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Coronavirus e animali domestici: non esistono prove di trasmissione a cani e gatti, scrive Agrimi dell’Istituto superiore di sanità

Il 28 febbraio 2020, l’Agriculture Fisheries and Conservation Department di Hong Kong (Afcd) segnala di avere riscontrato tracce del coronavirus SARS-CoV-2 sulla mucosa del naso e della bocca di un cane. La nota precisa che l’animale appartiene a una signora colpita dall’epidemia. Dopo poche ore la vicenda arriva sui social e anche in Italia molti giornali la rilanciano creando un certo allarmismo, considerando che i cani nelle case italiane sono circa 7 milioni.

La realtà è leggermente diversa. “Il cane – scrive Umberto Agrimi, direttore del Dipartimento sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria dell’Istituto superiore di sanità – non presenta sintomi di malattia. Come comunicato dall’OMS, si sta lavorando per capire se la debole positività al test diagnostico riscontrata nell’animale sia dovuta ad una reale infezione oppure a una contaminazione occasionale. Non si può escludere che all’origine della positività dell’animale vi sia la malattia della proprietaria. Infatti, a scopo puramente precauzionale, il Centro per il controllo delle malattie degli Stati Uniti, suggerisce alle persone contagiate da SARS-CoV-2 di limitare il contatto con gli animali, analogamente a quanto si fa con le altre persone del nucleo familiare, evitando, ad esempio baci o condivisione del cibo. Al momento non esistono prove in grado di dimostrare  che animali come cani o gatti possano essere infettati dal virus né che possano essere una fonte di infezione per l’uomo.”

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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