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Arance e mango restano sugli alberi e le esportazioni israeliane crollano. Il caso delle arance di Jaffa.

Secondo quanto riportato dall’emittente pubblica israeliana Kan 11, gli effetti del boicottaggio dei prodotti israeliani si stanno facendo sentire tanto che l’industria agricola teme un possibile collasso. In diversi reportage trasmessi da Kan 11, gli agricoltori hanno denunciato una forte contrazione della domanda in particolare dei mercati europei, ma anche di quello asiatico. A risentirne maggiormente sono i produttori di arance e di mango, settori considerati centrali per l’economia di Israele. Per capire la portata della crisi, è sufficiente sapere che in alcuni casi non sono stati raccolti fino a oltre 700 tonnellate di mango, frutta che è rimasta sugli alberi a marcire anche perché molti produttori hanno affermato di preferire la distruzione del raccolto piuttosto di considerare altre opzioni come la possibilità di vendere il prodotto a Gaza.

Anche Daniel Klusky, segretario generale dell’Organizzazione israeliana degli agrumicoltori, si è esposto sulla questione rendendo noto l’arresto totale della richiesta da alcune aree del mondo come la Scandinavia verso cui, prima del genocidio, Israele esportava arance. Lo scenario è reso ancora più complesso dal blocco degli Houti nel Mar Rosso che costringe le compagnie navali a optare per rotte più lunghe e costose: sebbene questa situazione non giochi a favore delle esportazioni israeliane, è bene ricordare che l’impatto maggiore è dovuto alla reazione verso il genocidio del popolo palestinese.

Soldati israeliani di spalle, davanti ad altre persone; concept: Israele, Palestina, territori occupati, Cisgiordania coop
Molti produttori israeliani  preferirscono la distruzione del raccolto piuttosto che vendere il prodotto a Gaza

Le arance di Jaffa

Anche le arance di Jaffa stanno risentendo della crisi tanto che il famoso marchio israeliano è quasi scomparso dal mercato internazionale. Prima di essere una cartina tornasole dell’effetto del boicottaggio, le arance di Jaffa sono un simbolo del colonialismo di insediamento sionista. Oggi inglobata nell’area urbana di Tel Aviv, fino al 1948 la città palestinese di Jaffa era il più importante centro economico della Palestina e dal suo porto partivano le arance per buona parte del mondo, soprattutto verso l’Europa, l’America e la Gran Bretagna. Nella prima metà dell’800, a Jaffa contadini e agronomi locali svilupparono la varietà shamouti, un tipo di arancia ancora esistente e commercializzata caratterizzata da una forma grande e oblunga, dalla presenza di pochi semi, dal gusto dolce e da una buccia spessa che la rese adatta a sostenere lunghi viaggi.

Il successo degli aranceti si accompagnò all’aumento della popolazione: persone provenienti dalla Palestina, ma anche dall’Egitto, dalla Siria e dal Libano, arrivarono a Jaffa per lavorare nella produzione e nell’esportazione del frutto. La svolta arrivò nel 1948. Dopo i bombardamenti e la conquista della città da parte delle milizie sioniste, la grande maggioranza della popolazione araba fu costretta ad abbandonare le proprie case. Le terre, gli agrumeti e le attività commerciali vennero confiscati dal neonato Stato di Israele attraverso le leggi sui “beni degli assenti”, che trasferirono allo Stato le proprietà dei palestinesi fuggiti o espulsi. Quei beni non furono mai restituiti ai legittimi proprietari. Con la Nakba, le arance di Jaffa smisero di rappresentare la fecondità della terra e diventarono il simbolo di una confisca: un marchio sopravvissuto ai suoi proprietari, mentre i palestinesi perdevano case, campi e identità economica

Il boicottaggio funziona

Più volte Il Fatto Alimentare ha denunciato come alcuni prodotti che troviamo comunemente sulle nostre tavole provengano dai territori palestinesi occupati e abbiamo anche spiegato come riconoscere i datteri israeliani in modo da poter cambiare prodotto. Oltre a controllare l’origine dei singoli alimenti, c’è chi mappa le aziende complici del genocidio palestinese ed è questo il caso di BDS, un movimento internazionale non violento a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele.

Datteri Deglet Nour con ramo su un piattino a forma di foglia
I datteri che troviamo al supermercato spesso provengano dai territori palestinesi occupati

Nella guida creata da BDS delle realtà da boicottare, compare anche Carrefour. La catena di supermercati e ipermercati francese ha infatti siglato nel 2022 un accordo di franchising con l’israeliana Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan, entrambe attive nelle colonie israeliane illegali. Come denunciato da BDS, il Gruppo Carrefour e le sue filiali locali sostengono apertamente l’esercito di Israele nel genocidio del popolo palestinese consegnando razioni alimentari ai soldati. Anche in questo caso, le azioni di boicottaggio hanno portato a dei risultati: nel 2024 si è arrivato alla chiusura dell’intera attività Carrefour in Giordania e Oman e dal 2023 al 2025 si è assistito a un crollo dei profitti della multinazionale pari al 50%.

Carrefour Italia

Per quanto riguarda Carrefour Italia è necessaria una precisazione. A dicembre 2025 il Gruppo NewPrinces ha completato l’acquisizione del 100% dei supermercati italiani. Questo vuol dire che l’insegna non è più una filiale della casa madre francese, ma una realtà autonoma anche se manterrà per altri due anni il nome delle insegne Carrefour. Angelo Mastrolia presidente esecutivo di NewPrinces ha precisato a Il Fatto Alimentare che già ora nei supermercati non ci sono sugli scaffali prodotti alimentari provenienti da quell’area geografica.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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Giuseppe
Giuseppe
17 Febbraio 2026 11:29

Peccato che i furbi della grande distribuzione omettano la provenienza della merce: stamani ho lasciato sullo scaffale le arachidi esselunga e i datteri Madi ventura senza origine ma non sono i soli specialmente per la frutta secca; mi domando ma se e’ obbligatorio mettere l’origine c’è qualcuno che controlla e multa chi non lo fa? Io mi difendo da solo e non compro quello che non ha l’origine. Sono andato alla Coop e ho acquistato arachidi egiziane!

Antonia Capone
Antonia Capone
17 Febbraio 2026 17:35

Sono molto felice di quanto apprendo,ma non basta boicottare l’importazione,vanno boicottate anche le aziende italiane che continuano ad esportare in Israele finché non saranno realmente cambiate le cose per la Palestina e i palestinesi.

Antonio
Antonio
20 Febbraio 2026 20:30

Sono i consumatori che possono riuscire nel cambiamento con le loro scelte e non i governi

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