Uno studio su Nature Communications analizza l’effetto di dieci diversi regimi alimentari sull’invecchiamento molecolare e sul DNA
Con buona pace di chi cerca di fare fortuna proponendo una sua ricetta per una dieta della longevità miracolosa, non esiste uno specifico regime alimentare che possa garantire un allungamento della durata della vita. La dieta migliore, per invecchiare in salute, è quella sana ed equilibrata, e questo principio può essere declinato in moltissimi modi diversi, andando incontro alle abitudini e ai gusti delle persone con tradizioni alimentari anche opposte le une alle altre, e a tutti i budget. Ciò che conta, infatti, è tenere saldi alcuni principi fondamentali: tutto il resto ha un’importanza assai relativa.
I marcatori
La centralità di abitudini corrette che prescindono dalle mode e dalle diete è stata dimostrata in uno studio che probabilmente costituirà un riferimento nei prossimi anni, sia per la metodologia utilizzata sia per i numeri delle persone studiate. Pubblicata su Nature Communications dai ricercatori di diverse università tedesche e coordinata dall’Institute of Nutritional and Food di Bonn, l’indagine ha verificato il ruolo di dieci diversi regimi alimentari prima in circa 6.500 tedeschi arruolati nello studio Rhineland Study, e poi, indipendentemente, in altre mille persone che avevano preso parte a un’altra analisi, lo studio EPIC-Potsdam.

Lo studio
In tutti e 7.500 gli aderenti alle due rilevazioni i ricercatori hanno attentamente controllato la presenza e l’andamento nel tempo di una serie di marcatori del sangue solitamente associati alla longevità e poi hanno messo in relazione le loro fluttuazioni con il pattern alimentare degli individui. Nello specifico, hanno analizzato lo stato di metilazione del DNA, ossia quante volte comparivano, su 850.000 geni diversi (molto più numerosi rispetto a quelli verificati finora in altre studi), l’aggiunta di piccoli gruppi con un solo atomo di carbonio (i metili appunto), perché la metilazione è uno degli strumenti indiretti dai quali è possibile valutare l’età biologica di una persona, ed è un indicatore epigenetico, perché dipende in gran parte dallo stile di vita, e quindi anche dall’alimentazione.
Poi hanno individuato dieci categorie assimilabili ad altrettante diete, alcune delle quali esplicitamente consigliate per proteggere per esempio il cuore o il cervello, e stabilito dei punteggi per il livello di adesione, e cioè: MDS (da Mediterranean Diet Score), la MIND (Mediterranean-DASH Intervention for Neurodegenerative Delay), la DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension), la Nordica, la Eat-Lancet (che si avvicina ai principi indicati dalla commissione del Lancet), la AHEI (Alternate Healthy Eating), la PDI (Plant-based Diet Index), la hPDI (Healthful Plant-based Diet Index) e la uPDI (Unhealthful Plant-based Diet Index) e la DII (Dietary Inflammatory Index).
I risultati
In generale, si è visto che maggiore era l’adesione alle diete e migliore era l’andamento della metilazione. Inoltre, ognuna delle dieci diete presentava metilazioni caratteristiche, effettivamente collegate con lo scopo. Per esempio, in chi seguiva la dieta MIND si notava un buon andamento delle metilazioni associate alle performance cognitive e così via. Tuttavia, è emersa anche un’apparente contraddizione: nel 70% dei casi le metilazioni di una dieta erano comuni a quelle delle altre. Andando a verificare che geni riguardavano, i ricercatori hanno subito chiarito la situazione: si trattava di geni responsabili di aspetti biologici tipicamente associati all’invecchiamento come la rigidità dei vasi, la struttura delle cellule, il metabolismo. E ciò significa che una dieta salutare agisce su alcuni meccanismi fondamentali, e che quelle consigliate sono efficaci su di essi, pur mantenendo alcune specificità.
La dieta della longevità?
In altre parole, nessun regime alimentare svetta rispetto agli altri, e tutti trasmettono lo stesso messaggio sull’importanza dei caratteri principali che dovrebbe avere l’alimentazione moderna: molti vegetali, poca carne rossa, molte fibre integrali, pesce, latticini, frutta a guscio, pochi grassi saturi, sali e zuccheri, pochissimo alcol (meglio ancora: assente).
C’è poi un risvolto pratico positivo in questi risultati: ciascuno può seguire un’alimentazione che aumenti la probabilità di avere una vecchiaia sana senza rinunciare del tutto alla propria tradizione, cui si rifanno i dieci pattern studiati ma, se è il caso, introducendo qualche correzione. Inoltre, non sono richiesti particolari impegni economici. Infine, il medico o il nutrizionista che deve consigliare un certo regime alimentare dovrebbe tenere conto di questi risultati: aumenterebbero le probabilità di essere ascoltato dal paziente.
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Giornalista scientifica


