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“Naturale”: è la parola che troviamo su tantissime etichette ma che non vuol dire niente

NaturaleQuando facciamo la spesa siamo bombardati da centinaia di messaggi che, stampati sulle confezioni dei prodotti alimentari, cercano di attirare la nostra attenzione. Sono i cosiddetti claim, affermazioni che vantano qualche “valore aggiunto”, come “povero di grassi”, “privo di lattosio” ecc. Ognuna di queste scritte deve riportare informazioni corrette e per questo esiste una specifica normativa. C’è però un attributo che viene vantato da tanti prodotti pur non essendo regolato da alcuna legge: è il termine “naturale”. Sugli scaffali troviamo sughi per la pasta “100% naturali”, bevande, piatti pronti… un’infinità di prodotti che vantano la loro naturalità. Non è raro però scoprire che il preparato per brodo 100% naturale in realtà contiene aromi o che il succo di frutta 100% di origine naturale contiene farina di semi di carrube come addensante.

Qual è il criterio per definire “naturale” un ingrediente e quindi un prodotto? Ne abbiamo parlato con Roberto Pinton, esperto di normativa agroalimentare e responsabile tecnico di AssoBio. “Attualmente una definizione chiara di “naturale” esiste solo per l’acqua minerale naturale e per gli aromi naturali. – Dice Pinton – In tutti gli altri casi, il termine non ha un preciso significato legale.

SAFE (Safe food advocacy Europe), organizzazione non governativa che si occupa di sicurezza dei prodotti alimentari, ha analizzato la composizione di centinaia di prodotti disponibili sul mercato scoprendo che la maggior parte degli alimenti che usano questo claim in realtà contengono sostanze chimiche sintetiche ben lontane da poter essere considerate naturali. L’ong ha quindi aperto la campagna “We value true Natural” per sensibilizzare sul problema e chiedere una normativa che permetta ai consumatori di individuare i prodotti veramente “naturali”. Secondo l’ong, l’attributo “naturale“ è sempre più attraente per i consumatori e tende a essere associato con caratteristiche positive, come salutare, privo di sostanze chimiche di sintesi, biodegradabile, non processato o senza Ogm. Questi riferimenti dovrebbero essere avallati da un sistema di etichettatura affidabile.

Quindi un prodotto naturale dovrebbe essere biodegradabile, e questo vale per tutti gli alimenti, mentre le confezioni possono essere non biodegradabili. Poi dovrebbe essere privo di Ogm– aspetto già tutelato dalla normativa europea – e privo di qualsiasi additivo, obiettivo molto difficile da raggiungere, perché la maggior parte degli alimenti industriali – con poche eccezioni, come latte, burro e olio d’oliva – contiene qualche ingrediente che non è di derivazione “naturale”.

“La definizione – fa notare Pinton – è molto più complessa di quanto sembri . Se consideriamo gli aromi naturali, questi, secondo la normativa (Regolamento (CE) n. 1333/2008) “possono contenere additivi alimentari consentiti dalla legge e/o altri ingredienti alimentari incorporati per scopi tecnologici”, quindi ci possono essere solventi, stabilizzanti eccetera, e non è detto che un “aroma naturale” definito a norma di legge coincida col criterio di “esente da sostanze chimiche di sintesi”. Inoltre un aroma può essere definito naturale quando almeno il 95% della componente aromatica è ricavata da un prodotto naturale (per esempio il limone per l’aroma di limone), il restante 5% può essere dato da aromi artificiali.”

Un altro caso ambiguo è quello delle sostanze naturali prodotte con procedimenti biotecnologici “spinti”, di tipo industriale: si devono considerare “naturali”? “L’acido citrico, per esempio, si ricava dai limoni – spiega Pinton – ma è più semplice e più economico produrlo utilizzando colture di lieviti modificati geneticamente, in questo modo si producono attualmente molte sostanze, come vitamine o altre sostanze organiche utilizzate negli alimenti. Come dobbiamo considerare questo acido citrico? Naturale oppure no? Quel che è certo è che nella produzione biologica il loro uso è vietato”.

Esiste poi l’aspetto dei coadiuvanti tecnologici, sostanze utilizzate durante un processo, per esempio enzimi o solventi, che non si considerano ingredienti e quindi non sono indicati in etichetta, ma di cui resta qualche residuo nel prodotto finito. Il vino è un tipico esempio: per produrlo, all’uva non si aggiungono ingredienti, ma solamente coadiuvanti che in qualche modo controllano il processo di fermentazione. Dato che queste sostanze non sono indicate in etichetta, anche quando per il vino fosse reso obbligatorio l’elenco degli ingredienti (ora non lo è), non si avrebbe modo di distinguere tra vini prodotti con metodi diversi. Recentemente la Commissione europea ha dichiarato ingannevole la denominazione “vino naturale” utilizzata dai produttori che scelgono di non aggiungere niente durante la produzione del vino, perché indurrebbe i consumatori a considerare questi vini di qualità più elevata rispetto agli altri.

etichetta alimenti supermercato donnaUn altro quesito riguarda i processi produttivi: dal punto di vista letterale nessun cibo trasformato è “naturale” perché non è prodotto dalla natura ma dall’uomo, e in quest’ottica sarebbero naturali solo i prodotti spontanei della terra, come i funghi o i mirtilli. Attualmente la normativa europea (regolamento (CE) n. 852/2004) sull’igiene dei prodotti alimentari definisce i «prodotti non trasformati» e i «prodotti trasformati». I primi sono quelli non sottoposti a trattamento, eventualmente solo divisi, sezionati, affettati, disossati, tritati, scuoiati, frantumati, tagliati, puliti, rifilati, decorticati, macinati, refrigerati, congelati, surgelati o scongelati. “In base a questa definizione dovremmo considerare naturale il grano e di conseguenza la farina, che si ricava con un processo semplice come la macinazione – dice Pinton – ma il pane prodotto con questa farina ha subito operazioni che secondo il regolamento sono di “trasformazione” che non si verificano in natura, come la lievitazione e la cottura. Quindi non si dovrebbe parlare di “pane naturale”, ma “pane con soli ingredienti naturali”. Possiamo considerare naturale l’olio extravergine d’oliva che si ricava dalla semplice spremitura meccanica delle olive. Ma un olio di semi estratto con solventi – autorizzati dalla legge e che non residuano nell’olio – è ugualmente naturale?”

Bisogna poi guardare ancora più in profondità – fa notare l’esperto –: Possiamo considerare naturale un prodotto vegetale, semplicemente raccolto dalla pianta, per il quale però il produttore ha usato diserbanti oppure è ricorso all’impollinazione artificiale? Possiamo considerare naturale il foie gras, ricavato semplicemente dalla macellazione di oche che però sono state allevate e nutrite in un modo barbaro e certamente innaturale? La definizione va estesa anche gli imballaggi?”

“Queste definizioni sono estremamente complesse e richiederebbero una griglia di valutazione specifica per ogni prodotto. A normativa vigente, il termine naturale si potrebbe applicare solo a prodotti non trasformati, i cui processi produttivi siano compatibili con i processi naturali, tenendo conto anche del benessere animale: uova di galline allevate in batteria che non hanno mai razzolato mal si conciliano con la naturalità. Una nuova e più completa normativa dovrebbe anche tener conto delle sensibilità diffuse – continua Pinton – raccogliendo i pareri dei consumatori tramite una consultazione pubblica. Dovrebbero poi esistere organismi di controllo per verificare quanto dichiarato dai produttori, per evitare usurpazioni della qualifica di naturale.

È certo che questo attributo ha un effetto attraente sui consumatori ma sarebbe anche necessario chiarire che non tutto ciò che è naturale è positivo, questo fraintendimento non di rado induce i consumatori ad abusare di erbe o integratori che possono avere effetti dannosi per la salute. Inoltre, non possiamo certo dire che in passato il cibo fosse più buono o più sicuro. Nel XX secolo sono state messe a punto tecnologie fondamentali per aumentare la conservabilità e quindi la sicurezza del cibo, tecnologie che vengono continuamente migliorate e ci permettono di avere a disposizione cibo sempre più sicuro e facile da ottenere. La naturalità inoltre non è l’unico aspetto che porta valore aggiunto, anche per chi non si ferma all’analisi del prezzo e nemmeno si ferma al gusto.

“C’è un crescente interesse per gli aspetti “etici” – fa notare Pinton –, che comprendono anche la sostenibilità ambientale e il rispetto dei diritti umani. In un mondo perfetto non ce ne sarebbe bisogno, dato che tutta la produzione dovrebbe “naturalmente” farli propri, ma nel mondo reale bisognerebbe probabilmente creare una certificazione “a ombrello” che individuasse gli alimenti “di eccellenza”: salutari, naturali, prodotti nel rispetto dell’ambiente, del benessere animale e dei diritti umani.

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7 Commenti

  1. Avatar

    Il più pericoloso equivoco circa il “naturale” è che “se è naturale fa bene”: ma questo è altamente ingannevole, e senza andare a disturbare la naturalissima cicuta, con la quale fu avvelenato Socrate, e che probabilmente nessuno saprebbe non dico trovare ma neppure riconoscere, basta ricordare che il casalinghissimo e naturalissimo prezzemolo è un veleno se assunto in quantità neppure troppo elevate, lo sanno bene tutte le povere ragazze che prima della 194 l’hanno usato per abortire e ci hanno rimesso la vita.

    Altro equivoco ricorrente è la contrapposizione tra “naturale” e “chimico”, tanto cara ai bloggher e agli influencer, che non significa nulla perché tutto ciò che materialmente esiste è “chimico”, dall’aria che respiriamo all’acqua che beviamo al sale con cui condiamo la pasta, e non vi à alcuna differenza tra la molecola del “sale rosa dell’Himalaya” o del “sale grigio della Camargue” e quello delle saline di Margherita di Savoia o delle cave di salgemma (e la risibile frazione di altri sali che li colorano sono totalmente ininfluenti nella nostra alimentazione).

    Non mi pare quindi che ci sia né la possibilità né l’utilità di normare il termine “naturale”, perché la cosa comporterebbe un’infinita serie di “distinguo” (la molecola NaCl è naturale solo se raccolta in natura, pur essendo identica a quella sintetizzata?) dando vita a battaglie legali e contenziosi irrisolvibili e ad ancora maggiore confusione di quella che già c’è al riguardo.

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    Magnifico articolo che svela quanto il linguaggio manipolato possa risultare ingannevole, in qualsiasi dominio comunicativo. Perché gli organismi di controllo non operano le necessarie verifiche per “evitare usurpazioni alla qualifica di naturale”?

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      Mi pare che Mauro abbia già spiegato perché non è possibile, se neppure esiste una definizione legale di “naturale”, cosa dovrebbero verificare?

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    La prossima sara’ “sostenibile”

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    Pietro Antonelli

    Sul termine “naturale” dovrebbe esserci qualcosa sul Reg. Ce. 1924/06, ma limitatamente all’uso dei claims nutrizionali.

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      Valeria Balboni

      Gentile Pietro,
      gli unici casi in cui al termine “naturale” la normativa alimentare attribuisce un significato preciso sono l’acqua minerale naturale e gli aromi naturali.

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    La parola NATURALE è permessa dalla normativa per quei prodotti che possono vantare un claim nutrizionale. Assurdo! Bravi bellissimo articolo