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La Dieta mediterranea diventa “Planeterranea”. Il progetto dell’Università di Napoli

pesce antipasto dieta mediterraneaLa Dieta mediterranea è stata dichiarata Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco il 16 novembre 2010 e dal 2017 a oggi detiene il primato di stile alimentare più salutare secondo la classifica stilata dall’U.S. News & World Report, che ogni anno mette a confronto più di 40 regimi dietetici diffusi a livello mondiale. Il merito è della sua capacità, ormai univocamente riconosciuta, di favorire la longevità e prevenire una serie di malattie croniche non trasmissibili, in particolare di ridurre del 30% il rischio di eventi cardiovascolari gravi, come infarto e ictus, e le probabilità di sviluppare diabete di tipo 2, e di dimezzare quelle di tumore all’endometrio nelle donne. Con in più il vantaggio di essere varia, completa e facile da seguire.

Negli ultimi anni, diverse voci autorevoli (tra cui quelle dalla Fao e dell’Oms) si sono espresse a favore dell’esportazione della Dieta mediterranea fuori dai territori che ne sono pionieri (Cipro, Croazia, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e Malta), ma soprattutto di diffondere in tutto il mondo una nuova cultura del cibo e una definitiva consapevolezza sul ruolo dell’alimentazione per mantenersi in salute, unitamente ad altri fattori comportamentali e ambientali che, nel loro insieme, definiscono la salubrità dello stile di vita.

panzanella piatto vegetariano
La Dieta mediterranea è tipica di Cipro, Croazia, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e Malta

Di recente tuttavia è cresciuta anche l’attenzione per la sostenibilità della Dieta mediterranea. La Eat Lancet Commission, nel rapporto Food in the Anthropocene del 2019 propone una serie di strategie (a partire dalla Farm to Fork) per farne un modello alimentare coerente con gli accordi di Parigi sul clima e con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Lo scorso aprile è stato lanciato un appello all’Autorità europea per la sicurezza alimentare perché estenda il proprio impegno alla valutazione anche dell’impatto ambientale della filiera agroalimentare.

Come sottolinea uno studio pubblicato su Scientific Reports, a compromettere la sostenibilità ambientale dell’attuale Dieta mediterranea sono le numerose ‘deviazioni’ (come l’aumento del consumo di proteine animali e l’introduzione di prodotti non di stagione) che, da tempo, hanno preso forma anche nei Paesi in cui questo stile alimentare ha avuto origine.

Guardando al resto del mondo le criticità aumentano, soprattutto se si pensa di esportare la Dieta mediterranea anche in luoghi che, per ragioni climatiche e culturali, non producono gli ingredienti previsti dalla versione originale. In questo caso la necessità di importazione determina un problema di sostenibilità che non riguarda più solo l’aspetto ambientale ma anche quello economico e sociale e che rischia di rende non replicabile la Dieta mediterranea all’estero.

Alimenti della dieta mediterranea o dieta DASH visti dall'alto: carote, pomodorini avena, fragole, datteri, pesche, prugne, asparagi, salmone, pollo, olio extravergine di oliva, yogurt, banane, semi
Per esportare la Dieta mediterranea in luoghi che non producono gli alimenti che la caratterizzano è necessario adattarla

Una possibile risposta è rappresentata dalla ‘Dieta Planeterranea’ elaborata nell’ambito di un progetto di ricerca della Cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile dell’Università Federico II di Napoli. L’idea, presentata sulle pagine della rivista Nature Italy, è stata quella di rendere la Dieta mediterranea replicabile ovunque, attraverso l’adattamento della tipica ‘piramide alimentare’ agli ingredienti disponibili (e culturalmente ammessi) nel Paese che dovrà adottarla.

In questo modo, oltre a esportare a livello globale i principi alla base delle sana alimentazione, si potrà rispettare il più possibile il criterio del chilometro zero, includendo nel modello di base cibi autoctoni alternativi a quelli mediterranei ma equivalenti dal punto di vista nutrizionale e salutistico, nonché più economici per chi dovrà acquistarli e più in linea con le tradizioni produttive e culturali del luogo.

Sostenibilità, piatti vegetariani vegano veg insalata ceci avocado
L’avocado è una fonte di acidi grassi monoinsaturi e polifenoli come l’olio extravergine di oliva

Per esempio, l’olio Evo e la frutta secca (fonti di acidi grassi monoinsaturi e polifenoli) possono essere sostituiti da avocado, papaya, banane verdi e bacche di andaçaí in Sud America. La manioca e il teff in Africa centrale possono prendere il posto dei cereali integrali. L’olio di canola e le noci pecan in Canada sono fonti di acidi grassi monoinsaturi e fitosteroli. Il sesamo e la soia dell’Asia contengono composti bioattivi e sostanze antiossidanti, mentre la noce di macadamia in Australia presenta attività antiossidante e antinfiammatoria. Le proteine fornite da carne, pesce, uova e latticini trovano invece una valida alternativa in prodotti subtropicali (come i fagioli pinto e l’okra) oppure orientali (come le macroalghe marine, in particolare wakame, e la spirulina), che in più apportano anche fibre e aminoacidi essenziali. Senza escludere la gran varietà di vegetali disponibili a diverse latitudini, dal Sud-Est asiatico o in America Latina, tra cui la prugna di Davidson, la bacca di pepe, il finger lime, e il bush tomato, ricchi di flavonoidi, vitamine e minerali, e proprio per questo già utilizzati come alimenti funzionali e nutraceutici.

Nel progetto partenopeo può inserirsi anche la proposta, avanzata nel 2021 dall’Assemblea regionale e locale euromediterranea (Arlem), di creare un’etichettatura apposita per gli alimenti ‘mediterranei’, considerandoli tali non più solo dal punto di vista della provenienza geografica bensì soprattutto dal punto di vista delle proprietà salutari e del metodo di produzione. Ciò significa anche promuovere una transizione agro-ecologica verso pratiche agricole più resilienti ai drastici cambiamenti climatici, che preservino il suolo e la biodiversità.

In Africa centrale la manioca e il teff possono svolgere il ruolo dei cereali integrali della Dieta mediterranea

Per riuscirci potrebbe essere utile elaborare una “Carta per la sovranità alimentare euromediterranea”, che presupponga un impegno politico comune da parte degli Stati firmatari e degli enti locali e regionali, nonché l’organizzazione di periodiche riunioni dei ministri dell’agricoltura, dell’ambiente e della sanità dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), il lancio di un calendario internazionale di eventi e festival della gastronomia mediterranea per promuovere i prodotti così etichettati, e la creazione di un piano di emergenza e di un fondo di solidarietà agricolo per aiutare i Paesi colpiti da calamità naturali.

L’obiettivo resta quello di promuovere una Dieta mediterranea migliorata, adattata alle condizioni climatiche, rispettosa delle risorse naturali, attenta alla salute e in grado di garantire un’adeguata remunerazione agli agricoltori. Insomma, una dieta globale capace di prevenire in maniera efficace la maggior parte delle patologie croniche attuali e di far fronte alle sfide ambientali (economiche e sociali) del prossimo futuro.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, AdobeStock

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Roberto La Pira

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2 Commenti

  1. sull’olio di canola io metterei qualche punto interrogativo………………

  2. Sebbene esistano oli di canola spremuti a freddo, la maggior parte degli oli di canola sul mercato è altamente raffinata, quindi privata di gran parte degli antiossidanti contenuti negli oli non raffinati come l’olio extravergine di oliva.
    Questo potrebbe spiegare le controversie e la mancanza di prove certe e univoche sui benefici per la salute derivanti dal consumo di olio di canola.
    Concordo che alcuni prodotti possano sostituirne altri a seconda dei micro/macroclimi ma attenzione a cosa vendete.

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