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Da dove viene il coronavirus cinese di Wuhan? Lo Zooprofilattico delle Venezie lo spiega e rivela particolari interessanti

Da dove viene il coronavirus che ha provocato l’epidemia in Cina? La domanda se la sono posti in molti e la risposta non è semplice. Si è parlato della macellazione di animali selvatici vivi al mercato cittadino di Wuhan, di condizioni igieniche precarie, di pipistrelli, ecc. La verità non c’è ancora. Per capire cosa sta succedendo e risalire all’origine dell’epidemia una nota dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie (IzsVe) spiega come fa il coronavirus ad attaccare l’uomo e quali specie animali possono aver avuto un ruolo in questa emergenza.

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Erano i primi giorni di gennaio quando hanno iniziato a circolare le prime voci relative ai casi di polmonite in Cina. Le somiglianze tra l’agente patogeno Wuhan novel Coronavirus (nCoV) e il virus responsabile dell’epidemia nota come il nome di Sars, scoppiata nel 2002 a Hong Kong, sono lampanti: stessi sintomi, stesso decorso della malattia, stessa correlazione con un mercato di animali vivi. Se allora ci sono voluti mesi prima di identificare la causa dell’epidemia, adesso la Cina ha impiegato otto giorni per dare un nome al virus e a delineare la sequenza genetica. Le autorità sanitarie hanno confermato che nCoV è un coronavirus correlato strettamente al virus Sars.

Il percorso dell’epidemia cinese è abbastanza chiaro, più difficile individuare la specie animale per i molteplici fattori  di rischio

Nonostante ciò esistono ancora molti dubbi sull’origine e le cause. In natura esistono tanti tipi di coronavirus in molte specie di mammiferi ed uccelli. Ad oggi si conoscono almeno 50 virus appartenenti allo stesso cluster di Sars e di questo nuovo coronavirus che circolano nei pipistrelli rinolofi, ma sono considerati per lo più innocui per l’uomo. Questo suggerisce che il passaggio diretto da pipistrello a persona non è sufficiente a scatenare l’epidemia. Il fatto che il coronavirus cinese di Wuhan somigli a un virus di pipistrello ma che, al contrario della maggior parte di questi, sia in grado di infettare l’uomo, potrebbe essere dovuto al contagio di un ospite intermedio da parte del pipistrello. È proprio in questo frangente che il virus può essersi trasformato favorendo il passaggio all’uomo. È già successo venti anni fa quando un virus, forse originato dai pipistrelli, si adattò ai dromedari (Reusken et al., 2013) e successivamente alle persone causando nella penisola arabica l’epidemia di Mers nel 2012. È ancora troppo presto per sapere precisamente quando il coronavirus ha colpito la città di Wuhan e quali specie animali abbiano fatto da ospiti, vista la consuetudine del mercato cittadino di commercializzare animali selvatici vivi e macellarli in loco. Per scoprirlo sarà necessario fare molti campionamenti sugli animali.

I 18 anni intercorsi dall’emergenza causata dall’epidemia della Sars hanno insegnato diverse cose. Oggi si focalizza l’attenzione su comportamenti come la caccia, il commercio di animali selvatici vivi ed il loro consumo, oltre alle scarse condizioni igieniche di alcuni mercati in grado di favorire l’incremento dei contatti tra animali e uomo, dando maggiori possibilità ai virus di trasmettersi dall’uno all’altro (Afelt et al., 2018; Wilkinson and Hayman, 2017). La capacità di infettare però dipende dalla compatibilità tra le proteine di superficie del virus e i recettori umani. In altre parole, il microrganismo deve avere la chiave giusta per aprire la serratura presente sulle cellule dell’uomo. Se il percorso dell’epidemia cinese è  abbastanza chiaro, più difficile è individuare l’origine perché i fattori  di rischio da considerare sono molteplici (Holmes et al., 2018). Per questo motivo puntare il dito contro i pipistrelli e i virus con cui convivono è abbastanza inutile, e distoglie l’attenzione dalle vere cause dell’epidemia sulle quali l’uomo dovrebbe intervenire.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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