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Cina: sviluppo delocalizzato invece che land grabbing. Alcuni dettagli

Il fatto alimentare si è occupato del fenomeno del land-grabbing (rapina o acquisizione delle terre) sotto diverse prospettive: dal punto di vista degli osservatori internazionali, delle Ong, delle popolazioni colpite (Etiopia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Liberia, Mali). La gran parte dei rapporti richiama attività condotte da gruppi indiani e sauditi, e da società e fondi d’investimento che hanno base nei Paesi occidentali, dagli Usa all’Europa, Italia compresa. La Cina – che pure ricorre nelle cronache di sfruttamento di varie risorse naturali, come fonti energetiche e metalli rari – è tuttavia raramente citata in operazioni di land-grabbing. Una pubblicazione scientifica ci offre una possibile spiegazione, aperta al dibattito.

 

Peter Ho, direttore del Modern East Asia Research Centre all’Universita’ di Leiden, in Olanda, e la sua assistente Irna Hofman hanno condotto una ricerca sugli investimenti cinesi in agricoltura tra il 1949 e il 2011. A dispetto degli allarmi, dei media e delle Ong sull’espansione cinese nella caccia alle risorse naturali presenti nel globo, in effetti i dati su eventuali episodi di land grab sono carenti.

 

Ciò si spiega, secondo i ricercatori, con il fatto che gli investimenti cinesi sulle terre sarebbero basati su un modello diverso, il developmental outsourcing, traducibile come “sviluppo terziarizzato” o delocalizzato. In pratica, l’ipotesi è che la Repubblica Popolare Cinese ricorra, per gli approvvigionamenti esteri di risorse, a un modello di sviluppo partecipativo che coinvolge, anziché depauperare, i propri partner commerciali.

 

Le fonti utilizzate nella ricerca non rivelano investimenti cinesi sulle terre prima del Duemila. Solo gradualmente, intorno al 2005, la letteratura internazionale ha iniziato ad associare alla Cina episodi di land-grabbing. La polemica ha preso forma con la pubblicazione del rapporto Seized da parte della Ong internazionale Grain, nel 2008.

 

Le critiche alle operazioni cinesi in Africa sarebbero essenzialmente basate su tre aspetti: brama di energie e di risorse, conquista dei mercati locali con beni di consumo a basso prezzo, diffusione di un modello socio-economico non in linea con i concetti di democrazia e diritti umani adottati dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali.

 

Alcuni autori hanno peraltro enfatizzato il contributo dei gruppi cinesi ad affrontare il problema della “food security” – la sicurezza degli approvvigionamenti di cibo – a livello locale (Zhou 2006, Rubinstein 2009). Altri, con i dati delle dogane, hanno smentito l’assunto secondo cui grandi quantitativi di derrate alimentari sarebbero stati spediti dall’Africa alla Cina (Yap 2011).

 

In termini più generali, gli autori convergono nell’associare le relazioni internazionali della Repubblica Popolare Cinese alle politiche di soft power (Kurlantzik 2007, Wang 2010, Breslin 2009, Strauss 2009, Power e Mohan 2010). Questo approccio, tra l’altro, appare in continuità coi principi di politica internazionale introdotti da Mao Zedong, basati sul mutuo rispetto per l’integrità e la sovranità territoriale, la non-aggressione e la reciproca non-interferenza sulle questioni interne (Alden e Aves 2008).

 

Secondo un altro punto di vista, la politica cinese di non-interferenza sarebbe invece strumentale a mantenere opacità su investimenti fondiari con governi stranieri (Alden e Hughes 2009). Senza dubbio, gli aiuti e investimenti incondizionati costituiscono un’opportunità per migliorare la posizione cinese nell’arena politica globale, riducendo le pressioni esterne verso la modifica del suo regime (Alden 2007/2005, d’Hooghe 2010, Strauss 2009).

 

Il modello cinese sembra essere basato su una “nuova diplomazia economica” che appare in grado di produrre maggiori effetti delle politiche occidentali di aiuti fondate (almeno in teoria) sulla governance e il rispetto delle leggi. Da quando è stato istituito il Forum on China Africa Cooperation, nel 2000, la Cina ha affrancato 31 Stati africani da debiti pubblici per un ammontare complessivo di 1,3 miliardi di dollari, realizzando al tempo stesso un rapido incremento degli scambi con quei Paesi. Grazie anche all’abbattimento dei dazi di importazione su 190 commodities in arrivo da 25 dei Paesi meno sviluppati del continente nero (Alves 2006). La Cina investe sulla formazione delle risorse umane, mediante training centre stabiliti in loco, mentre 1500 studenti africani sono ospitati ogni anno nelle università dietro la Grande Muraglia.

 

Si tratta quindi di capire l’impatto di questa “new economic diplomacy” sui Paesi partner (Woolcock e Bayne, 2007). In risposta alle critiche internazionali su un modello di commercio internazionale del tutto privo di scrupoli, la leadership cinese afferma che la propria traiettoria di sviluppo è una potenziale via d’uscita dalla miseria dei Paesi meno sviluppati. A supporto di tale argomento, la Cina ha messo a segno i c.d. Millennium Development Goals, per quanto attiene a salute, educazione scolastica primaria e riduzione della povertà nelle aree rurali (dal 30 al 2,8% nel periodo 1979–2004, Ho 2009).

 

Restano da affrontare i temi della biodiversità – alla cui salvaguardia va dedicata particolare attenzione nei casi di colture intensive – e della forza lavoro locale, che talora si trova al confronto coi cinesi migranti.

 

Dario Dongo

 

Per maggiori informazioni:

http://www.tandfonline.com/toc/fjps20/current#/doi/full/10.1080/03066150.2011.653109

 

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