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Contraffazioni alimentari: il vino italiano fatto con le polverine si compra online. Gli esperti si incontrano per affrontare il problema. Il parere di Dario Dongo

contraffazione alimentare vino in poolvere, wine kitI preparati in polvere per preparare  in casa il vino “fai-da-te” si vendono regolarmente online e vengono fraudolentemente associati a vitigni italiani.  Come abbiamo già scritto la produzione di questi preparati in polvere avviene  nei cinque continenti, ivi compresa l’Europa e rappresenta una contraffazione alimentare.  Le vendite sono effettuate sia online, sia al dettaglio. Stiamo parlando dei “wine kit” venduti su siti come Amazon, che permettono di produrre a casa, in sole 4 settimane, un simil-vino al costo di poco più di un euro a bottiglia. Nel cofanetto c’è tutto: succo d’uva concentrato, lievito, e altri 5 pacchettini di polveri varie da impiegare secondo le istruzioni. Sul sito di una di queste aziende viene presentata addirittura una “selezione europea”, in cui troviamo: Chardonnay, Pinot, Verdicchio, Soave…

 

L’Arma dei Carabinieri è già intervenuta contro questa forma di contraffazione alimentare un anno fa nel Regno Unito in raccordo con l’Interpol – con una serie di sequestri. Si è trattato di un evento storico, poiché forse per la prima volta nella storia la lotta alla contraffazione del made in Italy alimentare è passata, dal livello locale al livello europeo come forma di  contrasto alle frodi, grazie all’impiego degli strumenti di cooperazione di polizia internazionale, sino ad allora riservati al crimine organizzato e al terrorismo. Tuttavia l’operazione britannica ha solo scalfito la punta dell’iceberg. La vicenda è complessa e, per evitare di risolversi in una battaglia contro i mulini a vento, deve venire affrontata con un approccio sistemico.

 

vino in polvere Le legislazioni vigenti in ogni lembo del pianeta Terra, o quasi, tutelano i consumatori rispetto alle frodi. E vendere preparati in polvere come vini di prestigio integra fuori di dubbio una frode, trattandosi di prodotti radicalmente diversi, realizzati con metodi (di fermentazione e maturazione) incomparabili. Ma le denominazioni dei vini, e le indicazioni geografiche che vi si associano, possono venire liberamente utilizzate – e addirittura registrate come marchi, ricordiamo il caso del prosciutto di Parma in Canada – in tutti i Paesi extra-europei che non abbiano definito accordi di mutuo riconoscimento delle rispettive GI (‘Geographical Indications’) con la UE o i suoi Stati membri.

Su questo tema giovedì 5 giugno 2014 a Roma, presso l’Ufficio relazioni con il pubblico del Corpo forestale dello Stato, è organizzato il workshop “Contraffazione e wine Kit”, insieme a Frodialimentari.it e Fareambiente, con il patrocinio di Consumerismo e Mdc, Codici e Codacons. Una vicenda che il Fatto Alimentare ha seguito e a più riprese e trova ora occasione di ulteriori approfondimenti.

 

I Consorzi più avveduti si sono mossi per tempo, nel registrare i rispettivi marchi a livello internazionale. Ben poco purtroppo, rispetto alla miriade di tipi di uva e vini caratteristici dei nostri territori. È perciò necessario che i rappresentanti politici e diplomatici europei antepongano il reciproco riconoscimento delle indicazioni geografiche all’avvio di qualsivoglia negoziato per il libero scambio delle merci (vedasi India e USA).

 

Nella misura in cui le autorità di controllo nazionali siano chiamate a verificare il rispetto dei diritti facenti capo ad altri Paesi, senza dover rispondere a organismi internazionali sulla base di criteri condivisi, l’efficacia delle loro verifiche continuerà a essere velleitaria. Lo hanno dimostrato i tedeschi, ostinati a non sanzionare le imitazioni di Parmigiano reggiano fino a che costretti dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo. Il sistema di audit del Food & Veterinary Office della Commissione europea sui sistemi dei controlli pubblici ufficiali nazionali, consolidato nel cosiddetto Pacchetto Igiene (reg. CE 852, 853, 854, 882/04 e seguenti) deve venire esteso sia alle verifiche sulla corretta informazione ai consumatori, come accennato nei “considerando” del reg. UE 1169/11, sia alle attività di indagine su violazioni dei diritti legati alle indicazioni geografiche e più in generale sulle frodi.

 

kit wine vino in polvereAl di là delle affermazioni di principio, bisogna definire i meccanismi di assistenza e cooperazione amministrativa tra le Autorità degli Stati membri e tra queste e quelle dei Paesi terzi. Le procedure di comunicazione e allerta sulla sicurezza alimentare in corso di implementazione tra i grandi blocchi – Europa, Golfo Persico, Cina, USA – devono venire estesi sia in ambito territoriale ad altre aree del pianeta, guardando ai BRIC e alle economie emergenti (approfondisci argomento), sia nel campo di applicazione, che non può prescindere dai controlli sulle frodi. Bisogna quindi sviluppare gli accordi internazionali in tal senso.

 

Il consumatore è la variabile indipendente di ogni mercato, o quasi. Non si può dunque ostacolare la richiesta globale di merci contraffatte, nel nostro caso di alimenti e bevande Italian sounding, senza spiegare ai cittadini di ogni parte i valori dei prodotti originali. Ma come raggiungere con efficacia i consumatori dei cinque continenti? Anzitutto, sviluppando strategie di comunicazione geo-localizzate. Vale a dire, anzitutto, utilizzando gli idiomi in auge presso le varie popolazioni. Tenendo conto delle loro culture e sensibilità, che a seconda dei casi possono privilegiare le garanzie sulla sicurezza alimentare, piuttosto che i legami coi territori, la storia e la cultura, o ancora gli stili di vita e i modelli di consumo. One size does not fit all, insegnano i sarti di Bond Street come le grandi agenzie di comunicazione. E allora, bisogna investire sulla comunicazione, multi-lingua, opportunamente mediata con le diverse culture. Come a suo tempo ha provato il Gambero Rosso, con la traduzione in cinese della sua guida ai vini d’Italia, e come tuttora sul web il portale GIFT, in 7 lingue.

 

gift dario dongo Da parecchio tempo ormai sono disponibili standard globali di comunicazione all’interno della filiera (Global Standard, GS1, coordinati in Italia da Indicod-ECR, con 35.000 imprese iscritte nella produzione e distribuzione). I codici a barre hanno compiuto i loro primi 40 anni, gli RFID consentono oggi la tracciabilità completa delle merci sia nel corso della supply-chain, sia all’interno degli stabilimenti. Si tratta di codici identitari univoci e riconoscibili ovunque, a costi relativamente modesti. È giunta l’ora per gli operatori della filiera di riconoscere il valore di questi strumenti, a garanzia dell’autenticità delle merci from the farm to the fork. Per le autorità di controllo, di familiarizzare con gli stessi ai fini dell’ottimizzazione e semplificazione delle verifiche, in nome del superiore interesse della tutela dei consumatori. Ciò vale per gli alimenti come per altri FMCG (Fast Moving Consumer Goods), a partire dai farmaci che sono pure oggetto di diffuse e ancor più pericolose contraffazioni.

 

Dario Dongo

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  Dario Dongo

Dario Dongo
Avvocato, giornalista. Twitter: @ItalyFoodTrade

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2 Commenti

  1. Avatar

    Con questi criteri, il caffè in polvere (liofilizzato o altro) è una frode.