Allevamento di galline in gabbie

Allevamenti in gabbia: la proposta di legge di Essere Animali supera le 50 mila firme. Ma in etichetta manca la trasparenza

Traguardo storico per la campagna Gabbie Vuote. In poco più di tre mesi, la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Essere Animali ha superato le 50 mila firme certificate sulla piattaforma del Ministero della Giustizia. Raggiunto il quorum legale, a settembre il testo verrà depositato in Parlamento per avviarne la valutazione. L’obiettivo è introdurre un divieto nazionale all’uso delle gabbie, che oggi recludono circa 40 milioni di animali negli allevamenti italiani, tra cui oltre 17 milioni di galline ovaiole, 600mila scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie.

«Abbiamo la possibilità di fare la storia e chiedere al Parlamento di porre fine a una delle crudeltà più anacronistiche del nostro Paese», dichiara Chiara Caprio, responsabile relazioni istituzionali dell’associazione. L’urgenza del bando è supportata dai pareri scientifici dell’EFSA, che associano le gabbie a stress cronico, frustrazione e gravi patologie.

L’evidenza: lo studio italiano che denuncia il dolore

A confermare la drammatica realtà delle galline ovaiole è il primo studio scientifico italiano sul tema, pubblicato sulla rivista Poultry Science dal DAFNAE dell’Università di Padova e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. I dati raccolti su 50 aziende denunciano una sofferenza cronica e sistemica:

– Il 77,1% degli animali presenta deviazioni dello sterno, mentre il 17% mostra vere e proprie fratture ossee dovute al contatto continuo con le strutture metalliche e all’indebolimento da deposizione.

– Il 46,3% delle galline soffre di lesioni, infiammazioni e ustioni alle zampe, causate da pavimenti inadatti e lettiere umide cariche di ammoniaca.

– L’8,4% dei capi presenta vesciche al petto, assimilabili a dolorose piaghe da decubito provocate dalla costante pressione su superfici dure.

Suini in un allevamento intensivo; concept: maiali
In italia 600mila scrofe vengono allevaste in gabbia

Gabbie vuote? Non ancora

Mentre i cittadini si mobilitano, sul mercato italiano regna l’opacità. Fatta eccezione per le uova fresche, nessuna legge obbliga i produttori a specificare in etichetta l’uso di gabbie nella filiera. Per questo, i volontari di Essere Animali hanno condotto azioni informative nei supermercati di diverse città, segnalando i marchi sprovvisti di un impegno pubblico cage-free. Tra i brand citati: Bauli e Melegatti (uova nei prodotti trasformati); Yomo, Granarolo, Vallelata, Nonno Nanni e Galbani (vitelli); Rovagnati, Negroni, GranTerre e Citterio (suini); oltre alla totalità dei produttori di carne di coniglio e uova di quaglia.

L’Europa, intanto, traccia la rotta: la Commissione UE, tramite la nuova Livestock Strategy, ha confermato l’intenzione di presentare norme per vietare le gabbie per le galline entro il 2026 e per le scrofe entro il 2027. Svezia, Germania, Austria e Paesi Bassi hanno già legiferato restrizioni severe. Per l’Italia, l’esame di questa legge popolare rappresenta l’occasione per non rimanere il fanalino di coda nel benessere animale.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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