini in Estonia del 70% e quello di pecore in Bulgaria del 77%. Nel complesso Francia, Germania e Paesi Bassi hanno perso più di un terzo delle imprese agricole presenti sul territorio. Numeri allarmanti considerato che i piccoli e medi allevamenti, rispetto a quelli intensivi, oltre a poter potenzialmente garantire una migliore qualità di vita per gli animali, impattano in misura minore sull’ambiente e sulla biodiversità del territorio. L’intensificazione dell’agricoltura nell’UE per esempio è andata di pari passo con una drastica diminuzione di uccelli e insetti nelle aree agricole.

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A beneficiare dei contributi erogati sono state le imprese agricole più grandi

Secondo il Guardian, complice di questo processo è stata la Politica agricola europea.  A beneficiare dei contributi erogati sarebbero state infatti le imprese agricole più grandi: si stima che circa l’80% dei 40 miliardi messi a disposizione dall’UE siano attualmente diretti solamente al 20% dei produttori. Questo processo coinvolge i primi stati membri da decenni, e ha interessato in particolare i paesi dell’est Europa in seguito alla loro entrata nell’Unione: dal 2005 la Bulgaria ha perso il 72% degli allevamenti, l’Ungheria il 48%, la Polonia il 54% e la Slovacchia il 72%.

Janusz Wojciechowski, commissario europeo per l’agricoltura, aveva dichiarato al Guardian che in vista dell’approvazione della futura Politica agricola comune europea, un piano che regola lo stanziamento di circa un terzo del bilancio UE e che sarà in vigore dal 2023 fino al 2027, l’intenzione era quella di tornare a sostenere maggiormente le piccole e medie aziende agricole, all’interno di una direzione generale che idealmente dovrebbe rendere l’agricoltura e l’allevamento europeo più sostenibili.
Tra le novità più importanti dell’accordo sulla PAC, annunciato alla fine di giugno dopo due anni e mezzo di negoziati, troviamo per esempio la condizionalità sociale, un meccanismo che imporrà ai beneficiari dei fondi di rispettare alcuni parametri in materia di diritti dei lavoratori, poi l’obbligo per gli stati membri di redistribuire almeno il 10% del budget ottenuto verso le aziende agricole più piccole, e ancora la destinazione di una parte dei fondi (20% nei primi due anni, 25% negli ultimi tre) ai produttori che aderiranno agli “ecoschemi”.
L’accordo è stato criticato però sia dai Verdi che da diverse associazioni ambientaliste, i quali ritenevano necessarie riforme più ambiziose in termini di transizione verso pratiche più sostenibili e di allineamento con il Green Deal europeo. Secondo una stima dell’European Environmental Bureau, una rete di organizzazione ambientaliste europee, le nuove norme introdotte non impedirebbero per esempio a tre quarti dei 270 miliardi del bilancio stanziato dalla PAC di essere comunque destinati a pratiche di allevamento e di agricoltura intensiva.

Nadia Corvino

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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