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Fave al posto della soia. Dal legume ottenuta una farina proteica versatile e dal ridotto impatto ambientale

faveFave al posto della soia. Una possibile soluzione per limitare la domanda planetaria di quest’ultima, evitare di concorrere alla deforestazione in atto in paesi come il Paraguay e il Brasile, limitare la perdita di biodiversità associata all’estensione delle monocolture e ridurre l’impronta causata dal trasporto da grandi distanze della materia prima. Non solo, potrebbe essere anche un modo per evitare di consumare della soia che ormai, in quantità sempre più rilevanti, è geneticamente modificata per resistere al glifosato, e quindi irrorata con grandi quantitativi dell’erbicida.

È ambizioso l’obiettivo che si propone un gruppo di ricercatori dell’Università di Copenaghen, in Danimarca, che ha messo a punto un metodo per ottenere una farina proteica a partire appunto dalle fave che non ha nulla da invidiare a quella, ben più diffusa, di soia. 

Come riferito su Foods, infatti, il sistema è semplice, economico e versatile, e si basa su un procedimento chiamato frazionamento umido che permette, tramite successive concentrazioni della frazione proteica, di ottenere una polvere da sciogliere in acqua. Dalla soluzione ottenuta è facile rimuovere le parti meno digeribili, e arrivare così al prodotto finale: una farina proteica bianca che non ha alcun sapore o retrogusto (a differenza di quanto accade, per esempio con i piselli) e che può essere usata come base per alimenti come i sostituti della carne e le bevande vegetali. Sono stati considerati anche amaranto, grano saraceno, lenticchie e quinoa, ma le fave si sono dimostrate le candidate migliori da diversi punti di vista, compreso quello organolettico.

La Danimarca non produce soia, e quindi la importa. Una quantità crescente di consumatori chiede derivati vegetali a base di soia, per rinunciare alla carne, ma domanda al tempo stesso prodotti che abbiano un’impronta ambientale ridotta, e che non contengano fitofarmaci. Le fave possono crescere bene in climi freddi, e per questo potrebbero costituire una valida alternativa a km zero alla soia, non solo a quelle latitudini.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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4 Commenti

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    forse la questione non si risolve “solo” al pur enorme impatto che la coltivazione della soia ha sull’ambiente e potenzialmente sulla salute umana, per quel che riguarda il contenuto di pesticidi (se non degli OGM), ma anche all’apporto di fitoestrogeni che si introducono con l’alimentazione, argomento oggi controverso per le sospette implicazioni ormonali che potrebbero comportare, alterandone i normali livelli…

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    Bisognerebbe prima assicurarsi tramite sperimentazione, sull’effetto di queste farine in un soggetto fabico.

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      Buongiorno,

      Così come è scritto l’articolo fornisce l’idea che la soia viene solo destinata all alimentazione umana.
      Della soia coltivata a livello mondiale, dai dati del 2019, quanta è destinata al consumo umano e quanta all’alimentazione animale?
      Da un report del WWF fino al 2012, approssimativamente meno del 20% della soia coltivata era destinata al consumo umano diretto.

      Grazie

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    sono d’accordo con il sig. Luca; la soia prodotta in quantità industriali serve soprattutto come mangime x gli animali degli allevamenti intensivi, solo in minor quantità per il consumo umano; quindi ben venga la farina di fave, ma non risolverà il problema legato al consumo, loro malgrado, da parte degli animali da allevamento (che oltretutto penso ne farebbero volentieri a meno)