Dopo 13 anni dal primo scandalo Europol scopre un nuovo traffico illecito tra Belgio e Francia
A distanza di tredici anni dal clamoroso scandalo delle “lasagne alla carne di cavallo” del 2013, l’Europa si ritrova di nuovo a fare i conti con il traffico illecito di equini che non dovrebbero mai finire al macello. Per legge, i veterinari e i proprietari classificano i cavalli da corsa, da equitazione e da diporto come animali non DPA (non destinati alla produzione di alimenti): le normative li escludono esplicitamente dai macelli a causa dei trattamenti farmacologici che ricevono durante la loro vita. Eppure i trafficanti li hanno fatti finire di nuovo nei nostri piatti.
A riportare l’attenzione sul caso è l’organizzazione per la tutela dei consumatori Foodwatch, a seguito dell’imponente operazione di polizia giudiziaria coordinata da Europol. Tra l’8 e il 9 settembre 2026, l’indagine — guidata dalle autorità belghe e condotta insieme a quelle di Francia, Irlanda e Paesi Bassi — ha portato a 24 perquisizioni e al controllo di oltre 1.000 cavalli.
Al centro dell’inchiesta c’è una rete criminale ben strutturata che riciclava cavalli sportivi o da diporto falsificandone l’identità per introdurli illegalmente nella catena alimentare.
I Paesi UE non comunicano tra loro
Come spiega a Il Fatto Alimentare Eva Rigonat, medico veterinario e autrice del libro Veterinaria e mafie, le ragioni per cui questo fenomeno persiste nel tempo sono molteplici: «A distanza di oltre dieci anni le falle restano sistemiche perché i Paesi UE non comunicano tra loro e perché l’impianto comune europeo riguarda un’anagrafe e non un censimento, ossia non pone l’obbligo comunitario di rendere pubblica a livello europeo la registrazione in tempo reale delle movimentazioni degli equidi, ogni Stato membro è responsabile della tracciabilità sul proprio territorio in un sistema decentrato e non inter-comunicante a livello europeo. Inoltre, sopprimere e smaltire correttamente un cavallo non DPA – come dovrebbe avvenire per la maggior parte degli equidi – ha un costo economico ed emotivo che i proprietari spesso cercano di evitare, alimentando così il business del mercato nero della carne».

I trucchetti della frode: passaporti falsi e microchip manipolati
La truffa si basa su un meccanismo tanto semplice quanto efficace: la manomissione dei microchip e la forgiatura di passaporti falsi per creare una “nuova identità” agli animali. In questo modo, i trafficanti riescono a cancellare la storia sanitaria del cavallo, nascondendo la sua inidoneità alla macellazione per il consumo umano.
A differenza della tracciabilità di altri allevamenti, i controlli documentali e le banche dati nazionali si rivelano ancora vulnerabili. I documenti cartacei si falsificano con troppa facilità e l’assenza di un database unico e centralizzato a livello europeo — aggravata dal fatto che alcuni Stati membri non condividono i propri dati anagrafici e sanitari — crea enormi “zone d’ombra” che i trafficanti sfruttano a proprio vantaggio.
Per quanto riguarda i meccanismi operativi della frode e i punti deboli della catena di controllo, Rigonat sottolinea che esiste ancora la possibile presenza di «macelli clandestini in cui i microchip scompaiono, senza che nessuno registri di fatto la morte dell’animale, che ufficialmente continua a risultare vivo da qualche parte».
Dove finisce la carne e quali sono i rischi per la salute?
Uno dei punti più critici denunciati da Foodwatch riguarda l’assoluta mancanza di trasparenza. Gli inquirenti cercano ancora di ricostruire la destinazione finale dei cavalli: i trafficanti possono aver venduto la carne di questi animali — di cui la legge vieta la macellazione — come taglio fresco al dettaglio oppure la possono aver sminuzzata e nascosta all’interno di preparati industriali, piatti pronti o insaccati, per poi distribuirla ed esportarla in diversi Paesi europei, come già accaduto nello scandalo del 2013. Spesso i controllori scoprono l’origine reale della carne o la presenza di specie non dichiarate solo a posteriori, tramite l’analisi del DNA sui prodotti finiti, quando la merce si trova già sugli scaffali.
Il pericolo principale per i consumatori non è solo di natura commerciale, ma soprattutto sanitaria. I cavalli da corsa o da diporto ricevono nel corso della loro vita trattamenti farmacologici (come antinfiammatori e anabolizzanti, tra cui il fenilbutazone per i quali non esistono studi sui limiti massimi di residui ammessi per la sicurezza alimentare con conseguenti tempi di sospensione definiti per la macellazione. «Il rischio concreto per la salute dei consumatori», avverte la veterinaria, «è direttamente legato alla presenza di residui di questi farmaci nelle carni», esponendo la popolazione a pericoli tossicologici imprevedibili.

I grandi interessi economici e il ruolo dell’Italia
Il traffico di carne equina garantisce alla criminalità guadagni milionari a fronte di sanzioni amministrative e penali spesso irrisorie. Gli interessi economici in gioco sono altissimi e l’Italia si trova al centro di questo scenario, essendo storicamente tra i principali Paesi consumatori e importatori di carne di cavallo in Europa. Eppure il nostro Paese non compare nell’inchiesta dell’Europol. Un paradosso, se si considera che — come evidenziato da un report di Animal Equality del 2025 — l’Italia è il primo consumatore europeo e il maggior importatore al mondo di carne equina, con più di 25 mila tonnellate che varcano ogni anno i nostri confini da Paesi come Francia, Polonia e Slovenia per rifornire macellerie e industrie alimentari. Una forte dipendenza dall’estero che rende la filiera italiana particolarmente esposta ai traffici illeciti transfrontalieri.
Per contrastare efficacemente il fenomeno, conclude Eva Rigonat, occorre intervenire sulla normativa di controllo: «Trattandosi di truffe che si svolgono nell’illegalità, serve una legislazione che preveda una chiara volontà di controllo sui capi abbattuti e l’obbligo di istituire banche dati europee pubbliche e accessibili a tutti atteso che, diversamente dalle altre specie di animali da reddito che vengono spostate solo per necessità commerciali di filiera alimentare, la caratteristica degli equidi è quella di spostarsi molto frequentemente per necessità che con la filiera alimentare non hanno nessun legame e nessun interesse ad averlo». Insomma, a 13 anni dal primo grande scandalo, la lezione non è ancora servita. E la carne di cavallo “invisibile” rischia di rimanere la spia di un sistema che preferisce chiudere un occhio anziché fare pulizia nei macelli.
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Giornalista, redattrice de Il Fatto Alimentare, con un master in Storia e Cultura dell’Alimentazione



Non aggiungo altro. L’articolo è ben fatto ed andrebbe inviato al ministero competente in Italia ed in Europa invece di pensare solo agli aiuti umanitari a cui sono favorevole comunque.