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Caffè, attenzione a non eccedere. Uno studio correla consumi molto elevati al rischio demenza

Il caffè piace a molti. E non a caso è probabilmente la bevanda non alcolica più consumata, per il suo gusto e anche per gli effetti stimolanti della caffeina. In genere la ricerca sottolinea i vantaggi di un consumo di caffè: proprio pochi mesi fa uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ne ha confermato i possibili benefici per la salute, indicando in 400 mg di caffeina al giorno la dose ottimale che permetterebbe a individui sani di trarre i massimi vantaggi dalla bevanda.  

Per questo colpiscono i risultati di uno studio recente, realizzato da un team internazionale di ricercatori presso l’Università dell’Australia del Sud, che ha valutato gli effetti del caffè sul cervello. La ricerca – la più ampia di questo tipo mai realizzata, che ha coinvolto complessivamente 17 mila soggetti – mostra che un consumo elevato di caffè è associato a una riduzione del volume del cervello e a un aumentato rischio di demenza. Non risulterebbe invece un aumento del rischio di ictus, un altro dei parametri presi in esame dai ricercatori. Non c’è però ragione di preoccuparsi troppo, visto che questi dati si riferiscono a forti consumatori, che bevono sei o più tazze di caffè al giorno. Anche se, visto che i dati sono riferiti a una popolazione anglosassone, è probabile che si tratti di caffè “americano”. In linea di massima una tazzina di caffè italiano preparata con circa sei grammi di polvere contiene da 50 a 120 mg di caffeina, a seconda del metodo di preparazione (espresso o moka) e del tipo di miscela. Il caffè americano invece è in genere più leggero, ma la quantità di liquido ingerita è nettamente maggiore, così che una tazza in media contiene 70-140 mg di caffeina secondo il tipo di caffè. 

Un consumo eccessivo di caffè è stato correlato a un aumento del rischio di demenza

“L’indicazione che proveniva da studi precedenti era di un effetto benefico proprio nei confronti di queste patologie, con un aumento dell’attenzione e un miglioramento delle capacità cognitive”, osserva  Cristina Bosetti, epidemiologa dell’Istituto Mario Negri di Milano. “Questi dati sono un segnale di cui tenere conto, anche se devono essere verificati con successive ricerche, anche perché non è chiaro quali possano essere i meccanismi che causano la riduzione del volume dell’encefalo o favoriscono la demenza”. Sappiamo che la caffeina è in grado di superare la barriera ematoencefalica, e di legarsi ai recettori dell’adenosina presenti nel cervello: proprio questo, secondo gli autori dello studio, potrebbe modificarne la struttura. Il rischio insomma potrebbe derivare dallo stesso meccanismo che genera gli effetti benefici del caffè sull’umore e sulla concentrazione. C’è poi da tenere conto che il caffè preparato con modalità senza filtraggio mantiene un contenuto di grassi che potrebbe contribuire a un aumento del colesterolo, il quale a sua volta potrebbe avere effetti sull’apparato cardiovascolare e sulla funzionalità cerebrale.

Da notare che i ricercatori hanno scelto come gruppo di controllo quello dei consumatori moderati, per evitare che i risultati relativi a quanti non bevono caffè per ragioni di salute potessero falsare i risultati dello studio. Inoltre i dati sulla correlazione tra consumo elevato di caffè e riduzione di alcune aree del cervello sembrerebbero confermati anche in un piccolo studio clinico realizzato dallo stesso gruppo. “Nonostante l’ampiezza dello studio, bisogna considerare che il gruppo dei forti consumatori è limitato a poco più di un centinaio di soggetti con demenza, – spiega Bosetti, – in cui però l’aumento del rischio riscontrato è del 50%”. In attesa di saperne di più, l’indicazione è comunque quella di non eccedere nei consumi, “anche considerando che il caffè, pur avendo effetti benefici e contenendo diversi micronutrienti, non è un alimento essenziale: in linea di massima il consumo di tre o quattro tazze al giorno si può considerare sicuro”, osserva la ricercatrice. Tenendo comunque conto che le reazioni individuali alla caffeina possono variare, “mentre studi recenti hanno smentito la correlazione tra caffè e alcune forme tumorali che era stata ipotizzata anni fa”, precisa Bosetti. Senza dimenticare che un consumo elevato di caffè in molti casi è collegato a un’assunzione eccessiva di zucchero, e potenzialmente a stili di vita meno salutari: “come sempre quando si parla di alimentazione, – suggerisce la responsabile dello studio Elina Hyppönen, – la chiave è la moderazione”. 

© Riproduzione riservata Foto: depositphotos.com, stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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4 Commenti

  1. Avatar

    Mi sorprende che non sia stato fatta (o non è stata qui riportata) un’analisi incrociata con il consumo di zucchero o altri alimenti concomitanti il consumo di caffè. Sarebbero emerse interessanti correlazioni.

  2. Avatar
    GIANPAOLO TAVERNELLI

    Rimane il fatto che si tratta di un alimento torrefatto (bruciato) spesso irritante per stomaco e intestino. andrebbe evitato e comunque mai assunto a digiuno
    Paolo

  3. Avatar

    Purtroppo quando si parla di caffé viene solo in mente la ormai datata, seppur godibilissima, descrizione di Eduardo De Filippo del caffé “alla napoletana”: nero, amaro, e bollente.
    Il caffé è un alimento molto complesso del quale ancora non si è scoperto tutto e che in Italia stiamo solo iniziando a comprenderne le sfumature: parlo sia dei caffé in singola origine (non le miscele che vengono propinate nella maggior parte dei bar della penisola) coltivati in ben identificate zone del pianeta, fino ad arrivare ai caffé definiti “specialty” (una definizione la si può trovare qui: https://www.ilcaffeespressoitaliano.com/2015/cosa-ha-di-speciale-uno-specialty-coffee/ ) le cui piante, come nei vini di alto profilo, vengono selezionati all’origine e trattati con cura dalla piantagione alla tazzina passando per le torrefazioni artigianali che conoscono per davvero il prodotto e la faccia del produttore (e non parlo dei caffé modaioli alla Kopi Luwak o Black Ebony, per intenderci, che sono tutt’altra roba).
    Mi dispiace che un articolo su uno studio del genere getti cattiva luce su un prodotto che è tutt’altro che banale, semmai è stato banalizzato proprio in Italia luogo che, per ironia della sorte, per primo l’ha valorizzato.

    Luke