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Il mondo ha fame, ma aumentano i prezzi alimentari e cresce la volatilità. L’analisi degli esperti e le strategie proposte

L’aumento dei prezzi agricoli e la loro volatilità, caratterizzata da improvvise e violente oscillazioni che hanno raggiunto anche incrementi del 100% da un anno all’altro, sono un tema centrale nei dibattiti internazionali.

Si tratta di due aspetti con un impatto negativo sull’accesso al cibo di chi vive nei Paesi in via di sviluppo e che modificano anche la vita di chi vive nei paesi occidentali dal punto di vista economico e sociale.

 

Se ne è parlato al Quarto Forum sull’alimentazione e nutrizione del Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) con esperti illustri: Dan Glickman, ex Segretario all’Agricoltura degli Stati Uniti, Mark Rosegrant, direttore presso l’International Food Policy Research Institute, Ruth Oniang’o, ex membro del Parlamento del Kenya, Gwilym Jones, membro del Gabinetto del Commissario per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale della Commissione Europea, e Giangi Milesi, Presidente CESVI.

 

L’indice dei prezzi dei cereali stilato dalla FAO (FAO Cereal Index) nel mese di novembre 2012 è aumentato del 12% rispetto al 2011, toccando quota 256 punti. L’indice è diminuito rispetto al picco di settembre quando sono stati sfiorati i 263 punti, ma il timore del ritorno alle “rivolte della fame” scatenate nel 2008 nei Paesi più poveri del mondo, è forte.

Ruth Oniang’o ricorda: «Spesso in Kenya le madri, fingendo di dover cucinare, mettono una pentola d’acqua a bollire, ma questa rimarrà vuota. Moltissimi africani ancora saltano diversi pasti a settimana perché non hanno le risorse economiche per comprare il cibo».

 

Quali sono i fattori che influenzano la volatilità e l’aumento dei prezzi nel mondo? Da un lato c’è il costo del cibo e le variazioni di prezzo riconducibili alla dinamica domanda-offerta. La crescita della popolazione mondiale (nel 2050 saremo 9,1 miliardi) e lo sviluppo economico dei paesi emergenti causano un aumento dei prezzi.

Lo stesso Glickman, seguendo semplici logiche economiche, afferma che «più consumiamo, più i prezzi aumentano».

 

Bisogna poi considerare il fenomeno dell’occidentalizzazione della dieta nei paesi in via di sviluppo. In Cina dal 1990 al 2011 il consumo di carne pro capite registra un incremento del 128%. Un aumento della domanda di carne fa crescere i prezzi dei mangimi e dei cereali necessari all’allevamento del bestiame, attivando così un circolo negativo che ricade sul consumatore.

Un altro fenomeno rilevante riguarda la riduzione delle scorte alimentari registrato negli ultimi anni dovuto alla scarsità dei raccolti per fattori climatici avversi, e il cambio di destinazione di alcune colture dirottate nel segmento dei biocarburanti (in genere una riduzione degli stock di cereali corrisponde ad un aumento dei prezzi).

Ricorda il BCFN: «Poiché la maggior parte dei biocarburanti non è economicamente sostenibile senza contributi governativi e viene prodotta con i medesimi input destinati all’alimentazione o all’allevamento (cereali, canna da zucchero ecc.), si genera una competizione tra il settore energetico e quello alimentare nell’utilizzo delle materie prime agricole (nel 2010 il 38,4% della produzione di mais degli Stati Uniti è stata destinata alla realizzazione di etanolo)».

 

Anche gli effetti riconducibili al cambiamento climatico incidono sulla volatilità dei prezzi alimentari. Gli stessi Jones e Rosegrant citano il cosiddetto climate change tra le cause principali della lievitazione dei listini. Basti pensare alla prolungata la siccità rlevata quest’anno negli Stati Uniti che ha provocato un aumento del prezzo del mais di circa il 23%.

 

Non meno importanti sono alcuni fattori trasversali come il livello di speculazione finanziaria, l’andamento del costo del petrolio e dell’energia e l’imposizione di barriere o sussidi commerciali di alcuni Paesi.

Come ricorda anche il documento conclusivo dell’incontro, nel biennio 2008-2010, in seguito all’aspettativa di raccolti inferiori alla media e all’innalzamento dei prezzi, alcuni importanti Paesi esportatori di cereali hanno tolto i sussidi all’export (o introdotto tasse sull’esportazione) per limitare la vendita all’estero e arginare i prezzi sul mercato interno.

 

Come via di soluzione il BCFN propone di agire su fattori strutturali a medio-lungo termine e su fattori contingenti. Nel primo gruppo troviamo la produttività agricola, gli effetti del cambiamento climatico, gli stili alimentari dei Paesi in via di sviluppo e l’aumento del generalizzato consumo calorico medio.

Sul fronte dei fattori contingenti la proposta è di creare un sistema multilaterale di riserve alimentari e di migliorare la trasparenza sui flussi e sugli stock. Serve inoltre ridurre dazi e quote di supporto all’esportazione, diminuire il supporto alla produzione di biocarburanti di prima generazione e regolamentare l’eccessiva speculazione finanziaria sulle commodity alimentari.

 

Ludovica Principato

Foto: Photos.com

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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