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A differenza dei banchi di sardine e alici che si muovono lasciandosi alle spalle i rifiuti, i pesci d’acquacoltura vivono confinati e stressati dal caldo. Perché il sistema attuale non è più sostenibile.

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera sull’acquacoltura e il riscaldamento dei mari da parte del nostro lettore Giorgio Massa, che si occupa di epidemiologia e di densità di popolazione applicata alla biologia marina.

La lettera

Le acquaculture, concentrando masse di pesci con una densità di abitanti anomala contrasta una legge generale di epidemiologia marina, per la quale le concentrazioni altissime sono asimmetriche, indipendentemente da inquinamenti dovuti a mangimi, malattie, antibiotici ecc.: le grandi colonie di sardine ed alici sono mobili e non ferme. Inoltre il riscaldamento degli oceani favorisce la proliferazione di germi nelle acquaculture e questi, nai mari freddi, possono essere conservati dal ghiaccio durante gli inverni, per sommarsi poi ai nuovi arrivati dopo il disgelo, creando un effetto sommatoria nel tempo. In sintesi:

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In natura, i pesci sono in costante movimento e non concentrati all’interno di gabbie ad alta densità

1) L’acquacoltura intensiva e la questione della densità

L’acquacoltura intensiva in gabbie fisse viola una dinamica ecologica fondamentale: l’asimmetria spazio-temporale delle alte densità selvatiche. In natura esistono concentrazioni massicce di biomassa (i grandi banchi di sardine o alici), ma queste dinamiche si reggono su due pilastri che mancano negli allevamenti:

  • Il nomadismo (mobilità continua): i grandi banchi sono costantemente in movimento. Questo nomadismo risponde a esigenze trofiche, ma svolge anche una funzione igienico-sanitaria passiva: muovendosi, il banco si lascia alle spalle le proprie deiezioni, i parassiti rilasciati e i patogeni opportunisti. La concentrazione è temporanea nello spazio.
  • Asimmetria strutturale e turnover biologico: nelle popolazioni selvatiche la densità non è omogenea e la pressione selettiva è spietata. Gli individui malati o rallentati vengono immediatamente predati (funzione di “filtro sanitario” dei predatori apicali), frammentando la catena di trasmissione del contagio.

2) Assenza di mobilità

Nell’acquacoltura intensiva, la densità non solo è anomala (fino a decine di chilogrammi di pesce per metro cubo), ma è statica e confinata. L’assenza di mobilità elimina l’effetto diluizione naturale, mentre la protezione dalle reti impedisce l’azione selettiva dei predatori, trasformando la gabbia in un bioreattore ideale per la replicazione di virus, batteri e parassiti (come i copepodi del genere Lepeophtheirus salmonis o pidocchi del salmone).

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Le grandi gabbie per l’allevamento intensivo sono il luogo ideale per la diffusione di microrganismi e parassiti

3) Riscaldamento globale ed “effetto sommatoria”: overwintering (svernamento)

Il fenomeno si articola così:

A. Il riscaldamento favorisce la proliferazione
L’aumento delle temperature superficiali dei mari accelera il metabolismo e i tassi di replicazione dei germi (specialmente batteri come Vibrio spp. e Aeromonas spp.). Inoltre, temperature d’acqua vicine o superiori ai limiti di tolleranza della specie allevata causano uno stress cronico nel pesce, inducendo una severa immunodepressione (da picco di cortisolo) che abbatte le barriere immunitarie innate e adattative.

B. La conservazione invernale e l’effetto sommatoria.
Nei mari freddi o temperati, l’inverno fungeva storicamente da ‘reset’ termico, abbattendo drasticamente le popolazioni microbiche e parassitarie. Tuttavia, i cambiamenti climatici stanno modificando questo equilibrio in due modi:

  • Inverni troppo miti: i dati epidemiologici (ad esempio negli allevamenti di salmoni in Scozia e Norvegia) dimostrano che inverni insolitamente caldi non riescono più a interrompere il ciclo vitale di parassiti e batteri. I patogeni continuano a replicarsi, seppur più lentamente, invece di andare incontro a mortalità massiva.
  • La conservazione nel ghiaccio (criotolleranza): molti patogeni ittici (sia virali che batterici) possiedono un’altissima resistenza alle basse temperature e possono svernare in uno stato di latenza metabolica all’interno del ghiaccio o nei sedimenti anossici sottostanti, protetti dai picchi di congelamento estremo. Al momento del disgelo primaverile, la carica infettante di partenza non è azzerata, ma si somma immediatamente alle nuove generazioni favorite dal rialzo termico.

Conclusioni dal punto di vista medico-ambientale.

Il parallelismo con la medicina umana è evidente: l’acquacoltura intensiva agisce come le grandi megalopoli storiche prima dell’avvento dell’igiene urbana, dove l’alta densità sedentaria facilitava le epidemie. Se a questo si aggiunge un ecosistema ospite (l’oceano) che si sta riscaldando e che prolunga la sopravvivenza dei germi durante la stagione fredda, l’effetto sommatoria rompe la resilienza biologica del sistema, rendendo l’uso di antibiotici e vaccini una rincorsa terapeutica tamponatrice e sempre meno sostenibile.

Giorgio Massa MD, PhD. Independent Researcher

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, AdobeStock

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Il Perbenista
Il Perbenista
6 Ottobre 2026 14:16

Basta il buonsenso…una persona non dovrebbe nutrirsi di polli allevati in maniera intensiva (in parte anche di maiali) e di organismi acquatici allevati con la medesima modalità. Purtroppo c’è gente che non può permettersi di scegliere e mangia quello che può…

luigiR
luigiR
Reply to  Il Perbenista
8 Ottobre 2026 13:28

certo, ma c’è anche tanta gente che, pur potendoselo permettere, non si cura di coltivare un senso critico sulla propria alimentazione.

Andrea
Andrea
Reply to  Il Perbenista
11 Ottobre 2026 09:19

Ci è stato detto allo sfinimento che integrare la dieta con il pesce è cosa buona e giusta, auspicabile per tutti. Sulla Terra siamo 8,5 miliardi, la pesca industriale svuota il mare e compromette gli ecosistemi, l’acquacoltura che fino a poco tempo fa era una possibile soluzione non va bene. Che fare? Le solite risposte spicce del tipo “sì, ma c’è anche il pesce azzurro!” mi sembrano abbastanza puerili. D’altro canto, senza i metodi intensivi il pesce allevato costa come quello pescato artigianalmente e si torna al punto di partenza. Sushi quando mi va o salmone solo al cenone di Natale, come negli anni ’80?

Valeria Nardi
Reply to  Andrea
12 Ottobre 2026 10:04

Dal punto di vista nutrizionale il pesce non è insostituibile: le linee guida per una dieta sana mostrano che i suoi nutrienti essenziali (come gli Omega-3) si possono assumere anche da fonti vegetali come noci e semi.
Il problema dell’acquacoltura non è l’allevamento in sé, ma la necessità di renderlo sostenibile, scegliendo specie a minore impatto e migliorando la gestione sanitaria con il riscaldamento dei mari. Ridurre il consumo di specie intensive (come salmone o tonno) non è un salto indietro nel tempo, ma una scelta consapevole di fronte a risorse naturali che non sono infinite.

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