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Sì, lo ammetto, sono un mangione pentito, forse come voi in questo momento. Reduce dal cenone della vigilia, mi sono svegliato di buon’ora il giorno di Natale con il consueto corredo di sintomi post‑abbuffata: pesantezza, mal di testa, stomaco in subbuglio. Il tutto condito da un sottile senso di colpa per aver passato l’anno a predicare -spero- bene, un’alimentazione corretta… e poi, ritrovarmi a razzolare male, cedendo senza resistenza alle tentazioni natalizie.

Marketing a tavola

Il cenone è sempre stato un momento di convivialità e occasione per ritrovarsi. Oggi, però, il senso si sta perdendo tra tavole sovraccariche e porzioni smisurate. È più una gara all’eccesso che un’occasione di condivisione. Il suffisso dice tutto. L’-one di “cenone” richiama l’esagerazione, come in mangione, beone, golosone. La spinta della pubblicità. A “Natale puoi…“, uno slogan pubblicitario rivolto soprattutto ai bambini, suggerisce che nel periodo natalizio tutto sia permesso a tavola.  Tradizione e calore familiare diventano il pretesto per giustificare questa permissività.

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Negli ultimi anni il cenone è diventato un set fotografico.

A Natale puoi…

Immaginatevi l’imbarazzo di un genitore che prova a spiegare al figlio che il panettone va mangiato con moderazione, e il bambino ribatte che la TV dice che a Natale i bambini possono fare quello che vogliono. Matrigna televisione! La tavola perfetta da postare. Negli ultimi anni il cenone è diventato un set fotografico. Si apparecchia non soltanto per gli ospiti, ma anche per lo smartphone. La tavola diventa vetrina, non luogo d’incontro. E quando si apparecchia più per la rete che per le persone, la tradizione perde inevitabilmente un po’ della sua anima. Il cenone della vigilia, così come lo conosciamo, non è affatto antico. Nasce nel Novecento, tra boom economico, televisione e frigoriferi sempre pieni, imposti dal consumismo. Tre fattori lo hanno modellato: il digiuno eucaristico, la penuria alimentare e la celebrazione del solstizio invernale.

Il cibo che abbonda

Digiuno eucaristico. Fino a metà Novecento, per comunicarsi alla Messa di mezzanotte, si doveva digiunare da mezzogiorno. Solo dopo la celebrazione, spesso all’una o alle due di notte, si poteva finalmente mangiare, e abbondantemente. Oggi il digiuno eucaristico è quasi sparito, l’abbuffata no e forse è persino più generosa che in passato.
Penuria alimentare. Per generazioni la dieta quotidiana è stata povera e monotona, segnata dalla scarsità di cibo e dalla miseria che colpiva larghe fasce della popolazione. La vigilia era una rara occasione per fare un pasto ricco e con dolci tradizionali, che trasformavano il cenone in un evento straordinario e atteso. Oggi il cibo abbonda, i poveri sono una fascia più ristretta rispetto al passato, ma il cenone resta… e spesso raddoppia.

Tavola imbandita di piatti della cucina vegetariana
Il cenone nasceva come eccezione in un contesto di scarsità di cibo. Oggi viviamo nell’abbondanza

Celebrazione del solstizio d’inverno. Prima del Natale cristiano, in Europa si celebrava il solstizio, tra il 20 e il 23 di dicembre, con fuochi e pasti comunitari.
Nel IV secolo d.C. la Chiesa fissò il 25 dicembre come data della nascita di Gesù, facendola coincidere con il Dies Natalis Solis Invicti (Natale del Sole Invincibile). Era questa la festa romana pagana che celebrava la rinascita del Sole, il momento astrologico in cui le ore di luce diurna tornano ad aumentare dopo il solstizio. Anche la nascita di Gesù fu letta come un avvento di luce, una luce spirituale chiamata a liberare l’umanità dall’oscurità morale fatta di ingiustizie, violenza e perdita di valori.
Il cenone natalizio può dunque essere interpretato come la continuità di un antico rito cosmico che celebrava il ritorno della luce sulla Terra dopo l’oscurità dell’inverno.”

Brindisi a ripetizione

Il nostro corpo, di notte, vuole soltanto riposare. E soffre se è costretto a digerire portate infinite, dolci e brindisi a ripetizione. Lo ripete da tempo la cronobiologa, la scienza che studia i ritmi interni del nostro organismo. Il metabolismo notturno. Di notte la digestione rallenta, l’insulina non funziona come dovrebbe, la melatonina aumenta. Il corpo si prepara al sonno, non a un banchetto. Il risultato è quello che ho sperimentato sulla mia pelle: la sensazione spiacevole del “post‑cenone”, che non dipende solo dallo spumante e dai dolci, ma dall’aver costretto l’organismo a lavorare nel momento meno propizio.

Il paradosso è questo: il cenone nasceva come eccezione in un contesto di scarsità di cibo e di fame costante. Oggi viviamo nell’abbondanza. Non arriviamo affamati al Natale, ma saturi. Forse il gesto davvero controcorrente dovrebbe essere sottrarre, non aggiungere portate. Un’alternativa possibile. Per chi vive il Natale in chiave cristiana, il digiuno penitenziale sarebbe persino più coerente del cenone. Non si tratta, badate bene, di astinenza totale, ma di sobrietà e frugalità. Una scelta che non esclude i piatti della tradizione né una fetta di panettone. E, anche senza riferimenti religiosi, la moderazione resta la scelta più sensata per evitare glicemie impazzite e notti insonni.

E per finire, va considerato che Il cenone della vigilia è solo la prima tappa della maratona gastronomica natalizia. Poi arrivano il cenone del veglione di Capodanno e il “pranzone” del primo gennaio. Stesso copione, stessi effetti.
P.S. Mi auguro che, dopo aver letto questo articolo, non vi venga di tacciarmi di essere un guasta‑feste. Che questo Natale, anche come Natale del sole, porti luce laddove l’umanità è avvolta dalle tenebre delle dittature e delle guerre. E che siano davvero profetiche le parole di Victor Hugo, «Anche la notte più buia finirà e il sole sorgerà».

© Riproduzione riservata – Foto: Depositphotos, Adobe Stock

 

 

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