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Coronavirus: almeno un anno per il vaccino, precisa Rezza dell’Iss. Nuova valutazione del rischio

“E’ possibile che entro due o tre mesi ci siano dei candidati vaccini per il nuovo coronavirus e si possa iniziare fare i primi test sull’uomo, ma difficilmente prima di un anno potranno essere impiegati. Ci sono dei passaggi necessari per garantire la sicurezza e l’efficacia”. Sono le dichiarazione di Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, che sta partecipando al meeting dell’Oms a Ginevra sullo sviluppo rapido di terapie, vaccini e test diagnostici per affrontare l’epidemia in corso.

Ipotizzare che si possa trovare una soluzione farmacologica efficace in tempi brevi non è verosimile (ad oggi i casi confermati sono  oltre 43 mila per conoscere il numero di persone colpite in tempo reale clicca qui)  La scansione dei tempi è rigida. Dopo avere   superato i test sugli animali, si fanno prove su pochi soggetti sani per vedere eventuali effetti collaterali gravi. Nella  seconda fase si valuta la risposta immunitaria e, se tutto procede bene, si arriva all’ultimo passaggio per determinare l’efficacia. In casi di emergenza le agenzie regolatorie potrebbero ‘accontentarsi’ della fase due prima di autorizzare l’uso, ma  ci sono sempre dei tempi minimi da rispettare. “Il vaccino per Ebola – continua Rezza – è stato messo a punto a tempo di record, ma ci è voluto un anno. Bisognerà anche considerare l’andamento dell’epidemia, per valutare il rapporto costi-benefici di uno sviluppo accelerato”.

I dati aggiornati sull’epidemia da coronavirus diffusi dall’Ecdc. Aggiornamento dell’11 febbraio 2020

Al momento ci sono diversi gruppi nel mondo che lavorano. Negli Usa l’Nih opera su diverse piattaforme e i ricercatori sono molto avanti. Ci sono poi gruppi in Russia e in Cina. L’Italia sta facendo la sua parte, a Pomezia, grazie ad un accordo tra Advent Irbm e Oxford university.

L’altra notizia è la nuova valutazione del rischio di infezione da coronavirus 2019-nCoV (ora chiamato  ufficialmente SARS-CoV2) per i cittadini dei Paesi UE/SEE (Unione europea/Spazio economico europeo) e del Regno Unito elaborata il 10 febbraio dall’Ecdc. Il rischio per queste persone è considerato basso, mentre per i cittadini europei che risiedono o si trovano in visita in zone dove l’infezione si sta trasmettendo è, al momento, alto (vedi tabella sotto).

  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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