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Eco-etichette "salva pesce": una buona idea, ma non basta

Il portale GreenBiz.com racconta un’interessante iniziativa di etichettatura volta ad aumentare la consapevolezza del consumatore sul problema dell’eccessivo sfruttamento delle riserve ittiche marine attraverso metodi di pesca non rispettosi dell’ambiente. Il meccanismo è quello, eloquentissimo, del semaforo. Verde: via libera. Il pesce che state per comprare è stato pescato nel suo ambiente e secondo metodi – per qualità e quantità – sostenibili e responsabili. Un bollino rosso, invece, avverte che sarebbe ora di smetterla di comprare (e vendere) pesce che sta per scomparire per l’eccessivo e irresponsabile sfruttamento.

La catena americana di supermercati biologici  Whole Foods, in collaborazione con il Monterey Bay Aquarium e il Blue Ocean Institute, ha deciso di mettere un bollino verde, giallo o rosso su tutto il pesce catturato in mare aperto in vendita, per rendere consapevole il consumatore sui metodi di pesca e la sulla sostenibilità . 

Così, se l’adesivo è verde significa che si tratta di una specie relativamente abbondante, pescata rispettando l’ambiente e garantendone la riproduzione. Se è giallo  esiste qualche preoccupazione sul ripopolamento o sui metodi di pesca. Se è rosso vuol dire che quella specie ittica è a rischio per un eccessivo sfruttamento o che i metodi di cattura danneggiano l’habitat naturale o altre specie marine. 

Whole Foods prevede di eliminare gradualmente tutte il pesce con “etichetta rossa” (tenendo conto dell’evoluzione delle specie a rischio nel prossimo biennio) entro la Giornata della Terra 2013.

Il progetto di Whole Foods segue anni di sforzi per migliorare la sostenibilità delle specie ittiche vendute, e si avvale della collaborazione di prestigiosi istituti scientifici. «Le nostre valutazioni sulla sostenibilità della pesca si basano sull’esame do fattori chiave che influenzano la salute delle popolazioni dell’oceano», ha spiegato Carl Safina, fondatore di Blue Ocean Institute. «Questa partnership permetterà ai consumatori di compiere scelte più consapevoli a tavola, all’insegna del pesce “oceano-friendly”».

Whole Foods ha lavorato sulla sostenibilità del pescato  dal 1999, quando ha stipulato una partnership con il Marine Stewardship Council. La collaborazione ha portato, nel 2007, all’elaborazione di regole per i pesci di allevamento, aggiornate nel 2008. Questi sforzi hanno portato la catena di supermercati al primo posto della valutazione di Greenpeace per la sostenibilità della pesca, quando la campagna fu lanciata. Oggi Whole Foods è al terzo posto, dopo Wegman’s e Target.  

Da noi l’attenzione dei consumatori sullo sfruttamento del mare si è accesa brevemente all’inizio dell’estate, a seguito dei nuovi limiti alla pesca imposti dall’UE: per qualche settimana si è dibattuto sulla scomparsa del fritto di paranza o delle telline dai nostri piatti. Ma Greenpeace già da qualche anno è impegnata in una seria campagna per la tutela delle specie ittiche, e in un’opera di sensibilizzazione degli italiani: la “lista rossa” comprende il tonno pinna gialla, il tonno rosso, il pesce spada, i gamberoni tropicali, il merluzzo.

Negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, la questione del consumo consapevole di pesce è alta da tempo e tutt’altro che folcloristica, anche se con prese di posizione non sempre univoche.

In un articolo della rivista on line Oggi Scienza, Federica Sgorbissa richiama una ricerca di Jennifer Jacquet dell’Università della British Columbia di Vancouver, in Canada, pubblicata sulla rivista Oryx. La studiosa sottolinea i limiti dell’informazione che il consumatore ha sul tema: intanto, c’è  poco consenso su cosa si intende per pesca sostenibile. Per alcune specie, come il tonno pinna blu, quasi tutte le organizzazioni concordano che sia in pericolo. Ma l’halibut atlantico è da evitare a tavola per sei organizzazioni internazionali, mentre è sostenibile per la Friends of the Sea e il Monterey Bay Acquarium. Ma c’è confusione anche per il tonno occhio grande, l’Ophiodon elongatus, il merluzzo atlantico e il tonno alalunga.

Secondo Jennifer Jacquet non è il caso di affidare ai consumatori la salvezza dei mari, perché l’informazione è confusa, le etichette errate e i risultati scarsi. Le tecniche di censimento degli esemplari non sempre sono accurate, bisognerebbe anche conoscere i metodi e le zone di pesca, e le aziende alimentari potrebbero approfittare della confusione per presentarsi come fish-friendly senza esserlo realmente. Insomma: tocca ai governi varare leggi adeguate per proteggere la fauna ittica.   

Sempre a proposito di etichettatura, e quindi di messaggi al consumatore, non è esente da contestazioni anche il bollino blu del Marine Stewardship Council (Msc), che pure dovrebbe garantire che quel pesce è stato pescato rispettando gli stock e l’ecosistema marino. Un gruppo di biologi marini, con un articolo sulla rivista Nature, ha contestato l’ong Msc per aver concesso la certificazione anche a industrie della pesca che, per esempio, stanno causando l’estinzione del merlano nel Golfo di Bering del merluzzo del Pacifico, oppure producono cibo per gatti o, ancora,  praticano la pesca a strascico.

Gli autori ricordano che anche Greenpeace, Wwf e Pew Environment Group hanno protestato contro l’Msc. Che, a sua volta, si è difeso sostenendo la validità della propria certificazione e rigettando ogni accusa.  

Mariateresa Truncellito

foto: GreenBiz.com, Msc, Photos.com

© Il Fatto Alimentare 2010 – Riproduzione riservata



 

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