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L’etichetta nutrizionale non basta, servono Nutri-Score e indicazioni su alimenti ultraprocessati

Il British Medical Journal ha pubblicato a fine agosto uno studio che fa una correlazione fra l’impatto sulla salute causato dal cibo con un elevato grado di trasformazione industriale e il sistema di etichetta a semaforo Nutri-Score, molto utilizzato sulle confezioni dei prodotti francesi e non solo. La ricerca è firmata dal Dipartimento di epidemiologia e prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed, in collaborazione con l’Università dell’Insubria di Varese e Como insieme all’Università di Catania eMediterranea Cardiocentro di Napoli. Per capire quanto sia importante il problema il British Medical Journal dedica all’argomento anche un lungo editoriale al tema della salute e della nutrizione in riferimento ai cibi ultraprocessati, riprendendo lo studio italiano e un secondo lavoro portato avanti negli USA che correla questi alimenti con il cancro al colon.

I ricercatori hanno monitorato per 12 anni lo stato di salute di oltre 22mila persone all’interno del Progetto epidemiologico Moli-sani (*). Sulla base dei dati hanno correlato le abitudini alimentari delle persone valutando sia gli elementi nutrizionali, sia quelli legati al grado di trasformazione dei cibi per individuare gli aspetti dell’alimentazione che definiscono meglio il rischio di mortalità. La questione evidenziata con una certa rilevanza è che gli alimenti, oltre ad essere caratterizzati dalla composizione e dalla qualità nutrizionale, devono essere valutati anche in base al grado di lavorazione industriale a cui vengono sottoposti. Il processo risulta cruciale per capire il reale effetto del cibo sulla salute. Per questo motivo un’indicazione sulle etichette relativa a questo aspetto si rende necessaria per informare i consumatori.

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Un’indicazione sulle etichette relativa a processo di lavorazione industriale è necessario per la salute dei consumatori

“Si stima che nel mondo – precisa Augusto Di Castelnuovo, ricercatore del Mediterranea Cardiocentro di Napoli – una morte su cinque sia dovuta a una scorretta alimentazione, per un totale di 11 milioni di morti all’anno. Ecco perché migliorare le abitudini alimentari è in cima alla lista delle priorità delle agenzie di salute pubblica e dei governi di tutto il mondo”. “I nostri risultati – dichiara Marialaura Bonaccio, epidemiologa del Dipartimento di epidemiologia e prevenzione dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli e primo autore dello studio – confermano che il consumo sia di alimenti di scarsa qualità nutrizionale sia di cibi ultraprocessati aumenta in modo rilevante il rischio di mortalità, in particolare per quanto riguarda le malattie cardiovascolari. Quando abbiamo tenuto conto congiuntamente del contenuto nutrizionale della dieta e del suo grado di lavorazione industriale, è emerso che quest’ultimo aspetto è quello più importante nell’evidenziare il maggiore rischio di mortalità”.

L’altro elemento riportato nello studio è che secondo una ricerca  brasiliana (**) l’80% degli alimenti che sono classificati come poco salutari classificati dal sistema di etichetta a semaforo francese Nutri-Score con in colore (lettera E del Nutri-Score) rientrano anche nella classe dei cibi ultraprocessati. Questo suggerisce che il rischio aumentato di mortalità non è da imputare direttamente (o esclusivamente) alla bassa qualità nutrizionale di alcuni prodotti, bensì al fatto che questi subiscono una lavorazione a livello industriale elaborata e il più delle vuole complessa.

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La soluzione suggerita è che serve adottare un sistema di etichettatura nuovo come il modello Nutri-Score

La soluzione suggerita è che per fare scelte alimentari più salutari sarebbe molto utile adottare una nuova etichetta per i prodotti. Questa scelta è già stata fatta da tempo su base volontaria in alcuni Paesi con il modello Nutri-Score (Francia, Spagna, Belgio, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svizzera). Queste etichette sono al vaglio della Commissione Europea che dovrebbe decidere entro la fine del 2022, quale dovrà essere il sistema da applicare in tutti gli Stati membri. “Il Nutri-Score adottato da anni in Francia – precisa Licia Iacoviello direttore Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCC Neuromed di Pozzilli e professore di igiene all’Università dell’Insubria di Varese e Como – è considerato il modello più favorito perché diverse ricerche hanno dimostrato la sua efficacia e la facilità di comprensione da parte dei consumatori”. Il sistema valuta la qualità nutrizionale di un alimento (ad esempio in base al contenuto di grassi, sale, fibre, etc.), con una scala di cinque colori, che vanno dal verde (cibo più salutare) al rosso e a cui corrispondono le prime cinque lettere dell’alfabeto, A-B-C-D-E. In questo modo indirizza il consumatore a scegliere prodotti associati alla riduzione totale del rischio mortalità dovuto a motivo cardiovascolari.

Ma la qualità nutrizionale elaborata attraverso l’etichetta a semaforo Nutri-Score non è l’unico fattore da tenere in considerazione. La valutazione dei prodotti alimentari  in base al livello di lavorazione industriale, penalizzando quelli cosiddetti ultraprocessati viene già fatta attraverso il metodo NOVA. Si tratta per lo più di alimenti  preparati in parte o interamente con sostanze che non vengono utilizzate abitualmente in cucina (proteine idrolizzate, maltodestrine, grassi idrogenati…) e che contengono spesso diversi additivi, come coloranti, conservanti, antiossidanti, anti-agglomeranti, esaltatori di sapidità ed edulcoranti. Fanno parte di questa categoria bevande zuccherate e gassate, prodotti da forno preconfezionati, creme spalmabili, ma anche prodotti apparentemente insospettabili, come fette biscottate, alcuni cereali per la colazione, cracker e yogurt alla frutta.

Un esempio di valutazione dei prodotti alimentari in base in base al Nutri-Score e al livello di lavorazione industriale (NOVA)

In base al sistema di etichetta NOVA, proposto, una decina di anni fa da un team di ricercatori brasiliani, una fettina di carne sarebbe preferibile a un hamburger vegano, perché la prima non ha subito manipolazioni industriali e verosimilmente non contiene additivi alimentari, mentre il secondo è il risultato di un’articolata lavorazione industriale al termine della quale la percentuale di alimento rimasto integro diventa marginale.

“L’obiettivo di aiutare le persone a compiere scelte alimentari più salutari è sicuramente da condividere – continua Licia Iacoviello – tuttavia l’etichetta Nutri-Score, così come anche altri sistemi di etichettatura simili elaborati in altri Paesi, veicola solo parzialmente il messaggio volto a migliorare le scelte a tavola. Le lettere e i colori aiutano a confrontare rapidamente prodotti della stessa categoria, permettendo di scegliere quello migliore dal punto di vista nutrizionale, ma non fornisce indicazione sul grado di trasformazione industriale.

I nostri dati indicano che è necessario considerare non solo le caratteristiche nutrizionali, ma anche il grado di lavorazione dei cibi. Ecco perché pensiamo, anche in sintonia con altri ricercatori internazionali, che bisognerebbe integrare l’attuale sistema di etichettatura europeo con informazioni riguardanti sia la qualità nutrizionale sia l’indice di trasformazione industriale”. In altre parole si tratta di aggiungere alle etichette oltre al semaforo del Nutri-Score, anche il bollino NOVA con un numero da 1 a 4 che indica il livello di processo industriale subito. Questa indicazione viene già riportata per moltissimi prodotti italiani sul sito OpenFoodFacts.

https://ilfattoalimentare.it/dieta-paleo-ordine-biologi-nutrizionisti.html
I dati della ricerca evidenziano la necessità di considerare non solo le caratteristiche nutrizionali, ma anche il grado di lavorazione dei cibi

Il tipico esempio di criticità del Nutri-Score, riguarda alcune bevande dolci con un contenuto ridotto di calorie grazie all’impiego di dolcificanti che risultando adeguate sul piano nutrizionale tanto da conquistarsi una lettera B dell’etichetta a semaforo. In questo caso è determinante l’indice NOVA che le penalizza considerandole  prodotti ultraprocessati e, quindi, da da evitare o consumare in modo molto limitato. La stessa problematica si riscontra con yogurt zuccherati e dolci freddi, che vantano pochi grassi ma contengono una lista corposa di additivi”.

“Un difetto comune a tutti i sistemi di etichettatura nutrizionale – precisa Giovanni de Gaetano, Presidente dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli – è di isolare il singolo prodotto dall’alimentazione globale Per migliorare davvero l’alimentazione, dovremmo ritornare all’antica lezione della Dieta Mediterranea, uno stile di vita caratterizzato da una sapiente scelta degli alimenti e del modo di combinarli e consumarli. Non è una lista della spesa, ma riflette una storia centenaria che rischia di sparire se consideriamo gli alimenti come atomi che non comunicano tra loro. Dobbiamo inoltre ricordare che l’alimentazione dei popoli mediterranei è basata principalmente su prodotti freschi o minimamente lavorati. Pertanto, un’azione completa di prevenzione a tavola dovrebbe prestare attenzione anche alla lavorazione industriale che, se eccessiva, rappresenta una documentata insidia per la nostra salute”.

(*) Lo studio Moli-sani iniziato nel marzo 2005, ha coinvolto circa 25.000 cittadini, residenti in Molise, per conoscere i fattori ambientali e genetici alla base delle malattie cardiovascolari e dei tumori. Lo studio Moli-sani, oggi basato presso l’IRCCS Neuromed, ha trasformato un’intera Regione italiana in un grande laboratorio scientifico.

(**) Romero Ferreiro C, Lora Pablos D, Gómez de la Cámara A. Two Dimensions of Nutritional Value: Nutri-Score and NOVA. Nutrients. 2021 Aug 13;13(8):2783. doi: 10.3390/nu13082783. PMID: 34444941; PMCID: PMC8399905

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Roberto La Pira

  Roberto La Pira

Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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5 Commenti

  1. Ma se c’è pieno di gente che non legge le etichette e spesso nemmeno sa leggerle e capirle, pensate che le stesse persone leggeranno il Nutri-Score? Il quale probabilmente è solo l’ennesimo tentativo dell’industria per pilotare più o meno indirettamente quel tipo di persone facilmente manipolabili e indirizzabili dal marketing.

  2. Ci ridurremo a cavie da laboratorio: rosso – BIIIP! (tipo scossa al topolino); verde: ok, mangia pure a volontà.
    Si rischia di deresponsabilzzare l’utente, che si sente garantito dal bollino e non ha più bisogno di pensare.
    Se il nutri-score è rivolto a chi non sa o non vuole leggere le etichette, pigrizia o ignoranza che sia, il risultato certo non sarà una maggiore consapevolezza alimentare, anzi!
    Ma poi, queste persone seguiranno le indicazioni dell’etichetta o le abitudini e i gusti consolidati? Non conosco fumatori che abbiano cambiato vizio solo vedendo le terribili immagini sui pacchetti di sigarette.
    Mi sembra che questa sia una battaglia simbolica, poco pratica: comporterà costi alle aziende per gli studi delle nuove etichette, per i controlli sulla loro correttezza, per gli aggiornamenti necessari, ecc., a fronte di un risultato quasi nullo sulla salute della popolazione (se è questo l’obiettivo).

  3. Adriano Cattaneo

    Come ho scritto altre volte, non credo che il Nutriscore (che pure è il migliore tra i concorrenti) sia la soluzione. Il consumatore dovrebe essere avvisato che sta acquistando e assumento un prodotto pericoloso. Quindi, secondo me, il Nutriscore va affiancato, o forse sostituito da un simbolo semplice (bollino nero, triangolo giallo, segnale stradale di pericolo, e sicuramente si possono fare varie proposte per poi scegliere la più comprensibile) che faccia capire trattarsi di un prodotto pericoloso. Ma, come ha scritto qualcuno, non basta un teschio su un pacchetto di sigarette per raggiungere l’obiettivo: non fumare. Non basterà nemmeno un avvertimento sui cibi ultraprocessati. Non è poi giusto dare tutta la responsabilità al consumatore: i consumatori già responsabili non ne hanno bisogno, quelli meno responsabili non si accorgeranno del pericolo, e alla fin fine aumenteranno le diseguaglianze, mentre compito dei governi è diminuirle. Mi dispiace che l’estensore dell’articolo non abbia riportato le sagge conclusioni dell’editoriale del British Medical Journal (pur citato). Le riporto io:
    “La soluzione razionale è quella di adottare politiche pubbliche ufficiali, incluse linee guida e pubblicità che consiglino di evitare (i cibi ultraprocessati; ndt), e azioni, normative comprese, miranti a ridurre la produzione e il consumo di cibi ultraprocessati e a restringere o addirittura proibire la loro promozione”.
    “La soluzione è anche di rendere i cibi freschi e minimamente processati (categoria Nova 1) disponibili, attrattivi e abbordabili. E sostenere iniziative nazionali per promuovere e favorire cibi preparati freschi fatti con alimenti freschi o minimamente processati usando piccole quantità di ingredienti culinari processati (categoria Nova 2) e cibi processati (categoria Nova 3). Messe in atto, (queste iniziative; ndt) promuoveranno la salute pubblica. Nutriranno anche famiglie, società, economie e ambiente.)
    Altro che affidarsi alla responsabilità del consumatore! La responsabilità è del legislatore e di chi governa.

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