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Hamburger: tutti i segreti dell’origine della carne. Il servizio di Altroconsumo e Presa Diretta su Rai 3

hamburgerL’etichetta di un hamburger deve riportare l’origine della carne? La risposta a questa domanda non è un «sì» pieno, come tutti vorrebbero, ma un «dipende». Questo perché prima di dirlo bisogna stabilire di quale animale stiamo parlando e  in che modo il prodotto viene venduto. Le regole cambiano se si tratta di carne fresca, di preparazione a base di carne (hamburger, salsiccia…) o di carne processata (salame, mortadella, prosciutto…). Si tratta di differenze che si possono spiegare solo pensando a leggi varate in momenti diversi e collegate ai vari scandali alimentari degli ultimi 20 anni (da quello della mucca pazza all’influenza aviaria). C’è un altro elemento da considerare: incrociare i regolamenti europei con le norme italiane. Tutto questo fa sì che il dovere di dichiarare in etichetta l’origine della carne sia un obbligo con molteplici sfumature. Ci sono carni per cui non è prevista alcuna etichettatura di origine, ad esempio la carne equina e la carne di coniglio. In  altri casi è prevista l’indicazione della provenienza solo nella versione venduta fresca (bovini, polli, capre, pecore, agnelli). Per il maiale invece l’origine deve essere sempre indicata in etichetta, qualsiasi sia la forma di vendita.

Orientarsi in questo ginepraio è tutt’altro che semplice. L’ideale per i consumatori sarebbe avere per tutte le carni lo stesso livello di informazione trasparente. La Commissione europea ha intenzione prossimamente di estendere l’etichettatura d’origine a tutti i prodotti contenenti carne, anche se nulla vieta ai produttori di fornire le informazioni sulla provenienza come già fanno alcuni. Ma, teoria a parte, cosa si trova nei banchi del supermercato? Altroconsumo ha realizzato un’inchiesta in collaborazione con la trasmissione di Rai3 Presa Diretta in onda lunedì 8 febbraio, prelevando campioni di hamburger presso otto insegne della grande distribuzione: Esselunga, Coop, Carrefour, Conad, Natura Sì, Aldi, Eurospin e Lidl. Su 31 confezioni, quattro contenevano hamburger fatti al 100% da carne bovina, ovvero carne macinata cui è stata data la forma dell’hamburger, senza alcun ingrediente aggiuntivo. Questi hamburger sono di fatto “carne fresca”, e pertanto sono vincolati per legge a riportare l’etichetta d’origine con l’indicazione dei luoghi di nascita, allevamento, macellazione e confezionamento.

Basta un pizzico di sale per fare scendere il peso della carne sotto del 99%, e così non è più obbligatorio indicare l’origine

Basta però poco per sottrarsi a quest’obbligo, perché un pizzico di sale fa scendere il peso della carne sotto il 99%, e così non è più obbligatorio indicare l’origine. Questo avviene perché quando l’hamburger contiene altri ingredienti (sale, spezie, additivi, aromi, fecola di patate…), rientra nella categoria “preparazione di carne” e l’obbligo sparisce. È il caso delle altre 27 confezioni di hamburger esaminate da Altroconsumo. Nessuna violazione di legge, quindi, ma una situazione che impedisce al consumatore di risalire all’origine della materia prima. Su 18 vaschette la rivista non ha trovato alcuna informazione relativa all’origine della carne bovina. Sei indicavano in modo generico «100% carne italiana» o «100% carne da allevamenti italiani», senza  specificare se gli animali sono nati, allevati o macellati in Italia.

Solo per tre vaschette la trasparenza assume il carattere dell’impegno vero. Si tratta degli hamburger classici Esselunga, degli hamburger con Chianina di Terre d’Italia e dei Burger Chianina de Il Podere (Aldi). Le informazioni sono riportate nella forma più completa, quella prevista obbligatoriamente solo per la carne bovina fresca. Figurano infatti i paesi in cui l’animale è nato, allevato, macellato e dove è sezionato.
Oltre che sugli hamburger, Altroconsumo  ha esaminato i tagli di  carne “conditi”, tipo tartare e carpacci. Basta una marinatura o un po’ di sale a far passare il prodotto da carne fresca a preparazione di carne (quantità di carne inferiore al 99%) e, quindi, non soggetta all’obbligo di indicare l’origine. Qui però le cose vanno meglio: su 22 prodotti l’etichetta d’origine dettagliata riguarda la metà dei casi.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. Avatar

    vogliamo parlare del raggiro ai danni dei consumatori sulla carne macinata/macinato?
    la prima è carne fresca (shelf life decisamente corta, origine e tutto il resto) la seconda è una “preparazione di carne” (shelf life lunga tre volte di più, sale e conservanti) …ma se mettete due vaschette vicine sfido la casalinga di Voghera, ma anche il professionista di Catania, ad accorgersi della differenza.

  2. Avatar
    Erika Verdecchia

    Non concordo in parte con quanto indicato nell’articolo. Il Reg 1760 prevede una deroga per le carni macinate che consente di non indicare tutte le informazioni di origine.
    (In deroga all’articolo 13, paragrafo 2, lettere b) e c) e all’articolo 13, paragrafo 5, lettera a), punti i) e ii), gli operatori e le organizzazioni che preparano carni bovine macinate indicano sull’etichetta «Preparato in [nome dello Stato membro o del paese terzo]» secondo il luogo in cui le carni sono state preparate e «Origine» nel caso in cui lo Stato o gli Stati in questione non siano quello in cui è avvenuta la preparazione.)
    Per quanto riguarda gli hamburger con CHIANINA, penso si rientri nell’obbligo dettato dalla rintracciabilità per le carni di filiera certificata o che comunque richiedono la tracciabilità per l’uso della specifica dizione (Mpaaf).
    Ringrazio per gli eventuali chiarimenti che vorrà fornirmi.