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Etichette alimentari: cosa leggono i consumatori? Le regole che i produttori dovrebbero seguire

Perché vengano lette, le informazioni importanti devono essere poste al centro e in alto sulle confezioni di alimenti: è la conclusione di un recente studio sull’efficacia dei messaggi per il consumatore. Nonostante grandi discussioni sull’argomento, non molti ricercatori hanno approfondito dal punto di vista scientifico, cioè studiando a fondo la lettura e verificando che cosa viene colto prima e meglio. In pratica, in che modo un’etichetta – e in particolare le tabelle nutrizionali e la lista degli ingredienti – può risultare più efficace e aiutare il consumatore a compiere scelte veramente informate?

 

Un gruppo internazionale di neurologi ed esperti di marketing di alcune università di Stati Uniti, Danimarca e Svizzera ha deciso che era giunto il momento di codificare quanto si sa per delineare alcuni consigli fondamentali, e hanno perciò  analizzato gli studi pubblicati finora.

 

Scrivono gli autori su Food Policy: «Nella maggior parte dei casi, le etichette sono scritte in modo da rendere inutilmente complicata la comprensione delle informazioni a chi legge, e anche quando il cliente è armato delle migliori intenzioni e dedica del tempo alla lettura, non sempre riesce a recepire correttamente i dati. La posizione, il colore, il formato e il tipo di scrittura a volte costituiscono barriere difficili da superare e possono influenzare il fatto stesso di riuscire a vedere l’etichetta. Al contrario, una corretta impostazione del tipo di scrittura e del posizionamento dell’etichetta sulla confezione, sarebbero di grande aiuto».

 

Entrando nel dettaglio, in base agli studi analizzati il consumatore in media passa il 30% di tempo in più a leggere un’etichetta se è al centro della confezione, rispetto a quanto fa se la stessa è situata in basso o di lato. E lo stesso vale per la lista degli ingredienti: quando si trova al centro e verso l’alto dell’etichetta il cliente tende a leggerla, ma se è riportata in basso o di lato, chi guarda è molto meno incline a scorrerla. «Per far sì che l’etichetta venga letta e capita – commentano gli autori – sarebbe sufficiente porla al centro della confezione, e riportare le informazioni più importanti nella parte alta e centrale della stessa».

 

C’è poi un altro fattore che rende la lettura difficile: e cioè una certa confusione grafica, magari perché la confezione riporta disegni o altre scritte. Anche in questo caso, facilitare la comprensione non è complicato: basta lasciare un margine di un colore neutro nello spazio immediatamente circostante. Secondo le stesso principio, le scritte dovrebbero essere ben visibili e quando è il caso evidenziate.

 

Ecco, in sintesi, i sei comportamenti che le aziende dovrebbero mettere in pratica per migliorare l’efficacia delle etichette:

1. Porre l’etichetta in alto e in posizione centrale.

2. Ridurre numeri e scritte attorno all’etichetta.

3. Aumentare la visibilità delle singole scritte, soprattutto di quelle principali, per esempio usando colori che contrastano gli uni con gli altri.

4. Aumentare le dimensioni dell’etichetta e i caratteri tipografici delle scritte all’intero.

5. Semplificare il più possibile tutti i messaggi che riguardano la salute.

 

Agnese Codignola

Foto: Photos.com

 

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2 Commenti

  1. Buongiorno. I suggerimenti per una etichetta più leggibile sono certamente condivisibili. Questi però contrastano un po’ con le normative del settore (ad es. il Reg. UE 1169/2011) che chiedono di iserire sempre più informazioni (a beneficio dei consumatori certo) rendendo così difficile la creazione di un’etichetta snella e ben leggibile.

  2. Un articolo inutile se non irritante che non tiene in alcuna considerazione le difficoltà che incontrano le Aziende nel tentativo di:
    a) affermare la propria individualità attraverso l’etichetta, un vero e proprio biglietto da visita del prodotto;
    b) le regole dell’esposizione dei prodotti negli scaffali;
    c) i costi per la stampa di etichette multicolori, soprattutto nel caso si tratti di prodotti ad alto contenuto di qualità, ma a bassa "tiratura".
    Insomma, a volte si ha la sensazione che certi studi siano avulsi dal contesto al quale dovrebbero fare riferimento. Senza contare che tendono alla omologazione della comunicazione, effetto ancora più pernicioso del presunto disorientamento del consumatore.
    Le responsabilità dei produttori e dei venditori, ovviamente maggiori perché dalla loro attività traggono un beneficio economico diretto, non escludono la responsabilità del consumatore, il quale va sì tutelato, ma non trattato come un bambino di tre anni.