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Gli allevamenti di salmoni provano a produrre in modo sostenibile. L’iniziativa è interessante ma non è una vera rivoluzione

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I produttori di salmone di allevamento vogliono promuovere un sistema più sostenibile

Promuovere la sostenibilità nell’allevamento del salmone: è l’obiettivo annunciato alcune settimane fa dai principali produttori del settore che aderiscono alla Global Salmon Initiative (GSI). Per la precisione si tratta di 15 aziende situate in Norvegia, Cile, Scozia e, in minor misura, Danimarca che rappresentano complessivamente il 70% circa della produzione annua di salmone allevato (1,6 milioni di tonnellate nel 2011).

 

L’idea è rispondere collettivamente alle sfide ambientali dell’acquacoltura intensiva. Se è vero che molte riserve ittiche naturali sono ormai sovrasfruttate o prossime all’esaurimento per via dell’eccessiva pesca, è altrettanto vero che anche l’acquacoltura, non svolge un ruolo indolore per l’ambiente. Per questo motivo, gli aderenti alla GSI si impegnano a certificare entro il 2020 il 100% della loro produzione secondo gli standard di: ASC,  Aquaculture Stewardship Council, organizzazione indipendente fondata da WWF e  Sustainable Trade Initiative con l’obiettivo di fissare i paletti per un’acquacoltura responsabile.

 

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S vuole regolamentare la densità degli animali e la tipologia di mangime

Le aree di intervento sono principalmente due: il controllo dei parassiti e l’alimentazione dei pesci. Nell’acquacoltura la densità degli animali può raggiungere livelli molto elevati, facilitando la diffusione di parassiti sia all’interno dell’allevamento che nelle acque circostanti. In questi casi si interviene con farmaci – somministrati spesso in modo massiccio – che costituiscono una forma di inquinamento. L’idea è di stimolare la cooperazione tra diversi produttori per individuare i periodi di riposo e produzione oltre che sincronizzare i trattamenti. Inoltre si intende mettere a punto nuove modalità di somministrazione dei farmaci, più efficaci e meno pericolose per l’ambiente.

 

Per quanto riguarda l’alimentazione, l’elemento critico riguarda la presenza di derivati di pesce (oli e farine) nei mangimi. Il salmone, infatti, è un animale carnivoro e questo comporta un elevato costo per l’ambiente, perché per nutrirlo occorre disporre di altro pescato. Su questo fronte, c’è l’impegno a ridurre progressivamente il ricorso a farine e oli di pesce, sostituendoli con sostanze vegetali.

 

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Ci vogliono dai 3 ai 5 kg di mangime per ogni kg di salmone prodotto

Per Jason Clay, vice presidente del settore Market Transformation del WWF americano, l’iniziativa costituisce una «svolta importante, un approccio che cambierà l’acquacoltura e potrebbe avere effetti a catena sull’intera industria alimentare globale». Di sicuro, il fatto che una buona parte dei produttori si metta d’accordo per mettere in campo pratiche più responsabili e sostenibili è una buona notizia.

 

La vera rivoluzione, però, sarebbe un’altra visto che « …nessun allevamento di pesci carnivori, che si tratti di salmoni, ma anche di spigole o di orate, sarà mai davvero sostenibile» afferma Gerardo Centoducati, professore aggregato di zoocolture all’Università di Bari, esperto di acquacoltura. Basta un semplice calcolo per rendersene conto: «Ci vogliono dai 3 ai 5 kg di mangime per ogni kg di salmone prodotto – sostiene l’esperto. In genere, il 60% di questi mangimi è costituito da derivati di pesce, ma anche abbassando a 30-40% questa componente, significa che servono almeno 1-1,5 kg di farine di pesce per ogni kg di salmone. Una quantità insostenibile».

 

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Bisogna considerare un costo ambientale ineliminabile dell’acquacoltura dovuto all’inquinamento organico delle acque

Ridurla ulteriormente sarà molto difficile, perché un’alimentazione totalmente vegetariana, oltre a non essere appropriata per pesci carnivori, ne altera le caratteristiche organolettiche. «La carne bianca delle spigole e delle orate, per esempio, diventa giallastra e risultano meno sode, per cui i consumatori non le accetterebbero» dichiara Centoducati. La vera alternativa sostenibile sarebbe dunque l’allevamento di pesci non carnivori ma vegetariani, come la tilapia o il pangasio. «Senza dimenticare – precisa l’esperto – che bisogna considerare un costo ambientale ineliminabile dell’acquacoltura, dovuto all’inquinamento organico delle acque».

 

Anche i pesci sporcano, non c’è nulla da fare: secondo quanto riferito da Slow Fish, per esempio, tutti gli allevamenti scozzesi di salmone ogni giorno producono complessivamente tante deiezioni quanti gli abitanti di una città come Edimburgo. Certo si tratta di un costo “transitorio”: smantellati gli allevamenti, l’inquinamento progressivamente si riduce. «Intanto però – conclude Centoducati – c’è anche un’altra soluzione a basso impatto ambientale da considerare: la scelta di un pescato sostenibile che, come suggerisce la campagna informativa di Slow Fish, segua una certa stagionalità e sia il più possibile a km zero».

 

Valentina Murelli

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Foto: Photos.com

  Valentina Murelli

Valentina Murelli
giornalista scientifica

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Un commento

  1. Fatemi capire: io non sono certo un esperto del settore, ma se un animale è carnivoro ci sarà una ragione no? Non capisco come possa essere passato come un miglioramento dargli da mangiare sostanze vegetali al posto di farine e oli di pesce…