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Acqua minerale: ne consumiamo 13,7 miliardi di litri l’anno. Un record. Non tutte le bottiglie vengono riciclate

In Italia esistono oltre 200 marche di acqua minerale che si distinguono fra loro per una manciata di sali minerali disciolti. Poi ci sono circa 2 mila tipi di acqua del rubinetto, per le quali vale lo stesso discorso. Distinguere quelle in bottiglia da quelle ‘del sindaco’ è possibile solo perché, in alcune aree, dal rubinetto esce acqua con un’eccessiva presenza di cloro sgradevole al palato.

Nella stragrande maggioranza dei casi, però, se trattata adeguatamente, l’acqua di rubinetto è buona. La cosa meno conosciuta è che la bottiglia ha un costo decisamente superiore rispetto al prezzo dell’acqua, e che l’impatto ambientale correlato all’imbottigliamento e alla distribuzione nei supermercati è elevato anche se si recuperano i contenitori.

Secondo un’indagine di Greenpeace del 2021 in Italia si consumano ogni anno circa 11 miliardi di bottiglie in plastica (Pet) considerando acque minerali e bevande confezionate. In realtà non ci sono dati precisi al riguardo ed è difficile differenziare tra bottiglie grandi e piccole. Il riferimento certo è quello fornito da Mineracqua che parla di 13,7 miliardi di litri di acqua minerale bevuta, non di bottiglie. Poi bisogna considerare le bibite, ma anche in questo caso si parla di litri e non di bottiglie. La cosa certa è che per quanto riguarda i consumi siamo ai primi posti della classifica mondiale subito dopo il Messico. Probabilmente se consideriamo il numero di bottiglie  guadagniamo la prima posizione, perché in Messico scusano molto i boccioli in plastica o vetro da 10 litri. Secondo Greenpeace in Italia più del 60% (7 miliardi circa) di queste bottiglie non vengono riciclate e rischiano di essere disperse nell’ambiente e nei mari, contribuendo in modo massiccio all’inquinamento del pianeta. E’ quanto emerge da un rapporto su produzione, consumo e riciclo delle bottiglie di plastica in Italia pubblicato dall’associazione ambientalista l’anno scorso. Per vedere l’infografica clicca qui.

© Riproduzione riservata; Foto: Greenpeace, Fotolia

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Roberto La Pira

  Sara Rossi

giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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4 Commenti

  1. Trovo fuorviante attribuire responsabilità ad un materiale e non ai comportamenti:

    “Secondo Greenpeace in Italia più del 60% (7 miliardi circa) di queste bottiglie non vengono riciclate e rischiano di essere disperse nell’ambiente e nei mari, contribuendo in modo massiccio all’inquinamento del pianeta.”

    Non è colpa della plastica se ci sono comportamenti incivili.

    Basterebbe che quella non riciclata finisca nei termovalorizzatori, la quale restituirebbe in parte l’energia usata per la sua produzione.

  2. Lo Stato dovrebbe iniziare a tassare l’uso della plastica, in tutte le sue forme, e misurare questa tassa in funzione di quanta, a fine vita, ne venga riciclata. Tuttavia, sarebbe forse meglio se, con la forza, sostenuta ancora dallo Stato in misura “embrionale”, della ricerca scientifica, si potesse sostituire i prodotti di origine fossile con altri più sostenibili ed ecologici. Non sarei molto favorevole all’uso dei termovalorizzatori per risolverne il problema della dispersione nell’ambiente, perché la sua combustione, ad altissime temperature e pur con tutti i filtri di questo mondo, non rilascia certo solo vapore acqueo…

    • Per mestiere analizziamo anche le emissioni dei termovalorizzatori e posso garantire, dati alla mano, che da quelli bene gestiti ciò che esce dai camini è migliore dell’aria presente in una qualunque città con medio traffico automobilistico.

  3. https://acp.it/assets/media/Quaderni-acp-2019_263-PE_as1.pdf
    Nanopatologie da nanopolveri……..e più sono alte le temperature di esercizio e più piccole sono le particelle espulse, per me le plastiche non devono essere bruciate.

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