Cane corgi accanto alla ciotola dei croccantini; ultrprocessati, pet food, cibo per cani

Il cibo per cani, sempre più spesso ottenuto con tagli di carne genericamente definiti “premium”, cioè identici a quelli destinati al consumo umano, potrebbe avere un impatto ambientale, in termini di emissione di anidride carbonica e altri gas serra derivanti dalla produzione, uguale o superiore di quello che deriva dalla produzione di alimenti per esseri umani. Questi ultimi, infatti, stanno diminuendo il proprio apporto di carni rosse e di proteine animali in generale, e hanno una dieta più varia, che comprende diversi elementi con impatti ambientali inferiori.

Per i cani, invece, l’alimentazione è ancora prevalentemente basata sulle carni rosse, per motivi culturali e per una serie di concause che hanno conseguenze pesanti sulle emissioni. Il risultato, visto il numero crescente di cani nelle case dei cittadini di numerosi paesi, si tratta di una grande produzione di gas serra almeno in parte evitabili. Basterebbero infatti alcuni accorgimenti e una maggiore consapevolezza per contenere le emissioni associate a questi prodotti.

La ricerca

A valutare il possibile impatto del pet food canino è stato uno studio condotto dai ricercatori delle Università di Edimburgo ed Exeter, appena pubblicato sul Journal of Cleaner Production. In esso gli autori hanno analizzato le etichette di circa mille alimenti per cani venduti nel Regno Unito, appartenenti a tutte le categorie: 526 erano di cibo secco; 114 di cibo secco senza cereali; sette di cibo secco vegetale; 197 di cibo umido senza limitazioni; 113 di cibo umido senza cereali; cinque sempre umido ma vegetale e 34 di alimenti crudi.

In base a quanti riportato, gli autori hanno calcolato le emissioni di gas serra collegate a ciascun tipo, e dimostrato innanzitutto la grande variabilità esistente in base alle tipologie: tra i prodotti più virtuosi e quelli peggiori c’è una differenza di 65 volte, quanto a emissioni. E ovviamente i cibi realizzati con i tagli premium sono quelli che “emettono” di più.

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I produttori dovrebbero smetterla di proporre sempre più tagli premium per fare leva sull’affetto dei proprietari.

Rispetto alle emissioni relative alle filiere alimentari, il pet food canino rappresenta tra il 2,3 e il 3,7% del totale, mentre rispetto alle emissioni totali del Regno Unito un non trascurabile 0,9-1-,3% (media circa 1%).

Una volta fissati questi valori, gli autori li hanno estrapolati alla produzione globale di cibo per cani, e hanno così scoperto che le emissioni andrebbero, a seconda dei tipi, dal 59 al 99% di quelle provocate dalla metà circa di tutti i voli commerciali e cioè tra i 469 e i 792 milioni di tonnellate di CO2: un numero impressionante.

Che cosa fare

Il fatto positivo è che c’è ampio spazio di miglioramento, come dimostra quel fattore 65 tra le emissioni dei cibi peggiori e migliori, a patto che ciascuno dei protagonisti faccia la sua parte.

I produttori dovrebbero smetterla di proporre sempre più tagli premium per fare leva sull’affetto dei proprietari. Non c’è alcuna motivazione scientifica per non destinare al pet food tagli differenti e possibilmente gli scarti, che oltretutto sono aumentati, negli ultimi anni, perché gli esseri umani mangiano sempre meno alcune parti degli animali come per esempio le frattaglie. Sempre chi propone pet food, poi, dovrebbe ampliare in misura significativa l’offerta di quelli a base vegetale, ancora molto bassa (come attesta anche il numero esiguo di campioni inclusi nello studio, che riflette quello di ciò che si trova in vendita), che possono essere ottimi sostituti, purché bilanciati, di quelli con carne e di quelli con cereali, e che hanno un impatto inferiore di quelli con carne al 100%.

Chi stabilisce le regole, dal canto suo, dovrebbe obbligare i produttori a indicare sulle confezioni gli ingredienti e possibilmente anche le emissioni associate, in modo che il consumatore possa fare scelte più ragionate.

I proprietari

I proprietari che non vogliono rinunciare alla carne, inoltre, dovrebbero prediligere il cibo con cereali, quello secco rispetto a quello umido e a quello crudo così come a quello esplicitamente etichettato come “senza cereali”.

Infine, concludono gli autori, veterinari e quindi abituati a discutere di questi temi con i proprietari, si dovrebbero abbandonare credenze come quelle sulla discendenza dei cani dai lupi che renderebbe i cani dipendenti dalla carne. Come hanno dimostrato diversi studi, non è così: i cani contemporanei possono limitare o rinunciare alla carne. Un cane alimentato con pasti bilanciati che prevedano un’importante componente vegetale sono spesso più sani di quelli che si nutrono esclusivamente di carne.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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