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Sos mare: come il cambiamento climatico mette a rischio il pesce che mettiamo in tavola

In mancanza di provvedimenti drastici, entro il 2100 il pesce catturato nelle acque europee in molti casi sarà ridotto a una frazione rispetto a quello presente oggi. L’insieme di diversi fattori come la pesca eccessiva, il riscaldamento delle acque e l’accumulo di mercurio potrebbero compromettere pesantemente la possibilità di continuare a ricorrere al Mare Nostrum e agli altri mari europei come fonte alimentare di primaria importanza. A questo scenario piuttosto cupo giunge uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science dai ricercatori dell’Università della Columbia britannica, che hanno creato un modello prendendo in considerazione le 20 specie ittiche più pescate nelle acque europee tra le quali le seppie (Sepiida), le capesante atlantiche (Pecten maximus), le rane pescatrici (Lophius), i polpi (Octopus vulgaris) e le triglie (Mullus barbatus barbatus). Per ogni specie è stato valutato l’intervallo di tolleranza alla temperatura dell’acqua comparato con le previsioni di riscaldamento, l’accumulo del mercurio e la pesca a ritmi più che sostenuti, analoghi a quelli attuali.

Il risultato è che il futuro non è garantito per nessuno, anche se ci sono grandi differenze nella capacità di resilienza alle condizioni stressanti. I pesci e i molluschi più comuni come le triglie, le capesante, i polpi, i calamari, gli scampi, le sogliole e il nasello potrebbero ridursi rispetto alle popolazioni di oggi, sia in numero che in distribuzione. Quelli più grandi come il pesce spada, che vivono più a lungo e quindi accumulano più metalli, potrebbero essere impossibili da consumare a causa dell’eccesso di mercurio (previsto in crescita del 50% nelle loro carni). Il disastro dipende dalla sinergia tra i diversi fattori, che si potenziano a vicenda, provocando, insieme, effetti di maggiore entità rispetto alla mera sommatoria dei singoli. Per questo gli autori chiedono da subito un bando globale alle emissioni di mercurio in mare secondo la convenzione di Minamata, dal nome del disastro avvenuto in Giappone, e un’azione molto più incisiva sulle emissioni climalteranti, per cercare di contenere il riscaldamento globale.

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Il cambiamento climatico, l’inquinamento delle acque e la pesca intensiva potrebbero ridurre il pesce che potrà essere pescato in acque europee

Una conferma delle minacce che gravano sui mari giunge poi da uno studio condotto in acque completamente diverse, quelle dell’Antartide, dove i ricercatori dell’Istituto di Scienze marine della Virginia e dell’Università del Colorado studiano le larve dell’aringa antartica (Pleuragramma antarctica), piccolo pesce che gioca un ruolo chiave nella catena alimentare. Secondo quanto pubblicato su Communications Biology, rivista del gruppo Nature, dalle analisi di oltre 7 mila campionamenti di larve effettuate nell’arco di 25 anni si vede che, mentre la temperatura atmosferica invernale è cresciuta di 6°C e i mesi in cui il mare è ghiacciato durante l’anno sono diminuiti di 2°C, le larve si sono ridotte, e la tendenza è tuttora in atto. Se il riscaldamento dovesse continuare ai ritmi attuali, tutto l’ecosistema potrebbe essere compromesso, con ricadute anche negli altri mari.

Una possibile per quanto parziale risposta arriva dalla maricoltura, l’acquacoltura praticata in mare che, quando rispetta alcune condizioni, è sostenibile e talvolta positiva per l’ecosistema marino. Lo conferma un terzo studio, pubblicato negli stessi giorni su Bioscience dai ricercatori dell’Università di Adelaide, in Australia, insieme a colleghi americani. Già oggi, premettono gli autori, la maricoltura produce il 37% del pesce utilizzato per l’alimentazione umana proveniente dall’acquacoltura (che rappresenta il 52% del totale dei prodotti ittici) e il 97% delle alghe consumate. E il rapporto tra le emissioni di gas serra e le unità di proteine prodotte è generalmente favorevole rispetto alla maggior parte degli allevamenti di animali terrestri, perché non c’è consumo di suolo né emissione di metano.

acquacoltura, immagine dall'alto allevamento ittico
La co-coltura di pesci, molluschi e alghe può ridurre l’impatto della maricoltura

Però si può fare di più, e meglio. Per esempio, si possono accorciare le filiere distributive, rafforzando i mercati locali e diminuendo le emissioni associate ai trasporti e aumentando la biosicurezza dei prodotti finali. Ma il vero salto di qualità si ottiene se si unisce l’allevamento dei pesci, e soprattutto dei molluschi, a quello delle alghe che, oltre a essere a loro volta ottime fonti proteiche, in molti casi richiedono CO2 per crescere e, di conseguenza, ne tolgono quantità significative dall’atmosfera. Le co-culture di bivalvi e alghe costituiscono un ecosistema che favorisce una maggiore riduzione delle emissioni, attraverso l’assorbimento dei nutrienti in eccesso. Oltre a questo, a poca distanza dalla maricoltura si possono creare siti produttivi, con aziende per la lavorazione delle alghe, da cui si possono ricavare biocarburanti e mangimi per ridurre le emissioni di metano degli allevamenti bovini. Nel frattempo, bisogna monitorare il rilascio di rifiuti e residui organici, così come la somministrazione di quanto necessario sfruttando al meglio le tecnologie più innovative, per abbattere gli sprechi, le contaminazioni e le emissioni. 

Lo studio fornisce molti dettagli e possibili scenari circolari realizzabili senza investimenti o iniziative particolarmente impegnative, ma solo sfruttando al meglio le conoscenze e ciò che la tecnologia offre già. Se diventassero realtà, potrebbero davvero aiutare il mare, il clima e il genere umano.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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