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Indicare l’attività fisica in etichetta o sul menu non aiuta a limitare le calorie assunte

etichette attività fisica menuQualche anno fa, scrivere in etichetta la quantità di attività fisica da fare per smaltire le calorie contenute in prodotto o in un piatto sembrava una buona idea. Tanto che nel 2016, nel Regno Unito, anche un’importante società scientifica chiedeva a gran voce di introdurre questa indicazione per combattere l’obesità dilagante nel paese (ne avevamo parlato già allora in questo articolo). La richiesta era supportata da un’indagine secondo cui il 55% dei cittadini affermava che questo tipo di etichette li avrebbe spinti a cambiare abitudini. A distanza di sei anni, uno studio dei ricercatori delle Università di Cambridge e Oxford ha scoperto che indicare sui menu quanti minuti camminare per bruciare le calorie dei piatti proposti non cambia in maniera significativa le scelte degli avventori.

Da tempo, ormai, si stanno tentando vari approcci per cercare di ridurre gli alti tassi di obesità che affliggono molti paesi occidentali e per migliorare la qualità nutrizionale della dieta. Nel Regno Unito, ad esempio, ad aprile 2022 è entrata in vigore una norma che impone di indicare le calorie sui menu. Eppure due studi condotti nel ‘mondo reale’ dallo stesso gruppo di ricerca avevano già evidenziato come questo provvedimento non sia efficace per ridurre la quantità di calorie acquistate. Per questo motivo, qualcuno ha suggerito di affiancare all’indicazione delle calorie anche quella dell’attività fisica necessaria per smaltirle. E vista la carenza di studi in condizioni reali i ricercatori delle due prestigiose università britanniche hanno deciso di realizzarne uno apposta.

etichette attività fisica dettaglioL’esperimento è stato condotto in 10 mense utilizzate da lavoratori inglesi per un periodo di 12 settimane tra aprile e giugno 2021. Durante lo studio, per ogni piatto del menu, oltre che per bevande, dolci e panini, sono state indicate le calorie e i minuti di camminata necessari per bruciarle. Ad esempio, per smaltire una porzione grande di eglefino impanato servirebbero 278 minuti di camminata, quasi cinque ore, mentre per un tortino pollo e funghi basterebbero ‘solo’ due ore e mezza (148 minuti). I risultati sono poi stati pubblicati sulla rivista PLOS Medicine.

Al termine dell’esperimento, dopo aver esaminato i dati relativi a 250mila acquisti di piatti nelle 10 mense, i ricercatori hanno rilevato che le etichette con l’indicazione dell’attività fisica non hanno prodotto un cambiamento significativo delle calorie acquistate dai clienti rispetto al periodo precedente alla loro introduzione. In media è stato osservato infatti un calo di appena 5 kcal per scontrino. Tuttavia, i ricercatori hanno osservato anche una grande variabilità tra una mensa e l’altra. In una delle mense è stata registrata una diminuzione di 161 kcal per scontrino, mentre in un’altra è stato osservato addirittura un aumento, seppur modesto (69 kcal). “Ciò suggerisce che altri fattori potrebbero aver influenzato l’efficacia di queste etichette” afferma James Reynolds, l’autore principale dello studio. Fattori che potrebbero riguardare il tipo di piatti serviti nelle mense, ma anche le persone che le frequentano.

Questo studio delude le speranze di chi pensava che questo tipo di etichette potessero essere un’utile arma nella lotta contro l’obesità. Oltre a rivelarsi inefficace, questa misura aveva già mostrato alcune criticità all’epoca delle prime proposte di adozione. Lo strumento era stato criticato da nutrizionisti e persone con disturbi alimentari, che avevano fatto notare come questo tipo di etichette possa aumentare l’ansia associata al cibo tipica della ‘cultura della dieta’, un fenomeno che negli ultimi tempi sta diventando sempre più al centro delle discussioni, sia nel mondo della nutrizione che tra il grande pubblico. Insomma, alla luce delle nuove considerazioni, le etichette dell’attività fisica non sembrano avere un futuro brillante.

© Riproduzione riservata Foto: Fotolia, Università di Cambridge, PLOS Medicine

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2 Commenti

  1. Questo tipo dì approccio, proprio per la sua semplicità è inefficace perché si basa su un concetto riduzionistico, è un po’ la traduzione del “mangia meno e muoviti di più “, il nostro organismo non riconosce le calorie ma i nutrienti, non siamo delle caldaie che vanno alimentate e cibo.
    Le stesse 100 kcal avranno un impatto diverso sul nostro organismo se provengono da carboidrati, da lipidi o da proteine; ed all’interno di una stessa categoria se da carboidrati semplici o complessi ecc. ecc., così come la differenza lo fa un individuo dall’altro.
    Non esistono cibi buoni o cattivi, cibi da “smaltire ‘ in un’ora di cammino o 2; ma stil di vita (sonno, stess, alimentazione) salutari o meno

  2. Eppure non si tratta di smaltire un cibo in tutte le sue espressioni ma un particolare componente che per effetto collaterale si accumula e porta al sovrappeso. I macro/micro nutrienti contenuti faranno comunque il loro lavoro buono o cattivo a seconda della equilibrata composizione qualitativa o meno.
    Discorso diverso è il movimento richiesto in se stesso, l’attività fisica deve avere motivazioni più solide del semplicistico ” smaltimento di calorie in eccesso ” altrimenti che ci stiamo a fare al mondo ……solo a soddisfare la gola/mente per poi smaltire l’eccesso con effetti collaterali nefasti, una forma più lieve e subdola di bulimia?????? Vero spreco!!!!!
    Ci deve essere molto di più nella vita,reale, cose valide e gratificanti personali e sociali, il termine stress ha connotazioni negative ma al contrario ne deve avere maggiormente di positive dal momento che tutti abbiamo avuto/ abbiamo/ avremo problemi di qualsivoglia natura, c’est la vie.

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