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Cibo sano ed equo per tutti: in un libro la proposta dell`agronomo Oran Hesterman

Se il giornalista di Berkeley Michael Pollan, con i suoi articoli e libri come Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi), In difesa del cibo (Adelphi) e Breviario di resistenza alimentare (Bur saggi) ha avuto il merito di aprire gli occhi agli americani sul loro modo squilibrato di produrre e di consumare il cibo, è ora l’agronomo Oran B. Hesterman a indicare una concreta via per la creazione di un sistema alimentare più sostenibile. Lo fa con il libro Fair Food. Growing a healthy, sustainable food system for all appena uscito per l’editore americano Public Affairs: un’ottima lettura anche per chi ha interesse a conoscere meglio gli Stati Uniti.

Scopo del volume non è solo quello di offrire validi suggerimenti al singolo consumatore, come l’acquisto di cibo prodotto a livello locale e possibilmente biologico, ma soprattutto quello di analizzare e smantellare l’intero sistema produttivo, per proporre nuove ricostruzioni. Sfogliare questo libro vuol dire mettere da parte gli innumerevoli giornalisti e cuochi che pretendono di parlare di agricoltura e alimentazione senza avere nessuna formazione scientifica in merito e affidarsi invece a un vero esperto del settore. Hesterman, infatti, è stato docente di agricoltura sostenibile all’Università del Minnesota, ha coadiuvato a nome della Fondazione W. K. Kellogg i programmi Integrated Farming Systems e Food and Society, finanziando con 200 milioni di dollari innumerevoli progetti ed è ora direttore dell’organizzazione no profit Fair Food Network.



 

Nonostante vengano citati numerosi studi e statistiche, la lettura del libro si rivela molto agevole, oltre che informativa: scopriamo per esempio che gli Stati Uniti impiegano 10,3 calorie di combustibile per produrne soltanto 1,4 di cibo. Uno degli aspetti su cui Hesterman insiste di più riguarda il fatto che non basta produrre cibo sano e in maniera sostenibile: bisogna anche renderlo accessibile a tutti. Cita come esempio un tipico food desert come la cittadina di Detroit, dove la maggior parte delle catene di supermarket ha chiuso i battenti a causa della recente crisi economica, lasciando ampio spazio a fast food e negozi di bevande alcoliche, che vendono cibi di scarsa qualità nutritiva, ma a prezzi più bassi. Le soluzioni a questo tipo di problemi sono varie e in parte dipendenti dalle risorse a disposizione: una possibilità è l’apertura di un farmers market, un mercatino in cui gli agricoltori vendono direttamente al pubblico i loro prodotti. Degna di nota è per l’autore anche la volontà della catena di supermarket WholeFoods di aprire una nuova sede a Detroit rinunciando ai suoi tipici prodotti biologici ad alto costo per sostituirli con cibo genuino ma a prezzi più accessibili.
 

 

Altre strategie per favorire l’accesso a frutta e verdura fresche delle fasce di popolazione più svantaggiate sono state proposte da alcuni progetti dell’USDA, il ministero dell’agricoltura americano. Tra queste per esempio il ricorso alle cosiddette EBT card, vere e proprie carte di credito fornite dal ministero e utilizzabili presso i farmers market di residenza. Fondamentali anche organizzazioni come i CSA, Community-Supported Agriculture: gruppi di persone che sostengono l’attività degli agricoltori, per esempio scegliendo di lavorare un certo numero di ore presso una fattoria, per ottenere in cambio una parte del cibo prodotto. 

Hesterman comunque non si limita a citare lodevoli azioni dal basso ma, cosa ancora più importante, riferisce anche quelle di grandi compagnie, come Sysco, il maggiore distributore alimentare degli Stati Uniti. Nella seconda metà degli anni novanta, Sysco ha incominciato a importare grandi quantità di asparagi coltivati in Perù per soddisfare la crescente richiesta interna: il problema, però, stava nel sistema di coltivazione dei contadini, che comportava l’abuso di pesticidi. Grazie a progetti avviati da Sysco in collaborazione con la Cornell University, però, gli agricoltori peruviani hanno abbracciato metodi di coltivazioni più sostenibili per l’ambiente come l’agricoltura integrata, che predilige la fertilizzazione del terreno con il compost e la lotta biologica ai parassiti.

 



E ancora: secondo l’autore un altro livello a cui è fondamentale operare per promuovere la produzione davvero sostenibile di cibo è quello istituzionale. L’USDA ha dichiarato che nel 2009 ben 6,3 miliardi di dollari sono stati utilizzati per fornire il servizio mensa nelle scuole. Se si riuscisse a spostare anche solo una piccola percentuale di questa somma per comprare cibo prodotto in zona sarebbe un grande passo per le varie realtà locali. Esempi concreti sono le mense scolastiche di Chicago oppure il Luther College di Decorah, in Iowa, che si è prefissato di investire entro il 2012 ben il 35% del suo budget totale (2 milioni di dollari) per l’acquisto di cibo proveniente da aziende locali.

 

Alessandro Tarentini

 

Foto: Photos.com

 

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