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Coca Cola in affanno: ridotto il quantitativo di zuccheri di Fanta, Sprite e Dr Pepper. Ricavi attualmente non in calo, ma le previsioni di vendita sono negative

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Grazie all’impiego di dolcificanti, quali stevia e acesulfame, il gusto delle bibite rimane simile nonostante la sostanziale riduzione degli zuccheri

Negli ultimi quattro anni la Coca Cola, senza troppo rumore, ha ridotto il quantitativo di zuccheri presente nelle bibite più conosciute come Sprite, Dr Pepper e Fanta, ma non i ricavi, anche se le previsioni non sono buone. Lo ha reso noto il giornale inglese The Times, citando la compagnia. Il taglio agli zuccheri sarebbe stato sostanziale: circa il 30%, ma il gusto sarebbe rimasto identico, grazie all’introduzione di dolcificanti, quali la stevia nella Sprite e l’acesulfame nella Fanta. Nella sua formulazione attuale la Fanta, l’ultima in ordine di tempo a subire il cambio di ricetta, conterrebbe meno della metà degli zuccheri della Coca Cola, al momento rimasta identica, e cioè 4,6 grammi di zucchero ogni 100 ml, contro i 10,8 del prodotto capostipite.

La realtà, però, sembra essere un po’ più complicata di così. Lo si capisce da un altro annuncio fatto dalla Coca Cola nei giorni scorsi: quello del taglio di ben 1.200 posti di lavoro in tutto il mondo, pari al 20% della forza lavoro, a causa delle previsioni di vendita negative. E lo si capisce dai dati resi noti poche settimane fa relativi a Berkeley (vedi articolo), dai quali è emerso che dove è stata introdotta la soda tax le vendite di bevande dolci sono calate del 9,6%, mentre dove la tassa non era presente sono aumentate del 6,9%. E poi, soprattutto, lo si capisce dai dati resi noti poche settimane fa dal periodico dei Centers for Diseases Control di Atlanta, il Mortality and Morbidity Weekly Report, che ha pubblicato una delle migliori notizie degli ultimi anni: i ragazzi americani amano sempre meno le soda e quindi autorizzano a sperare che in futuro si torni all’acqua come bevanda abituale, relegando le bibite dolci al ruolo di drink occasionali.

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I consumi di bibite dolci sono in calo tra i giovani americani

I numeri sono stati ricavati da Yrbs (Youth risk behavior surveys), un’indagine sulle abitudini e la salute dei teenager americani, e hanno mostrato che se nel 2007 in media il 33,8% degli studenti beveva almeno una soda al giorno, nel 2015 il numero era sceso al 20,4%; latte e succhi di frutta non hanno subito la stessa riduzione nei primi anni, ma dal 2011 sono anch’essi in calo, rispettivamente dal 44,3 al 37,4% per il latte e dal 27,2 al 21,6% per i succhi di frutta (al 100% frutta). Il consumo resta ancora molto alto, ma la tendenza permette di essere fiduciosi – hanno commentato gli autori.

Quanto alla Coca Cola, una delle preoccupazioni più grandi riguarda probabilmente la soda tax inglese, che entrerà in vigore l’anno prossimo e che prevede un aumento di 18 pence (circa 21 centesimi di euro) per ogni litro di bibita che contenga tra i 5 e i 7,99 grammi di zucchero ogni 100 ml, e di 24 pence (circa 28 centesimi) per ogni litro di bevanda che contenga 8 o più grammi di zuccheri ogni 100 ml. La Coca Cola ha già dichiarato di voler produrre lattine di volume inferiore a quelle attuali, probabilmente per non incorrere nella tassa, e nel frattempo, nel primo trimestre, ha perduto l’1% di vendite a livello globale, e entro la fine dell’anno il calo dovrebbe toccare il 3-4%. Anche se le vendite degli ultimi quattro anni non hanno subito contraccolpi dal taglio di zuccheri, non sembra che l’azienda – e le altre simili con lei – possa prevedere un futuro di ulteriore espansione. E non a caso sta cercando di fare di tutto per mantenere i suoi clienti, compreso togliere un po’ di zucchero (ma non disabituare i consumatori più fedeli e accaniti a gusti un po’ meno dolci).

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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Un commento

  1. Il marketing attento e sensibile alle nuove tendenze si adegua e fa adeguare le ricette, spesso con incrementi delle vendite.
    Il marketing conservatore, quando non c’è nulla di positivo da conservare, condanna alla decadenza prima i prodotti, poi il marchio del produttore.
    Penso non servano esempi perché la realtà è sotto gli occhi di tutti i consumatori, oggi molto più attenti a cosa acquistano.