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Etichette, made in Italy e diciture: cosa ne sanno gli italiani? Un’indagine Granarolo su mille persone evidenzia dubbi e confusione

Come leggere le etichette?
Solo il 18% legge bene l’etichetta, ma la quasi totalità degli intervistati sostengono la sua importanza

Etichette, made in Italy, materie prime. Cosa ne sanno gli italiani e quanto interesse racchiude questo tema? Granarolo ne ha intervistati poco più di mille, equidistribuiti tra nord, centro e sud Italia. Dall’analisi si è visto che la metà degli intervistati non sa cosa significhi precisamente “Made in Italy” per quanto riguarda il settore alimentare poiché confonde il concetto di materie prime (il 30% crede che anche queste siano italiane) e produzione.

La confusione va tutta a vantaggio dei produttori, visto che il 96% degli intervistati (praticamente tutti) ritiene importante che un prodotto sia realizzato con materie prime italiane ed è disposto a spendere fino al 73% in più per averlo

Sul tema delle etichette, gli italiani sono convinti – e vale per il 95% degli intervistati – che le informazioni contenute siano fondamentali, ma solo il 18% di loro la legge integralmente, mentre il 63% si limita a consultare la data di scadenza. La metà del campione controlla gli ingredienti, la provenienza (49%) e l’eventuale presenza di sostanze dannose alla salute (37%). La quasi totalità degli intervistati vuole che la filiera agroalimentare sia controllata e un terzo del campione si rivolge alle Associazioni di consumatori in caso di cibo avariato

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Le differenze tra i vari tipi di latte sono note, meno invece il significato di “light” e “yogurt con”

Una percentuale importante, pari al 48%, considera le etichette poco chiare, scritte con caratteri tipografici piccoli e difficili da comprendere. “Il 95% degli intervistati – si legge sul comunicato – è a conoscenza del significato di almeno una delle più comuni certificazioni europee indicate in materia di prodotti agroalimentari (D.O.P., D.O.C., I.G.T., D.O.C.G.), ma quando viene chiesto di specificarne meglio la differenza, gli intervistati entrano in difficoltà. L’unica sigla davvero chiara sembra essere la DOC del vino”.

Per quanto riguarda altre indicazioni , la metà del campione dice di conoscere la differenza tra un latte standard e un latte di alta qualità e il 58% tra quello standard e uno biologico.Nessuno degli intervistati conosce il significato della dicitura “leggero/light” che a norma di Reg. CE n.1924/06 identifica un prodotto che contiene il 30% in meno di grassi rispetto al prodotto di riferimento. Il 29% soltanto conosce il significato di “Yogurt con…” (con aggiunta di altri prodotti), mentre una percentuale più alta (38%) dichiara di non saper rispondere alla domanda.

Infine, “solo metà dei consumatori conosce la differenza tra la data di scadenza e il termine minimo di conservazione (superato tale termine si modificano alcune caratteristiche organolettiche e nutrizionali ma il prodotto può ancora essere consumato senza rischi”)

 

  Redazione Il Fatto Alimentare

Redazione Il Fatto Alimentare

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4 Commenti

  1. Sarebbe stato altrettanto interessante, chiedere ai consumatori se conoscono la differenza tra un semplice Cotto, Prosciutto Cotto, Prosciutto Cotto Scelto e Prosciutto Cotto Alta Qualità. Sarebbe interessante anche un’indagine per valutare se gli affettati che si trovano al super mercato rispettino i parametri di legge richiesti (vedi UPSD). Secondo me tantissimi prodotti non rispettano l’UPSD di categoria (P.Cotto, Cotto Scelto etc.)

  2. Sarebbe bello avere le risposte invece di sapere solo su cosa la gente è confusa….

  3. sarebbe bello sapere che nozioni generali su una corretta alimentazione e sulla merceologia diventassero materia obbligatoria di studio per studenti, sin dalla più tenera età.

  4. Secondo me si chiede a della gente mezza analfabeta di sapere cose assurdamente specifiche. Non ci si rende conto che la maggior parte degli Italiani ha la testa solo per la partita e le veline , non conosce l’Italiano, ma si pretende che sappia che “Light vuol dire che contiene un 30% di grassi in meno rispetto al prodotto originale”? Cioè io faccio Economia e Cultura dell’Alimentazione (che studia proprio quello che è l’oggetto dell’articolo e del sito in generale) e avrei saputo rispondere a tutte le domande. Nonostante ciò penso che nel mio corso saremmo stati in massimo 3 a saper rispondere a tutto in maniera precisa e non perché siamo dei geni, ma perché la qualità dell’informazione e degli insegnamenti a TUTTI i livelli è troppo troppo bassa da noi. Con tutto ciò come facciamo a pretendere un livello d’informazione del genere? (E comunque basta considerare che ad una mia amica che fa medicina sono io che “insegno” alimentazione perché nel suo corso di laurea non se ne fa nemmeno cenno…pensa te…)