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Coronavirus, focolai nei macelli della provincia di Mantova. Scoperti 68 casi in pochi giorni. In allerta le province limitrofe

maiale macello carne macelliDopo la Germania, la pianura padana. Anche nella provincia di Mantova sono stati individuati diversi focolai di infezione da Sars-CoV-2 tra i lavoratori dei macelli, soprattutto di suini, e dei salumifici. La situazione al momento è sotto controllo, ma c’è grande attenzione per una zona che è ad alta densità di questo tipo di lavorazioni. Secondo il quotidiano locale L’Altra Mantova le cifre fornite dalla Prefettura di Mantova, basate sugli esami effettuati dall’ATS Valpadana, divergono da quelle ufficiali della regione Lombardia e segnalano quasi 300 casi dall’inizio dell’emergenza, con i 68 contagi individuati negli ultimi giorni in cinque stabilimenti: i salumifici Gardani, Rosa e Fratelli Montagnini, e i macelli Ghinzelli e Martelli. I paesi più colpiti sono Viadana e Dosolo, ma sono diversi i comuni interessati in tutta la zona della bassa padana, e ciò spiega perché la provincia di Mantova nelle ultime ore abbia superato quella di Milano, quanto a nuovi contagi (17 contro 16).

Secondo il quotidiano locale Qui Brescia, anche a Brescia l’allerta è massima, in considerazione di quanto accaduto nei mesi scorsi e dal momento che lì si trova la maggiore densità di allevamenti di suini del paese. Lo stesso vale per Reggio Emilia, come riferito tra gli altri da Reggio Report, e per le altre province limitrofe, tra le quali Cremona.

I 68 lavoratori del mantovano scoperti nei giorni scorsi sono quasi tutti asintomatici o paucisintomatici, ma due di essi sono stati ricoverati e il numero dei contagiati nella sola giornata del 6 luglio è cresciuto di 22 unità, a riprova del fatto che la diffusione dell’infezione è ancora in atto. Inoltre, a destare preoccupazione è anche l’influenza suina H1N1 segnalata in Cina, al momento non presente in Italia ma che, se si diffondesse tra gli allevamenti di maiali della zona, andrebbe ad aggravare una situazione già molto impegnativa per le autorità sanitarie e veterinarie locali.

Anche nel caso di questi focolai, il coronavirus sembra trovarsi particolarmente a suo agio con le temperature fredde e con l’umidità tipiche di questi ambienti, che sono anche assai rumorosi e, per questo, costringono i lavoratori a parlare ad alta voce per comunicare, aumentando il rischio di contagio. Inoltre, come in Germania, si tratta spesso di lavoratori stranieri che non sempre possono contare su un’adeguata assistenza sanitaria e che vivono talvolta in condizioni di affollamento, dove evitare il contagio da eventuali infetti è pressoché impossibile. Anche per questo l’ATS e le USCA (Unità Speciali di continuità assistenziale) stanno controllando in maniera serrata gli allevamenti e in generale le aziende del settore.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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5 Commenti

  1. Avatar

    In attesa che vengano indagate dagli enti sanitari le cause precise di questo fenomeno dei malati nei macelli e nei salumifici ormai verificatisi in tutto il mondo , alcuni punti sono già chiari.
    Si tratta di ambienti climaticamente poco sani e i lavoratori sono super sfruttati con orari di lavoro infami, per di più in maggioranza di estrazione sociale molto bassa e che per questo vivono fuori dall’ambiente di lavoro in posti altrettanto poco salubri.
    Un punto in particolare potrebbe essere importante , gli sforzi fisici estenuanti anche da parte di persone forti indeboliscono temporaneamente le loro difese immunitarie esponendoli a maggiori rischi di malattie virali.

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      Le consiglio di guardare al riguardo la puntata di Report del 13 aprile scorso, che tratta dell inquinamento da Pm10 e delle sue conseguenze in relazione alla diffusione del Covid

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      Poi avevo letto, anche relativamente a “corrieri e spedizionieri” che lavorano in capannoni ampi, polverosi e umidi, senza mascherine, e devono urlare per farsi capire dai colleghi, e quindi emettono goccioline…

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      Ma anche più semplicemente per questione di igiene degli alimenti si lavora a T° invernali, ideali per la proliferazione dei microorganismi che affliggono le vie respiratorie.

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    Anche nei campi di pomodori c’è sfruttamento, col caporalato, ma non ci sono focolai di coronavirus: vogliamo capirla che il problema è l’industria della carne, o continueremo a raccontarci storie?