Uno studio svela perché la data di scadenza altera la percezione di salubrità del cibo e spinge verso lo spreco alimentare.
Moltissime persone cercano di acquistare prodotti che non siano dannosi per la salute o per l’ambiente. Ma in che modo valutano un certo prodotto confezionato? In base a che cosa decidono che una certa etichetta è sinonimo di salubrità e un’altra indica qualcosa da evitare, se possibile? Per capirlo, i ricercatori dell’Università di Vancouver, in Canada, insieme ad alcuni colleghi di atenei cinesi hanno condotto una serie di test su circa trecento volontari, sottoponendo loro confezioni degli stessi alimenti nelle quali ciò che cambiava era la data di scadenza.
Come hanno poi riportato sul Journal of Consumer Psychology, in uno di essi, per esempio, hanno chiesto ai partecipanti di scegliere una tra due confezioni di patatine, la cui scadenza era a cinque o a nove mesi. I partecipanti hanno preferito la confezione con durata di cinque mesi – giudicata più naturale e salutare – quando mettevano la salute al primo posto, mentre hanno orientato la scelta verso quella con la scadenza più lunga, ritenuta più utile per ridurre lo spreco, quando attribuivano la priorità all’impatto ambientale.
Il test su sughi e barrette
In un’altra serie di test, i volontari dovevano scegliere tra sughi per la pasta che recavano una scadenza a uno o a tre anni. Quando i ricercatori ponevano l’accento sulla salute, quasi il 70% dei partecipanti sceglieva il sugo con scadenza a un anno, ma quando veniva messa in evidenza la ricaduta ambientale, la percentuale di chi preferiva quel prodotto scendeva al 43%. Lo stesso tipo di risposte si vedeva anche dopo che gli autori avevano spiegato che l’allungamento della scadenza dello stesso prodotto dipendeva soltanto da una lavorazione e un imballaggio più efficienti: quando si trattava della percezione della naturalità dell’alimento, la scelta andava sempre o quasi verso il prodotto con la scadenza più ravvicinata.
Lo stesso si è visto con le barrette di cereali con ingredienti e valori nutrizionali equivalenti ma scadenze diverse: la scelta, quando l’argomento era la salubrità, andava inesorabilmente verso quelle che duravano di meno.

Una scorciatoia mentale
I risultati, secondo gli autori, suggeriscono che la scadenza sia utilizzata inconsciamente come un parametro indiretto, una sintesi della naturalità di un prodotto, in mancanza di altri strumenti di valutazione come un punteggio tipo Nutriscore o una app come Yuka. E anche quando le informazioni sono disponibili sulla confezione nella lista degli ingredienti, di solito leggerle e capirle è complicato e richiede tempo: per questo le persone tendono spontaneamente a valutare in base a parametri semplici, di immediata comprensione. E questo è tanto più vero nel momento attuale, perché l’attenzione si è progressivamente spostata sul livello di processamento e sulla naturalità dei cibi, dei quali la data di scadenza è considerata indicativa.
Falsi miti e sprechi alimentari
Questa equivalenza, tuttavia, non è sempre valida, ricordano i ricercatori. Nella maggior parte dei casi a una scadenza più lunga corrisponde una lavorazione maggiore, ma non sempre, anche perché le tecniche di conservazione hanno fatto grandi passi in avanti. Ma una errata interpretazione può portare a un aumento degli sprechi. Inoltre c’è da considerare che molti confondono la data di scadenza reale con quella oltre la quale è preferibile non consumare un certo alimento, incrementando involontariamente gli sprechi. Pertanto, concludono, anche se la tendenza inconscia è a leggere la scadenza, sarebbe meglio fare riferimento ad altri indicatori, quando presenti, sia per la naturalità che per l’impatto ambientale di un certo prodotto.
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Giornalista scientifica


