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Etichetta di origine made in Italy: il ministro Romano punta a migliorare la leggibilità. Così sarà più facile comprendere le differenze di prezzo

Il 1° giugno, il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Saverio Romano ha convocato i rappresentanti della filiera agroalimentare italiana per annunciare un nuovo progetto normativo nazionale: «Abbiamo finalmente pronto il decreto per la difesa dei nostri prodotti, la strategia della promozione e della comunicazione. Dobbiamo poter sostenere chi ha scelto di produrre in qualità attraverso l’uso delle risorse agricole del nostro paese. Dobbiamo accompagnare queste imprese verso i Paesi emergenti dove si va formando una nuova classe di consumatori in grado di apprezzare il made in Italy, come la Cina». Di cosa si tratta?

Il capo dipartimento Mario Catania ha ricordato che norme europee e nazionali di settore già prevedono l’obbligo di indicare l’origine delle materie prime sulle etichette di alcuni alimenti: oli vergine ed extravergine d’oliva, carni bovine e avicole, miele, latte fresco e passata di pomodoro. Il ministero, senza voler interferire con i principi cardine di tali normative, vorrebbe introdurre nuove prescrizioni per garantirne la leggibilità.

In particolare: l’obbligo di posizionare l’informazione nello stesso campo visivo della denominazione di vendita; una dimensione minima dei caratteri proporzionata alla misura della confezione (per la gran parte dei prodotti, altezza minima della “x” minuscola non inferiore a 2 mm).

Poiché la normativa si qualifica come norma tecnica relativa alla commercializzazione delle merci, il ministero ha dichiarato che provvederà a notificarla alla Commissione europea, ai sensi della direttiva 98/34/CE. Infine, sono previsti termini per lo smaltimento delle scorte.

L’approccio del nuovo ministro è senza dubbio condivisibile: nel rispetto delle norme comunitarie vigenti, propone di intervenire con regole nazionali sussidiarie per permettere al consumatore di comprendere un’informazione che meglio di altre può spiegare le differenze di prezzo tra i vari prodotti a scaffale (per esempio, il maggior costo di un olio extra-vergine realizzato con olive italiane anziché spagnole).

Tuttavia, al di là delle questioni di carattere tecnico legate all’adeguamento delle etichette e allo smaltimento delle scorte delle confezioni non conformi, c’è il rischio che queste norme possano entrare in conflitto con il regolamento UE per l’informazione al consumatore relativa ai prodotti alimentari che è ora in fase di definizione e disciplinerà, tra l’altro, le informazioni da apporre sullo stesso campo visivo dell’etichetta e l’altezza minima dei caratteri. La Commissione europea potrebbe quindi chiedere all’Italia di non dare attuazione al nuovo decreto in attesa di definizione del regolamento UE.

Un secondo aspetto emerso nella consultazione delle rappresentanze della filiera è che purtroppo l’informazione in etichetta sull’origine delle materie prime non basta a risolvere la crisi di mercato. Riprendendo l’esempio degli oli extra-vergini di oliva, la differenza di prezzo tra il prodotto italiano e quello di altri paesi UE o non UE è così elevata da non influire in modo significativo sulle scelte dei consumatori.

La capacità di spesa degli italiani è infatti drammaticamente ridotta negli ultimi anni e perciò la scelta di un prodotto “100% italiano” è spesso vincolata alle promozioni offerte nei supermercati. Le condizioni imposte dalla GDO ai fornitori per queste promozioni commerciali, del resto, non offrono alla filiera produttiva italiana alcun riconoscimento del valore dei loro prodotti.

Il problema è insomma più complesso: bisogna lavorare alla competitività delle imprese agroalimentari nazionali, e soprattutto bisogna affrontare il tema delle relazioni commerciali tra la GDO e i fornitori. Perché il ricorso indiscriminato alle vendite sottocosto, i pagamenti ritardati di mesi, condizioni contrattuali inique che comprendono sconti retroattivi del tutto ingiustificati e “listing fee” (cioè il pagamento di somme cospicue da parte del fornitore per ogni suo prodotto da inserire a scaffale) non fanno che indebolire una filiera di produzione già in difficoltà.

Il ministro Romano ha promesso che incontrerà nelle prossime settimane i rappresentanti della GDO per ragionare sull’introduzione di buone prassi commerciali da applicare alla filiera alimentare e si è detto pronto a intervenire d’imperio qualora i suoi suggerimenti non vengano accolti.

Dario Dongo

foto: Photos.com

 

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